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L’azienda non va male: può licenziare?

12 aprile 2018


L’azienda non va male: può licenziare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 aprile 2018



Se non c’è una crisi, il datore di lavoro può imporre il licenziamento per una ristrutturazione aziendale?

Immagina di ricevere una lettera di licenziamento da parte del tuo datore di lavoro: «Purtroppo la situazione è profondamente cambiata da quando l’abbiamo assunta e, al momento, non abbiamo più bisogno di lei». Magari, a primo acchito, tu credi che l’azienda stia per fallire o, comunque, stia andando male. E invece le casse sono fiorenti e gli incassi vanno a gonfie vele. Allora dai la colpa a qualche robot o computer che ti ha sostituito nelle funzioni, ma anche qui non trovi nulla che possa giustificare il licenziamento. Cosa pensi? Molto probabilmente andrai dal tuo avvocato a chiedergli di impugnare il licenziamento perché «ingiustificato». Eppure non è detto che sia così. Il vecchio mito del posto di lavoro fisso e intoccabile è ormai crollato anche per la Cassazione che, da qualche tempo, ha sposato il principio secondo cui si può licenziare anche quando l’azienda non va male e non c’è crisi. Possibile? Quando può materializzarsi quest’incubo? I chiarimenti giungono proprio oggi: con una nuova sentenza la Suprema Corte [1] ricorda che è valido il licenziamento intimato solo per aumentare i profitti del datore. Ma procediamo con ordine.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Si chiama licenziamento per giustificato motivo oggettivo ed è quello che viene intimato non per ragioni disciplinari ma per motivi legati alla produzione o all’organizzazione dell’azienda. Le scelte del datore di lavoro possono essere di vario tipo e spaziare dalle ragioni di carattere economico a quelle tecnico-produttive (ad esempio l’aumento dell’efficienza del lavoro attraverso l’introduzione di innovazioni produttive).

Si può licenziare per ristrutturazione

Secondo però la Cassazione [2] la ristrutturazione organizzativa non deve essere necessariamente volta a fronteggiare situazioni sfavorevoli di crisi che influiscano in modo incisivo sulla normale attività produttiva. Non deve insomma essere necessario procedere a una politica di riduzione dei costi per licenziare i dipendenti, ma è possibile anche avviare la ristrutturazione per migliorare i profitti e tagliare gli sprechi.

La ristrutturazione può anche essere rivolta a migliorare i profitti

Secondo i più recenti principi stabiliti dalla Suprema Corte, «ai fini della legittimità del licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto necessario» e il datore di lavoro non è tenuto a dimostrare che l’azienda va male. È piuttosto sufficiente che visitano delle vere ragioni relative all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro, ragioni che determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una o più posizioni lavorative. In ogni caso, tra le ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro «non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono ad una migliore efficienza gestionale o produttiva ovvero anche quelle dirette a un incremento della redditività d’impresa.

L’imprenditore è libero di decidere come organizzare l’azienda

Del resto – sottolinea la Cassazione – l’imprenditore è libero di organizzare la propria azienda per come meglio crede. Le scelte imprenditoriali che abbiano comportato la soppressione del posto di lavoro non sono del resto criticabili dai giudici, atteso che la nostra Costituzione [3] pone il principio secondo cui l’iniziativa economica privata è libera.

Si può licenziare senza crisi?

L’imprenditore è dunque libero di licenziare anche se non c’è una crisi in atto. L’importante è che la riorganizzazione aziendale per ridurre i costi sia effettiva e non solo una scusa per togliersi di torno il dipendente. Dunque, se anche il datore non deve provare le difficoltà economiche, in caso di contestazione del licenziamento deve riuscire a dimostrare che le ragioni sull’attività produttiva e sull’organizzazione del lavoro determinano un effettivo cambiamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione della posizione ricoperta dal dirigente. In pratica deve dar prova che vi è stata davvero una ristrutturazione e la soppressione di una posizione. Non si può licenziare un dipendente, sostenendo che le sue mansioni non sono più utili e poi affidarle invece a un’altra persona.

Quando è possibile licenziare se l’azienda non va male

Alla luce di quanto detto si possono così sintetizzare le condizioni affinché sia valido il licenziamento pur in assenza di crisi:

  • il riassetto organizzativo deve essere effettivo, non “inventato” e fondato su circostanze realmente esistenti al momento del licenziamento;
  • a seguito di tale riassetto la posizione specifica del lavoratore licenziato deve essere venuta meno: le sue mansioni, cioè, devono essere state soppresse;
  • la scelta del dipendente da licenziare deve avvenire secondo correttezza e buona fede, senza porre in essere atti discriminatori;
  • bisogna prima verificare la possibilità di adibire il dipendente ad altre mansioni (cosiddetto repêchage);
  • deve essere dato il preavviso (o corrisposta la relativa indennità sostitutiva).

L’onere di provare la sussistenza delle condizioni sopra indicate ricade sul datore di lavoro.

note

[1] Cass. sent. n. 9127/18 del 12.04.2018.

[2] Cass. sent. n. 25201/16.

[3] Art. 41 Cost.

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