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Lo sai che? Fotografato sul lavoro e scatto inviato al responsabile: che fare?

Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2018

Tutto ciò che si può fare nel caso in cui qualcuno ci fotografi nel luogo in cui svolgiamo l’attività lavorativa e poi mostri la fotografia al nostro datore di lavoro.

 Un amico del tuo datore di lavoro ti ha fotografato (ovviamente a tua insaputa) mentre eri in una pausa (non autorizzata) dal lavoro, in un attimo di relax, mentre stavi fumando una sigaretta o (peggio) mentre eri intento a bere un caffè con un tuo collega. Ti ha fotografato ed ha inviato la foto (tramite WhatsApp) al tuo responsabile per cui ti chiedi cosa puoi fare? Vediamo insieme se sei fotografato sul posto di lavoro: che fare se la foto viene mandata al responsabile?

 Posso scattare foto senza consenso?

Immagina di essere ai giardini pubblici e che ti scattino una foto di nascosto, senza che te ne renda conto: ebbene sì, possono farlo e non commettono alcun reato. Purtroppo, secondo il nostro ordinamento, fotografare una persona anche se in assenza del suo consenso, qualora fatto in un luogo pubblico, è possibile e non costituisce reato; discorso diverso, invece, va fatto se gli scatti vengono effettuati in un luogo privato (solo in quest’ultimo caso, infatti, la foto è illecita). Iniziamo allora con il precisare bene quali sono i luoghi pubblici e quali quelli privati.

Per luogo pubblico si intende un luogo di proprietà del demanio al quale è possibile accedere liberamente, senza limitazioni (ad esempio un giardino pubblico, una piazza, una strada), mentre si considerano luoghi aperti al pubblico quelli di proprietà privata ai quali l’accesso è consentito secondo le condizioni dettate dal proprietario o dal gestore (ad esempio i cinema, i teatri, i centri commerciali, i bar). I luoghi privati sono, invece, quelli personali nei quali si svolge la vita privata e non sono accessibili a tutti (si tratta, ad esempio, di casa, cortile, garage, cantina, orto, terrazzo, roulotte o tenda). Il posto di lavoro rientra tra quelli privati, al pari della propria casa con tutto ciò che ne consegue in termini giuridici rispetto alla possibilità di scattare fotografie. Ma cerchiamo di capire prima se le fotografie, anche se effettuate lecitamente, possono essere divulgate.

Posso condividere la foto che ho scattato?

Abbiamo detto che generalmente è possibile fotografe chiunque, anche senza il suo consenso, se si trova in un luogo pubblico o anche aperto al pubblico, ma una volta scattata la foto, posso condividerla sui social network senza il permesso del soggetto fotografato? La risposta è no, posso scattare la foto ma non posso pubblicarla senza consenso. La legge sul diritto d’autore prevede, infatti, che le immagini raffiguranti una persona non possano essere pubblicate senza il suo consenso [1]. In caso di soggetti minori di età, il consenso dovrà essere prestato dai genitori o dagli esercenti la responsabilità genitoriale: e si badi bene, il consenso non può essere implicito, presunto o tacito ma deve essere inderogabilmente espresso.

Abbiamo analizzato fino ad ora il caso di foto scattate in luoghi pubblici; che succede invece per le foto scattate a soggetti che si trovano in luoghi privati (secondo l’accezione sopra rappresentata)? Se ti scattano una fotografia mentre sei nel guardino di casa tua, violano la tua privacy e commettono il reato di interferenza illecita nella vita privata.

Foto sul posto di lavoro: è reato di interferenze illecite

Il reato di interferenze illecite nella vita privata è un delitto previsto nel nostro ordinamento e si realizza quando un soggetto:

  • con l’utilizzo di strumenti di ripresa visiva o sonora;
  • nell’abitazione altrui o in luoghi di privata dimora o nelle appartenenze di essi;
  • si procura senza il consenso notizie o immagini attinenti alla vita privata altrui;
  • ovvero divulghi tali notizie o immagini [2].

La norma punisce esattamente il comportamento (sopra descritto) di chi abbia immortalato con una macchina fotografica (e a sua insaputa) un soggetto che si trovava nel giardino privato della sua abitazione. Alla stessa pena può essere condannato anche chi fotografi un soggetto sul luogo di lavoro, in quanto lo studio professionale (così come un ristorante, un bar, un’osteria, un negozio in genere) si considerano private dimore. La facoltà di accesso da parte del pubblico, infatti, non fa venir meno nel titolare il diritto di escludere singoli individui non autorizzati ad entrare o a rimanere.

Che fare se la foto viene mandata al responsabile?

Abbiamo detto che scattare una fotografia senza il consenso del soggetto ripreso è lecito solo se è fatto in luogo  pubblico; sebbene, però, l’atto in sé non costituisca reato lo diventa immediatamente se il fotografo diffonde la foto. Se, quindi, la fotografia è scattata per uso privato, la condotta non può essere perseguibile penalmente, mentre se l’immagine viene pubblicata, ad esempio, su un social network (senza il consenso del soggetto ritratto), il fotografo commette un illecito penale. A maggior ragione in caso di foto scattata sul posto di lavoro che costituisce già di per sé illecito, in quanto effettuata in luogo parificabile alla privata dimora. Che fare se la foto viene mandata al responsabile? Ciò che puoi fare è querelare il fotografo furbetto per il reato di interferenza illecita nella vita privata e violazione della privacy. Il reato di interferenze illecite prevede, infatti, anche la punizione per chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute indebitamente.

In caso di trasmissione di foto al responsabile tramite Whatsapp (che è certamente un mezzo di informazione, ma limitato ad un unico soggetto e non al pubblico), un giudice potrebbe (forse) escludere la frazione di condotta descritta come diffusione al pubblico della immagine, ma dovrebbe comunque condannare il fotografo per essersi procurato indebitamente la foto. Ricordate sempre che qui si parla in astratto e che ogni caso concreto va analizzato nel dettaglio per essere risolto al meglio.

 

note

 [1] Art. 96 L. n. 633 del 22.4.1941.

[2] Art. 615 bis cod. pen.


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