Diritto e Fisco | Editoriale

Separazione consensuale in Comune: si può se i coniugi hanno casa?

15 Aprile 2018


Separazione consensuale in Comune: si può se i coniugi hanno casa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Aprile 2018



Per potersi separare in Comune non è possibile prevedere il trasferimento della proprietà di immobili; tuttavia ci sono delle soluzioni.

Ti stai per separare da tuo marito. Avete trovato un accordo su tutto, sia sull’assegno di mantenimento, sia sulla divisione degli arredi. A facilitare le cose c’è il fatto che non avete figli e i vostri redditi sono pressoché simili. Avete preso reciprocamente atto del fatto che non ci sono più le condizioni per vivere insieme, che è svanito l’amore di una volta e che proseguire la vita insieme significherebbe solo torturarsi a vicenda. A questo punto vorreste andare in Comune a separarvi velocemente e consensualmente. Ma c’è un problema: la proprietà della casa è in comune. Una prima soluzione sarebbe quella di venderla e dividere i soldi; se però ciò non dovesse essere possibile in tempi brevi, tuo marito sarebbe disposto ad acquistare la tua quota liquidandoti il valore del 50% all’attuale prezzo di mercato. Il quesito però che vi ponete è il seguente: è possibile la separazione consensuale in Comune se i coniugi hanno casa? In altri termini, la presenza di un immobile da dividere (la casa, un terreno, ecc.) o da trasferire all’uno o all’altro può essere di ostacolo alla procedura davanti al Sindaco? In caso contrario, quali sarebbero le alternative offerte dalla legge? La soluzione va affrontata spiegando bene a quali condizioni si può procedere alla separazione consensuale in Comune.

Come ci si può separare consensualmente

Tre sono i modi in cui, oggi, ci si può separare consensualmente.

Il primo (e tradizionale) è il ricorso in tribunale. Entrambi i coniugi, assistiti da un avvocato a testa o da uno per entrambi, presentano un atto in tribunale in cui dichiarano le condizioni della separazione. Il Presidente del tribunale li convoca per tentare una conciliazione e, se questa non va in porto (come è scontato che sia), convalida l’accordo. Il tutto si svolge in una sola udienza, ma spesso è necessario attendere qualche mese. Il costo dipende dall’onorario dell’avvocato e varia in media da 700 a 1.500 euro a seconda delle zone d’Italia.

Il secondo modo per chiedere la separazione consensuale è l’accordo firmato davanti a rispettivi avvocati (cosiddetta negoziazione assistita). Saranno i legali a preoccuparsi poi di tutte le formalità successive (come la convalida in tribunale). L’operazione può richiedere pochi giorni o settimane: dipende dalla solerzia dei legali. Tutto si svolge con la sottoscrizione dell’atto presso lo studio del proprio difensore di fiducia. Il quale dovrà essere regolarmente pagato. Per cui è bene farsi prima rilasciare un preventivo.

Il terzo modo per separarsi consensualmente, e certamente il più pratico ed economico, è in Comune, davanti al sindaco o all’ufficiale di stato civile. In molti preferiscono questa modalità, se non altro perché è molto economica (costa solo una marca da bollo) e non richiede avvocati; tuttavia non sempre è possibile procedere con la separazione o di un divorzio in Comune. Sono infatti imposti alcuni limiti che vedremo qui di seguito.

Quando ci si può separare in Comune

La legge pone delle condizioni per accedere alla separazione in Comune:

  • la coppia non deve avere avuto figli. Se li ha, questi devono ormai essere maggiorenne e autosufficienti dal punto di vista economico. Questi, ad esempio, se i figli vivono ancora in casa dei genitori perché non hanno risorse sufficienti per mantenersi, padre e madre non possono separarsi in Comune. Inoltre i figli, anche se maggiorenni, non devono essere portatori di handicap o incapaci; in tal caso è sempre interdetta la separazione in Comune. Non vengono considerati i figli nati da eventuali precedenti relazioni; se, ad esempio, uno dei coniugi ha un figlio minorenne o non autosufficiente nato da un precedente matrimonio può ugualmente procedere con la separazione in Comune. In sintesi, è possibile la separazione o il divorzio in Comune a condizione che la prole ormai lavori e sia indipendente da un punto di vista economico e non presenti situazioni di handicap o incapacità;
  • ovviamente la coppia deve avere trovato un accordo su tutti gli aspetti della separazione, sia per quanto riguarda le questioni più marcatamente personali che patrimoniali. Se così non fosse, bisognerebbe separarsi necessariamente in tribunale avviando una regolare causa;
  • l’accordo stretto dai coniugi non può contenere trasferimenti patrimoniali ossia cessioni di beni, mobili o immobili, come ad esempio, l’assegnazione della casa, arredi e altri mobili presenti nell’abitazione, l’autovettura, conti correnti bancari, titoli, depositi, libretti di risparmio, ecc. In termini pratici questo vuol dire che marito e moglie non potranno stabilire, nell’atto firmato in Comune, la divisione di beni come l’armadio, la tv, la macchina, ecc. Questo perché l’ufficiale di stato civile, pur puntando – in quanto pubblico ufficiale – autenticare qualsiasi atto o firma, in questa sede si deve limitare solo a convalidare la separazione lasciando al di fuori qualsiasi altro tipo di accordo. Questo non significa che i coniugi che vogliano dividersi un piccolo conto, frutto dei risparmi familiari, non possano comunque andare in Comune a separarsi, tuttavia detta divisione non potrà essere contenuta nell’atto di separazione; andrà invece formalizzata con un contratto a parte, autonomo e distinto dall’atto di separazione, stipulato magari in quella sede stessa (ma comunque senza l’assistenza del Sindaco). Altrimenti dovranno optare per la separazione in tribunale o con la negoziazione assistita.

Coniugi con una casa da dividere: si possono separare in Comune?

Analizziamo ora il problema da cui siamo partiti: se marito e moglie intendono dividere la casa in comunione o trasferirla a uno solo dei due possono inserire tale patto nell’atto di separazione in Comune? La risposta, come abbiamo appena detto, è negativa; se ciò dovesse avvenire, il Sindaco (o, in sua vede, l’ufficiale di stato civile) non potrebbe dichiarare la separazione. Le soluzioni sono due: o ci si separa ugualmente in Comune e tutti gli accordi di trasferimento della proprietà dei beni vengono fissati in un contratto autonomo e separato, contratto che tuttavia (avendo ad oggetto il trasferimento di immobili deve necessariamente avvenire dal notaio) oppure si ricorre a un’altra delle tre forme di separazione (ossia in tribunale o con la negoziazione assistita).

Così, ad esempio, se il marito, all’atto della separazione, intende riconoscere alla moglie la proprietà della casa lo dovrà fare con un atto separato davanti al notaio.

Immaginiamo invece che marito e moglie intendono accordarsi per la vendita della casa. Questi potrebbero già separarsi in Comune e, con una autonoma scrittura privata, fissare i termini e le condizioni per la vendita con successiva divisione del ricavato.

Il vantaggio di una tale soluzione è quello di evitare i costi del procedimento con gli avvocati. Tuttavia c’è uno svantaggio: il contratto non è un titolo esecutivo e, in caso di inadempimento, sarà necessario fare una causa. Invece, se l’accordo viene fissato in una sentenza o nella negoziazione assistita, esso diventa titolo e, quindi, legittima l’esecuzione forzata diretta, senza cioè ricorrere al giudice.


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