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Diritti d’autore sulle rassegne stampa: l’immunità dei parlamentari

17 dicembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 dicembre 2012



Il problema della crisi della carta stampata non è la violazione dei diritti d’autore fatta con le rassegne stampe, ma l’evoluzione della comunicazione: l’avvento del web che ha cambiato il mondo dell’editoria.

Dopo che al diktat della Fieg (Federazione italiana Editori Giornali) si erano già prostrati i ministeri e le amministrazioni, ora è toccato anche ai parlamentari: che piuttosto di genuflettersi, hanno preferito piegare soltanto il capo.

La battaglia – che invero sta tenendo banco in tutta Europa – sui diritti d’autore relativi alle rassegne stampe “impunemente” pubblicate sul web dalle istituzioni e, quindi, alla mercé di tutti i netizen ha visto, lo scorso 16 marzo, la lettera adirata delle principali associazioni editoriali. La missiva era indirizzata a tutti i responsabili dei siti web delle P.A. perché sospendessero, “nella modalità liberamente accessibile al pubblico”, le pubblicazioni in internet di articoli e/o dispacci di giornale e agenzie rappresentate.

La motivazione contenuta nella richiesta è disarmante: così facendo, le pagine della rassegna “diventano un vero e proprio sito di informazione digitale, autonomo e concorrente rispetto alle sue stesse fonti”.

Qualcuno, forse, ci ha creduto così tanto a questa storia da farne una vera e propria questione di principio, senza rendersi conto di quale piccola zolla di terra era in discussione. I ministeri si sono subito conformati alla richiesta e ora lo ha fatto anche il parlamento, stabilendo però che, dal prossimo anno, le rassegne stampa di Camera e Senato saranno disponibili unicamente attraverso intranet: le rete dedicata ai soli parlamentari e alle altre categorie di soggetti istituzionali a ciò autorizzati. Un colpo alla botte e uno al cerchio.

La rassegna stampa è uno dei più tradizionali servizi che viene concesso ai membri delle due camere. Si faceva già diverse decine di anni fa con le fotocopie dei giornali e la sua naturale evoluzione è stata la pubblicazione su internet.

Per farvi un’idea di ciò di cui stiamo parlando, vi invito a visitare questa pagina:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/rassegnaQuotidianaFrame.asp

Cliccando su un titolo qualsiasi, si comprenderà che si tratta non già del testo in html (principale linguaggio con cui vengono scritti i siti internet), ma di esatte riproduzioni, effettuate con lo scanner, delle prime pagine degli stessi quotidiani. Con tutto ciò che questo comporta. Se risulta già difficile (e stancante) leggere i piccoli caratteri della stampa sulla carta, lo è ancor di più se il filtro è un video di computer: che, per quanto possa essere ingrandito, non è comunque trasportabile in pullman, non può essere letto in poltrona, né si può portare nel luogo “di privacy” ove sembra che gli italiani leggano maggiormente.

Se state già pensando ai dispositivi portatili, chi poi dispone di un tablet sa quanto sia improbabile leggere un pdf delle dimensioni A2 di un quotidiano su uno schermo di pochi pollici, ingrandendo di volta in volta le sezioni dell’articolo e navigando tra di esse con le dita.

Ma non è questo il punto principale. Qui si sta combattendo per una questione di principio.

Il problema della crisi della carta stampata non è la violazione dei diritti d’autore fatta con le rassegne stampe, ma l’evoluzione della comunicazione. È l’avvento del web che ha cambiato il mondo dell’editoria.

In verità, i giornali sono sempre stati amministrati secondo logiche antieconomiche e anti-imprenditoriali (grazie alle sovvenzioni pubbliche che hanno premiato non il numero di copie vendute, ma quelle stampate). Ed è ovvio che una tale gestione non può sopravvivere alla concorrenza spietata e ineliminabile di internet.

Non è impedendo la visualizzazione di una rassegna stampa che si può riportare in vita l’editoria classica. Anzi, la rassegna stampa potrebbe stare al giornale come il trailer al film.

Non diamo la colpa a chi non ce l’ha.

I dinosauri non morirono a causa del cambiamento climatico, ma perché erano troppo lenti per spostarsi in luoghi del globo più favorevoli.

 

 

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