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Lo sai che? Malattia: diritto al part time

Lo sai che? Pubblicato il 16 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 aprile 2018

Chi ha gravi malattie invalidanti ha diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale?

Conciliare l’attività lavorativa con la necessità di cure costanti e di maggiori tempi di risposo non è semplice, per i lavoratori che hanno gravi patologie: di conseguenza, la legge assicura a questi lavoratori il diritto di chiedere la trasformazione del contratto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale.

Attenzione, non si tratta di una facoltà, soggetta alla valutazione del datore di lavoro, ma di un vero e proprio diritto, accordato a chi ha gravi malattie oncologiche o cronico-degenerative (cioè destinate a peggiorare nel tempo) dalla legge Biagi [1], successivamente confermato dal Jobs Act [2]. Pertanto, anche se le esigenze dell’azienda contrastano con quelle del lavoratore malato, il datore di lavoro non può comunque negare la conversione del contratto, ma potrà soltanto concordare con lui la collocazione delle ore di attività.

Ma procediamo per ordine e vediamo chi ha diritto al part time per malattia, in quali casi, e che cosa succede se le condizioni del malato migliorano o peggiorano.

Chi ha diritto al part time per malattia?

Il diritto al part time per malattia è assicurato dalla legge ai seguenti lavoratori, dipendenti del settore privato o del pubblico impiego, con capacità lavorativa ridotta:

  • affetti da malattie oncologiche, per i quali residui una ridotta capacità lavorativa;
  • affetti da malattie cronico-degenerative: si tratta delle cosiddette patologie «ingravescenti», cioè di malattie destinate ad aggravarsi progressivamente e gradualmente nel corso del tempo, per le quali il miglioramento è praticamente impossibile; tra le più conosciute malattie cronico-degenerative ricordiamo il morbo di Parkinson e l’Alzheimer, la sclerosi multipla e l’Aids.

Ovviamente, perché il lavoratore possa chiedere la trasformazione dell’orario da tempo pieno a tempo parziale, è necessario che residui una minima capacità lavorativa; in caso contrario non avrà possibilità di prestare servizio.

Il datore di lavoro può rifiutare il part time?

Il datore di lavoro non può rifiutare la conversione del contratto da tempo pieno a tempo parziale, perché si tratta di un diritto del lavoratore, non di una semplice facoltà o di un interesse tutelato.

Il datore di lavoro può, comunque, accordarsi col dipendente sulla collocazione oraria della prestazione lavorativa. Deve in ogni caso tener presente che le esigenze del malato, come quella di assentarsi per effettuare terapie salvavita (si pensi alla chemioterapia), prevalgono sulle esigenze produttive, organizzative e tecniche dell’azienda.

Si può chiedere il part time per malattia di un familiare?

Se chi è affetto dalla malattia oncologica, o dalla patologia cronico-degenerativa, non è il lavoratore ma un suo familiare, il dipendente non ha diritto al part time, ma ha soltanto la priorità nella trasformazione del contratto a tempo parziale.

Nel dettaglio, la legge accorda la priorità nella concessione del part time per malattia di un familiare se sussistono le seguenti condizioni:

  • il familiare è il coniuge, un figlio o un genitore del lavoratore, affetto da una malattia oncologica o da una malattia cronico-degenerativa;
  • il lavoratore assiste una persona convivente con totale e permanente inabilità lavorativa, con connotazione di gravità ai sensi della legge 104 [3], che abbia necessità di assistenza continua in quanto non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.

La priorità nella trasformazione del contratto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale è riconosciuta anche al genitore che ha un figlio convivente di età non superiore a tredici anni, o un figlio convivente portatore di handicap grave.

Col part time si ha diritto ai permessi Legge 104?

I permessi retribuiti Legge 104, riconosciuti ai lavoratori portatori di handicap grave, o che assistono una persona con handicap grave, spettano per intero anche ai dipendenti in regime di part time verticale, cioè che lavorano solo alcuni giorni della settimana, purché le giornate settimanali lavorate siano più della metà delle giornate lavorative della settimana (ad esempio 4 su 6) [4].

In caso contrario, il numero dei giorni di permesso retribuito va ridimensionato in proporzione alle giornate di lavoro prestate, arrotondando.

Chi ha un contratto part time orizzontale, cioè chi lavora tutti i giorni, ma per un numero di ore inferiori all’orario giornaliero ordinario, ha ugualmente diritto a 3 giorni di permesso al mese.

In relazione a ogni giornata, ovviamente, le ore di permesso spettanti saranno di meno, così come risulteranno di meno le ore lavorate: questa non è una discriminazione, considerando che il diritto non viene tolto, ma viene riproporzionato in base alla quantità del lavoro prestato.

Che cosa succede se il lavoratore migliora?

Se le condizioni del lavoratore migliorano, questi ha il diritto alla trasformazione del contratto da part time a full time: il dipendente può esercitare questo diritto quando lo ritiene opportuno, ed il datore di lavoro non può rifiutare la conversione del contratto.

Che cosa succede se il lavoratore peggiora?

Se le condizioni di salute del lavoratore peggiorano, e questi non può più essere adibito alle stesse mansioni, nemmeno con orario ridotto, il datore di lavoro ha l’obbligo di trovargli una diversa collocazione in azienda, anche con mansioni inferiori. Solo se è impossibile adibirlo a qualunque mansione, il lavoratore può essere licenziato (ma potrà beneficiare del collocamento obbligatorio e della precedenza nelle assunzioni per la sua invalidità).

Se, poi, è riconosciuto inabile in modo permanente e assoluto a qualunque attività lavorativa, avrà diritto alla pensione d’inabilità nel caso in cui possieda almeno 5 anni di contributi, di cui 3 accreditati nell’ultimo quinquennio (se non possiede il requisito contributivo può aver diritto alla pensione per invalidi civili totali). La pensione d’inabilità spetta anche nel caso in cui l’inabilità stessa sia in relazione alle sole mansioni o al proficuo lavoro, se l’interessato è un dipendente pubblico che possiede un minimo di 15 o 20 anni di contributi.

note

[1] D.lgs. 276/2003.

[2] D.lgs. 81/2015.

[3] Art.3, Co.3, L.104/1992

[4] Cass. sent. n. 22925/2017.


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