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Blocco della contrattazione collettiva: quando l’indennizzo?

20 Aprile 2018
Blocco della contrattazione collettiva: quando l’indennizzo?

Sono una ex dipendente pubblico ex Inpdap (infermiera professionale) in pensione da aprile 2015. Ho diritto ad un risarcimento per quanto riguarda il blocco del contratto?La mia pensione attuale può avere un aumento proporzionale?

La problematica cui la lettrice fa riferimento e rispetto alla quale chiede la presente consulenza riguarda appunto l’illegittimità del blocco della contrattazione collettiva, prevista per legge nel 2010 [1] ma successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2015 [2].

Le ragioni che portarono il legislatore a bloccare il rinnovo dei contratti dovevano ritenersi contingenti e non applicabili ad libitum, come è stato invece fatto. Sulla scorta di queste considerazioni la Corte Costituzionale è arrivata a sostenere che i contratti dei pubblici dipendenti non potevano essere bloccati ancora atteso che la previsione del blocco era frutto di una situazione di bilancio contingente e che trovava peraltro disciplina nella legislazione dell’urgenza (decreto legge poi convertito in legge).

Per tale ragione secondo la Corte Costituzionale si sarebbe verificata, con riferimento alla legge del 2010, una ipotesi di illegittimità costituzionale sopravvenuta. Ciò detto, il blocco della contrattazione ha determinato certamente un danno economico ai dipendenti pubblici, ma il sacrificio economico, per il periodo anteriore alla sentenza costituzionale, doveva ritenersi determinato da un’attività lecita della P.A.

Per questo motivo all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale si è iniziato a parlare di indennizzo e risarcimento del danno (il primo dovuto in caso di danno prodotto da attività lecita, il secondo da fatti illeciti) distinguendo a tale fine:

– il periodo dal gennaio 2010 al giugno 2015: in relazione al quale al dipendente spetterebbe l’indennizzo;

– il periodo da luglio 2015 ad oggi: in relazione al quale al dipendente spetta un vero e proprio risarcimento del danno.

Proprio in questi giorni si discute del rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti, e la P.A. sta procedendo al rinnovo per comparti.

Certamente il rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti, atteso il numero di soggetti interessati, è un impegno di spesa non indifferente per i conti pubblici, pertanto, complice la congiuntura negativa, si stringe la cinghia a spese dei lavoratori.

In ordine al mancato rinnovo comunque si sono mossi diversi sindacati di categoria e diversi studi legali, avviando ciascuno la propria battaglia legale. Ciò che generalmente viene richiesto è:

– un equo indennizzo, a compensazione del sacrificio imposto ai ricorrenti per effetto del mancato adeguamento del trattamento economico-stipendiale, per il periodo compreso tra il 1 gennaio 2010 e il 30 luglio 2015, anche a titolo di arricchimento senza causa dell’amministrazione. L’equo indennizzo richiesto è pari, in media, a 100 euro al mese per ogni dipendente che abbia subito il “blocco” del proprio contratto di lavoro;

– il risarcimento del danno per il periodo successivo e cioè a partire da settembre 2015 sino all’effettivo rinnovo contrattuale. Il risarcimento richiesto è pari, in media, a 200 euro al mese per ogni dipendente che abbia subito il “blocco” del proprio contratto di lavoro.

Altre associazioni, invece, in un’interpretazione più restrittiva della sentenza costituzionale hanno optato per la richiesta di sblocco dell’indennità di vacanza contrattuale e contestuale recupero degli arretrati da settembre 2015 sino all’effettivo rinnovo contrattuale.

Infatti, secondo alcuni il calcolo delle somme perse da ciascun lavoratore andrebbe fatto avendo riguardo all’inflazione indicizzata, prendendo come base di partenza il mese di settembre 2015, così come ha stabilito la Corte Costituzionale.

In ogni caso, in queste circostanze, per effettuare una stima in concreto del danno economico concretamente subito (aldilà degli importi vantabili in via equitativa) si rivela opportuna, l’analisi della situazione individuale di ciascun dipendente sulla base delle buste paga.

Allo stato si può anticipare che sono stati depositati in giudizio alcuni ricorsi pilota per verificare l’orientamento della giurisprudenza di merito sul punto. Questo perché la questione è delicata e riguardando i “conti pubblici”, talvolta non sempre è facile stabilire o prevedere dove finisca la ragion di stato e dove inizi il puro diritto.

Venendo al caso di specie, qualsiasi ristoro dovrebbe riguardare il periodo sino alla data del pensionamento della lettrice che corrisponde pressappoco alla data della sentenza della Corte Costituzionale.

In una interpretazione restrittiva, dunque, la lettrice non avrebbe diritto al risarcimento per il mancato rinnovo del contratto, atteso che alla data in cui la Consulta ha dichiarato l’illegittimità sopravvenuta della norma la stessa era già in pensione.

Diversamente la lettrice potrebbe aderire alla richiesta di indennizzo in via equitativa commisurato alla perdita di potere d’acquisto dello stipendio per gli anni 2010, 2011, 2012, 2013, 2014 e 2015 (sino ad aprile nel caso specifico) ma con le criticità sopra anticipate.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Chiara Samperisi

[1] art. 9 comma 17 del D.l. n. 78/2010 convertito dall’art 1 comma 1 della Legge n. 122/2010.

[2] Corte Costituzionale, sent. n. 178 del 24.06.2015.



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