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Lo sai che? Separazione, università privata e ripartizione delle spese

Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2018

Il padre ha iscritto la figlia ad un’università estera senza condividere la scelta con l’ex moglie (mia compagna) e senza dargliene comunicazione. La madre lo ha saputo da una fredda mail della figlia. Il padre con un altrettanto fredda mail ha allegato la documentazione di spesa. La mia compagna avrebbe voluto condividere le spese se fossero state relative ad un’università statale italiana, che sono di circa la metà. Se la figlia frequentasse un’università italiana sarebbe disposta a pagare la metà della quota delle spese. La figlia non vuole più vedere né sentire la madre. Che si può fare?

 Il quesito, per come posto, lascia presumere che nel provvedimento di separazione (o di divorzio) della compagna del lettore la questione delle spese straordinarie sia disciplinata con la frequente e generica formula che ne prevede la suddivisione al 50% tra i due genitori e col richiamo, per le spese scolastiche (o di istruzione), ad una dicitura altrettanto generica.

Sul punto va detto che, in generale, le spese per l’iscrizione a scuola o all’università, per le tasse e le rette scolastiche sono da considerarsi spese ordinarie, e come tali, già comprese nell’assegno di mantenimento, salvo abbiano carattere straordinario, ossia non prevedibile dal giudice nel momento in cui ha fissato la misura del predetto assegno.

Vengono, tuttavia, sempre comprese nelle spese straordinarie i viaggi studio all’estero, le lezioni private, l’iscrizione ad istituti privati o a corsi di specializzazione.

Pertanto la retta di iscrizione in una università privata può senz’altro considerarsi una spesa straordinaria.

Ciò presupposto, il nodo primario da sciogliere, prima di comprendere le conseguenze giuridiche del problema, attiene alla verifica della sussistenza o meno di un obbligo a carico del padre, che ha anticipato la predetta spesa universitaria, di acquisire il preventivo consenso dell’ex moglie al fine di ottenerne il rimborso.

A riguardo va detto che in passato i giudici ritenevano sempre necessaria l’acquisizione del consenso dell’altro genitore in quanto l’istruzione scolastica della prole, rappresentando una questione di maggior interesse per i figli, doveva essere concordata da madre e padre.

Pertanto, secondo tale orientamento, quando l’iscrizione del figlio nella scuola privata (o qualsiasi altra spesa di natura straordinaria) fosse stata frutto dell’autonoma iniziativa di uno solo dei genitori, questi non avrebbe potuto pretendere, in automatico, il rimborso dei costi relativi a detta iscrizione.

Tale orientamento, tuttavia, è stato rivisto negli ultimi anni. Oggi si ritiene, infatti, che non si possa porre a carico del genitore presso cui il figlio è collocato un obbligo di informazione e di accordo preventivo con l’altro in merito ad ogni genere di spesa straordinaria. Ciò in quanto l’opposizione di un genitore non può impedire di adottare ogni iniziativa riguardante un figlio, specie se di rilevante interesse (quale certamente è quella relativa alla scelta della università da frequentare); e neppure è necessario ritrovare l’intesa prima che detta iniziativa sia intrapresa [1].

Tutto questo, fermo restando che spetta al giudice, ove gliene venga fatta istanza, verificare se la scelta effettuata corrisponde effettivamente all’interesse del figlio.

Cosa significa questo all’atto pratico? E cosa comporta nel caso riguardante la compagna del lettore?

Che certamente il padre della ragazza può legittimamente anticipare una spesa importante per la figlia e chiederne poi il rimborso anche senza aver acquisito il preventivo consenso dell’ex, ma ove quest’ultima frapponga un rifiuto (motivandolo sulle circostanze di non essere stata consultata pur essendocene tutto il tempo e di non poter sostenere, a lungo termine – in ragione dei propri redditi – l’esborso relativo alla iscrizione in una università privata, peraltro non necessaria) in tal caso l’uomo dovrà intraprendere una causa in tribunale contro l’altro genitore.

In detta procedura il magistrato dovrà:

– da un lato commisurare l’entità della spesa rispetto all’utilità derivante alla figlia (il cui interesse è ritenuto prevalente),

– dall’altro valutare la sostenibilità della spesa stessa se rapportata alle condizioni economiche dei genitori (e, nella specie, della madre).

Va detto comunque che, di norma, in caso di conflitto tra i genitori, l’orientamento dei giudici è quello di preferire l’istituto pubblico a quello privato, salvo che sussistano comprovate ragioni per ritenere il contrario (si pensi al caso del figlio che, nel corso degli anni di studio, sia sempre stato iscritto in scuole private).

Le istituzione scolastiche pubbliche, infatti, sono espressione primaria e diretta del sistema nazionale di istruzione [2] e del diritto alla istruzione riconosciuto dalla Costituzione [3].

Le scuole private, perciò, possono essere favorite nella decisione del giudice volta a dirimere il conflitto solo qualora sussistano precisi elementi tali da ravvisare un concreto ed effettivo interesse del figlio alla frequentazione di un istituto di istruzione diverso da quello pubblico.

Va comunque considerato che in questo procedimento verrebbe probabilmente sentita la ragazza e certamente anche quanto da questa dichiarato avrebbe un peso nella decisione del tribunale.

Ciò premesso, il consiglio (primariamente volto a non incancrenire ulteriormente i rapporti tra madre e figlia) è quello di cercare un accordo con l’ex consorte (proponendo eventualmente un incontro a tre) anche nel senso prospettato nel quesito: ossia la contribuzione alla spesa con una quota pari alla metà delle spese relative all’Università Italiana.

Si consiglia inoltre alla signora, ove decida di inviare una mail all’ex marito e per conoscenza alla figlia, di essere il più generica possibile, proponendo un incontro per cercare la soluzione che contemperi le possibilità economiche della madre con il desiderio della figlia di frequentare quella università.

Ove alla proposta fosse posto un netto rifiuto, il consiglio è quello di far formalizzare con la lettera di un avvocato la volontà della madre. Il legale potrà anche intraprendere delle trattative volte ad evitare un contenzioso (che l’ex coniuge verosimilmente potrebbe incardinare) ed eventualmente suggerire la redazione di una scrittura privata che disciplini, d’ora innanzi, il problema del mantenimento della figlia. Essendo infatti la giovane ormai maggiorenne non occorre che le decisioni che la riguardano debbano necessariamente passare dal vaglio del giudice.

Soluzione questa che si consiglia in ogni caso (anche cioè ove padre e figlia dovessero acconsentire all’incontro e aderire alla proposta). In presenza, infatti, di rapporti così spigolosi tra le parti è verosimile che in futuro possano porsi ulteriori e analoghe problematiche inerenti diverse e ingenti spese (come quelle relative a costosi viaggi di studio o di vacanza o esborsi di qualsiasi altra natura).

Se, infatti, di solito il giudice pone le spese straordinarie genericamente a carico di entrambi i coniugi nella misura della metà ciascuno, ciò non toglie che, in presenza di particolari condizioni di capacità economica, possa essere concordata dalle parti una percentuale di ripartizione differente (ad esempio, il 60% e il 40%).

Si tratterebbe, in sostanza, di andare ad integrare ciò che la sentenza non dice (o dice solo in modo estremamente generico) in merito alle spese (nella specie quelle non ricomprese nell’assegno di mantenimento) anche alla luce delle nuove esigenze della figlia ormai maggiorenne.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

[1] Cfr. Cass. sent. n.4060/17; Cass. ord. n. 4182/16; Cass. sent. n. 16175/15.

[2]Art. 1 L. 10 marzo 2000 n. 62 recante “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”.

[3] Art. 33 c. II Cost.: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”.


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