Diritto e Fisco | Editoriale

Le procedure concorsuali minori

27 Aprile 2018 | Autore:
Le procedure concorsuali minori

Il concordato preventivo, il concordato fallimentare, la liquidazione coatta amministrativa e l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi sono procedure alternative al fallimento.

L’attività dell’imprenditore è soggetta a rischio economico, le oscillazioni del mercato possono comportare dunque uno stato di insolvenza. Si parla di procedure concorsuali perché si tratta di procedure destinate a fissare il concorso sul patrimonio del debitore. L’attività di impresa assume importanza non solo durante il suo corso normale ma anche quando l’imprenditore è insolvente: il piccolo imprenditore è esonerato da qualsiasi procedura, in quanto non fallibile, gli imprenditori medio-grandi sono sottoposti alla disciplina ordinaria del fallimento e i grandissimi imprenditori ad una disciplina speciale, l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi. Quali sono le procedure fallimentari minori?

Il concordato preventivo

Il concordato preventivo è uno strumento che la legge mette a disposizione dell’imprenditore, in crisi o in stato di insolvenza, per evitare la dichiarazione di fallimento attraverso un accordo destinato a portare ad una soddisfazione anche parziale delle pretese creditorie. Tale procedura ha la funzione di evitare la più grave procedura fallimentare che potrebbe seguire ad uno stato di dissesto finanziario. Lo scopo del concordato preventivo non è solo quello di tutelare l’imprenditore in difficoltà, ma anche i creditori. Infatti, se da un lato il debitore con l’accesso alla procedura può impedire ogni possibile azione esecutiva nei suoi confronti e conservare l’amministrazione dell’impresa, sia pure con determinati limiti, i creditori, allo stesso tempo, possono evitate la lunga attesa, necessaria per portare avanti la più complessa procedura fallimentare e raggiungere, così, in tempi più ristretti, il soddisfacimento se non altro parziale del proprio credito.

Il concordato fallimentare

Il concordato fallimentare è un accordo tra il fallito, od un terzo, ed i suoi creditori, che, nel rispetto di determinate condizioni, permette la chiusura della procedura concorsuale. Consiste nella formulazione di una proposta che può prevedere la ripartizione dei creditori in classi, secondo posizione giuridica ed interessi economici analoghi oppure trattamenti differenziati fra creditori appartenenti a classi diverse, indicandone le motivazioni. Tale proposta può anche mirare alla ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, nonché prevedere che i creditori privilegiati, non vengano soddisfatti integralmente, purché il piano ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in base all’ordine preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, considerando il valore di mercato ascrivibile ai beni o diritti.

La proposta di concordato viene depositata al giudice delegato, il quale, valutata la regolarità della stessa, dopo avere avuto il parere del curatore e del comitato dei creditori, ne ordina la comunicazione ai creditori, fissando un termine entro il quale gli stessi possono far pervenire eventuali dichiarazioni di opposizione, dovendosi ritenere, in caso contrario, consenzienti. In caso di accoglimento, il concordato fallimentare viene omologato e acquista efficacia, diventando obbligatorio per tutti i creditori anteriori al fallimento.

La liquidazione coatta amministrativa

La liquidazione coatta amministrativa costituisce un punto di incontro tra procedimento amministrativo e processo civile ed è volta al soddisfacimento di un interesse pubblico, indipendente e diverso rispetto a quello connesso all’esclusiva soddisfazione dei creditori, così come accade nel fallimento. Possono essere soggette a tale procedura le imprese che svolgono particolari attività, come ad esempio le società cooperative che non svolgono attività commerciale, i consorzi agrari, le banche, le imprese di assicurazioni.

La procedura prevede la liquidazione dei beni dell’imprenditore al fine della soddisfazione dei creditori, caratterizzandosi per la finalità pubblicistica, poiché ad essere tutelato, prima che l’interesse della classe creditoria, è l’interesse pubblico legato alla natura o all’attività dell’impresa, la cui insolvenza o crisi economico-finanziaria potrebbe compromettere l’interesse dello Stato. Il commissario liquidatore ha il compito di provvedere materialmente alla liquidazione dell’impresa, secondo le direttive impartite dall’autorità che vigila sulla stessa e sotto il controllo del comitato di sorveglianza, composto da 3 o 5 membri scelti fra esperti nel ramo di attività esercitato dall’impresa, con funzioni consultive e di controllo, analoghe a quelle del comitato dei creditori nel fallimento.

Lo svolgimento della procedura di liquidazione coatta amministrativa è analogo a quello del fallimento, scandito da una prima fase di accertamento del passivo e da una seconda e una terza fase, relative, rispettivamente, alla liquidazione e alla ripartizione dell’attivo. Compiuta la liquidazione dell’attivo, le somme ricavate vengono quindi distribuite ai creditori, secondo l’ordine stabilito e, in mancanza di contestazioni, dopo avere prodotto all’autorità che vigila la procedura il bilancio finale della liquidazione, il conto della gestione e il piano di riparto tra i creditori, il commissario procede alla chiusura della procedura.

L’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi

L’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi introdotta ha uno scopo conservativo del patrimonio dell’impresa, al contrario delle altre procedure concorsuali (il fallimento e la liquidazione coatta amministrativa), che hanno invece finalità liquidatoria, in quanto mira al recupero e al risanamento delle grandi imprese che versano in uno stato di insolvenza, per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e la perdita di un gran numero di posti di lavoro. La procedura si distingue in amministrazione straordinaria speciale, introdotta nel 2003 e riservata alle grandi imprese in stato di insolvenza, e l’amministrazione straordinaria prevista per le banche, disciplinata dal Testo Unico Bancario.

Possono accedere all’amministrazione straordinaria le imprese, anche individuali, soggette alla legge fallimentare e che presentano, congiuntamente, i seguenti requisiti: occupati in misura non inferiore alle duecento unità e debiti per un ammontare complessivo non inferiore ai due terzi, tanto del totale dell’attivo dello stato patrimoniale che dei ricavi provenienti dalle vendite e dalle prestazioni dell’ultimo esercizio.

L’ammissione alla procedura è inoltre subordinata alla condizione che l’impresa dichiarata insolvente presenti concrete prospettive di recupero; tale risultato deve realizzarsi, alternativamente, mediante la cessione dei complessi aziendali, sulla base di un programma di prosecuzione dell’esercizio dell’impresa di durata non superiore ad un anno (programma di cessione dei complessi aziendali), ovvero tramite la ristrutturazione economica e finanziaria dell’impresa, sulla base di un programma di risanamento di durata non superiore a due anni.

Il procedimento inizia mediante la dichiarazione dello stato di insolvenza, presso il tribunale del luogo in cui l’impresa ha la sede principale, dietro ricorso dell’imprenditore stesso, di uno o più creditori o d’ufficio, ossia da parte del Pubblico Ministero.

Il Tribunale convoca il ricorrente, l’imprenditore ed il Ministro delle attività produttive, invitato ad indicare uno o tre commissari giudiziali. Con la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, il Tribunale procede con la nomina dei commissari giudiziali, su indicazione ministeriale.

L’attività del commissario giudiziale è quella di verificare, attraverso l’analisi della situazione e documentazione relativa all’impresa, i provvedimenti opportuni per uscire dallo stato di crisi e la prosecuzione dell’esercizio attraverso un programma di recupero presentato al Ministero. L’amministrazione straordinaria cessa per conversione in fallimento, in caso di inattuabilità del programma,  o in caso di risanamento.



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