Diritto e Fisco | Editoriale

I miei genitori non vogliono sostenermi negli studi: come posso fare?

1 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 maggio 2018



Padre e madre, anche se separati ma con obbligo di mantenimento, hanno il dovere di istruire ed educare i figli. A quali condizioni? Si può fare causa?

Una cosa è non potere ed un’altra ben diversa è non volere. Un conto è dire ad un figlio: «Non ho i soldi per mandarti all’università» ed un altro è dirgli: «Cercati un lavoro perché oggi studiare è inutile». Il figlio ha diritto a scegliere il proprio futuro, quindi è lui quello che, compatibilmente con le possibilità della famiglia, deve decidere se andare avanti con i libri oppure appenderli ad un chiodo per guadagnarsi uno stipendio. Il problema si pone quando un ragazzo si domanda: «I miei genitori non vogliono sostenermi negli studi: come posso fare?». Cioè, se padre e madre si oppongono all’università del figlio, quest’ultimo ha la possibilità di puntare i piedi? E come deve farlo per raggiungere il suo obiettivo?

Il dialogo è sempre l’arma migliore per risolvere le controversie. Ma qualche volta potrebbe essere necessario rivolgersi ad un tribunale e far sì che sia un giudice a decidere in merito. Il caso dei genitori che non vogliono sostenere i figli negli studi può essere uno di quelli che finiscono davanti ad un magistrato. Vediamo che si può fare.

Il diritto dei figli allo studio

Sia la Costituzione [1] sia il Codice civile [2] sanciscono il diritto dei figli allo studio. Pertanto, in linea di massima e con le dovute eccezioni citate prima (una situazione economica particolarmente disagiata, un figlio che non ha voglia di studiare, ecc.) i genitori non possono rifiutarsi di sostenerli negli studi.

Nello specifico, la Costituzione recita: «È dovere del genitore mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti».

La Costituzione, dunque, dà una doppia risposta al ragazzo che si chiede cosa fare se i genitori non vogliono sostenerlo negli studi. La prima, che è un loro dovere farlo e che, quindi, nel caso in cui padre e madre si rifiutino, può puntare i piedi in un tribunale. La seconda, che il ragazzo è, comunque, tutelato dalla legge nel caso in cui i genitori non siano in grado di badare alla sua istruzione. È implicito, dunque, il suo diritto a proseguire i suoi studi.

Il Codice civile scende ancora di più nei dettagli. Prima sancisce che «il matrimonio impone ad entrambi i coniugi l’obbligo di mantenere, educare ed assistere moralmente i figli nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni». Quindi, a quanto stabilito dalla Costituzione, il Codice aggiunge un concetto fondamentale: il rispetto delle capacità dei figli, delle loro inclinazioni e delle loro aspirazioni. Significa che un genitore non può impedire ad un figlio di continuare a studiare se quella è la sua inclinazione naturale e la sua aspirazione e se ne ha la capacità. Certo, ne deve avere anche la voglia però. Perché, come ricorda la Cassazione, l’obbligo di mantenimento del figlio resta a carico dei genitori anche dopo il raggiungimento della maggiore età fino a quando il ragazzo non diventi autosufficiente o sia accertato che la mancata indipendenza economica sia da attribuirsi a sua colpa. In altre parole: ti pago gli studi e non dài gli esami ma non vuoi nemmeno lavorare…prima o poi si dice basta.

Se i genitori non possono sostenere gli studi

Certo, bisogna distinguere tra i diversi atteggiamenti dei genitori che non vogliono sostenere i figli negli studi e capire il perché di questa decisione. Un conto è il caso del padre che, ad esempio, impedisce al ragazzo di iniziare perfino il liceo perché lo vuole nella bottega di famiglia, cioè «qui, dove si trova il tuo futuro che ho già costruito per te», senza porsi la domanda base: sarà quello che lui vuole fare nella vita? È qui che il figlio può impuntarsi e arrivare fino in fondo per proseguire i suoi studi. A costo di bussare alle porte di un giudice per averla vinta.

Un conto ben diverso è il caso del genitore che, pur con tutta la buona volontà del mondo, non riesce a mantenere gli studi del figlio. Perché lo stipendio non basta o non c’è, perché la crisi gli ha giocato un brutto scherzo nella sua azienda. Cosa può fare il figlio? Ha due possibilità: o rinuncia alla sua carriera scolastica e si rimbocca le maniche per trovarsi un lavoro, oppure prende in mano il Codice civile e cerca una soluzione diversa. E che cosa troverà nel Codice? Troverà un articolo [3] in cui si dice che, quando il padre e la madre non ce la fanno economicamente, «gli altri ascendenti, legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli». Quindi, gli ascendenti sono, in teoria, tenuti a dare il loro contributo per sostenere gli studi dei ragazzi. Ma se nonni o zii non ne vogliono sapere nulla? In questo caso la parola passa al presidente del tribunale il quale, su istanza di chiunque ne fosse interessato, può decretare che una quota del reddito degli ascendenti sia versata a favore del genitore che dovrebbe sostenere le spese per l’istruzione del ragazzo.

Questo decreto costituisce titolo esecutivo, anche se le parti possono presentare opposizione entro 20 giorni dalla notifica.

Fino a quando i genitori devono sostenere i figli negli studi

Come abbiamo visto, dunque, i genitori hanno il dovere morale e legale di sostenere i figli negli studi, in virtù sia dell’obbligo di istruzione e di educazione imposto dalla Costituzione e dal Codice civile sia di quello di solidarietà mirato a consentire la crescita della prole da ogni punto di vista (fisica, psicologica e sociale).

Nulla, però, dura in eterno. Nemmeno il dovere dei genitori di sostenere e di mantenere i figli. Il cordone ombelicale si spezza nel momento in cui il figlio diventa autosufficiente oppure si rifiuta di diventarlo. È interessante, a questo punto, ricordare l’orientamento più volte espresso dalla Cassazione, secondo cui è possibile interrompere il sostegno dei figli agli studi quando i ragazzi si trovano nella possibilità di raggiungere l’autonomia economica ma rifiutano in modo ingiustificato diverse opportunità di lavoro [4]. Ma anche quando il figlio prolunghi i tempi dello studio senza motivo e senza rendimento [5], come nel caso di chi, pur lavorando saltuariamente, è iscritto ad una facoltà da anni senza frequentare le lezioni o sostenere degli esami.

Tuttavia, va sottolineata un’altra precisazione della Suprema Corte: se il figlio non percepisce alcun reddito e vuole continuare il suo percorso formativo dopo la laurea triennale, i genitori lo devono sostenere negli studi sempre che ne abbiano la possibilità economica [6]. Lo stesso principio è valido quando i genitori sono separati e il giudice ha fissato a carico di uno dei due un assegno di mantenimento a favore del ragazzo. Per poter giustificare il mancato sostegno, i genitori devono dimostrare che il figlio è economicamente indipendente oppure ha rifiutato sistematicamente delle offerte di lavoro (non basta dire no alla prima occasione saltuaria, l’atteggiamento di rifiuto deve essere continuativo).

In sostanza, il figlio ha diritto ad essere sostenuto negli studi dai genitori a patto che:

  • i genitori abbiano la possibilità economica di farlo;
  • il figlio non abbia un proprio reddito o non abbia rifiutato delle occasioni concrete di lavoro;
  • il figlio abbia scelto di continuare gli studi in vista di un utile inserimento nel mondo del lavoro conforme alle proprie aspirazioni professionali.

Se tale diritto non viene rispettato, pur in presenza di queste tre condizioni, non resta che rivolgersi ad un legale per avviare una causa civile mirata ad ottenere una sentenza che costringa i genitori a mantenere il loro dovere di istruzione e di educazione stabilito dalla legge.

note

[1] Art. 30 Costituzione.

[2] Art. 147 cod. civ.

[3] Art. 148 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 4765/2002, n. 1830/2001 e n. 7970/2013.

[5] Cass. sent. n. 1585/2004.

[6] Cass. sent. n. 10207/2017 del 26.04.2017.

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