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Eredità, quote di legittima e donazione in denaro

21 Aprile 2018
Eredità, quote di legittima e donazione in denaro

Ho comprato un immobile intestandolo a un figlio e dando all’altro l’equivalente in denaro. Ora, nel testamento olografo, ho attribuito ai figli le quote di legittima comprensive di quanto già dato e al coniuge la disponibile. I miei figli sono in disaccordo e, non potendo dimostrare, per carenza di documentazione, la dazione di denaro a suo tempo da me effettuata temo che il figlio che ricevette il contanti possa disconoscerlo e avanzare pretese nei confronti del fratello. Se sì, cosa si può fare per proteggere l’altro figlio?

Innanzitutto, come saprà, la quota disponibile, cioè la quota di eredità che chi redige il testamento è libero di disporre a favore di chiunque desideri, nel caso sopravvivano il coniuge e due figli è pari ad un quarto.

Infatti, nel caso in cui sopravvivano il coniuge e due figli, al coniuge spetta un quarto dell’eredità e ai due figli spetta complessivamente la metà dell’eredità (un quarto per ciascuno): e perciò la quota disponibile, soddisfatte quelle spettanti per legge a coniuge e figli, è pari ad un quarto.

La legge consente all’erede cosiddetto legittimario (cioè al parente a cui la legge riconosce una quota intangibile di eredità e cioè al coniuge e ai figli innanzitutto) di chiedere la reintegrazione della quota di legittima che egli ritenga sia stata lesa a seguito di disposizioni testamentarie e di donazioni compiute in vita dal de cuius (cioè da chi ha lasciato testamento).

L’azione che consente al legittimario di chiedere, ed eventualmente ottenere, la reintegrazione della propria quota di legittima è la cosiddetta azione di riduzione (disciplinata dagli articoli 553 e seguenti del codice civile).

Nel caso di specie, dunque, il figlio destinatario della donazione in denaro potrebbe agire chiedendo la riduzione della donazione dell’immobile effettuata dal lettore a favore dell’altro figlio se, in modo evidentemente scorretto, si “dimenticasse” di calcolare a carico della propria quota la donazione in denaro effettuata a suo favore.

La legge, per accertare se c’è stata la lesione della quota di legittima, stabilisce che:

1) debba essere calcolato innanzitutto il valore di tutti i beni ereditari al momento dell’apertura della successione;

2) venga sottratto da questo valore l’ammontare dei debiti gravanti sull’eredità sempre con riferimento al momento dell’apertura della successione;

3) si faccia la somma tra attivo netto (cioè valore dei beni meno valore dei debiti) e valore della donazioni di immobili e mobili (compreso il denaro) effettuate dal defunto durante la sua vita;

4) si calcolino la quota disponibile e la quota indisponibile (cioè quella cosiddetta legittima spettante per legge generalmente a coniuge e figli) sulla somma di attivo netto più donazioni:

in questa fase del calcolo andranno imputate ai singoli eredi legittimari le donazioni fatte ad essi che andranno, in concreto, a diminuire la quota ad essi spettante.

Ed infatti la legge, cioè l’articolo 564 del codice civile, impone all’erede legittimario (coniuge e figli) che proponga l’azione di riduzione di imputare alla propria quota di legittima le donazioni già da lui ricevute: pertanto, il figlio che ha ricevuto dal lettore la donazione di denaro è tenuto, nel caso in cui proponesse azione di riduzione nei confronti del fratello e/o della madre, ad imputare alla propria quota di legittima il valore delle donazioni a lui fatte (a meno che non ne sia stato dispensato da chi fece la donazione).

Il problema, dal lettore già individuato, è che in mancanza di una prova evidente di questa donazione in denaro, il figlio potrebbe (scorrettamente) evitare di imputarla a carico della propria quota facendo risultare che la quota a lui spettante non deve in alcun modo essere diminuita e questo potrebbe avere come effetto quello che la donazione dell’immobile a favore del fratello possa alla fine essere considerata in eccesso rispetto alla quota di cui il lettore poteva disporre (in modo da ottenerne la riduzione ai sensi dell’articolo 555 del codice civile).

Le donazioni, e questo è il nocciolo del problema, non possono essere provate utilizzando testimoni in quanto la legge vieta di provare con testimoni gli atti per i quali sia necessaria la forma scritta (e la legge infatti richiede per le donazioni non solo la forma scritta, ma addirittura anche l’atto pubblico notarile).

Per dimostrare la donazione in denaro non sarebbe nemmeno sufficiente che il lettore la menzioni nel testamento e non servirebbe nemmeno (perché la legge lo impedisce nel caso di atti per cui è obbligatoria, come per la donazione, la forma scritta) che deferisca a suo figlio un giuramento, cioè che chieda a suo figlio di giurare, nel corso della causa di riduzione, sul fatto di aver ricevuto una somma di denaro in donazione.

Stando così le cose, il figlio potrebbe (quando il lettore non ci sarà più) tacere della donazione in denaro a lui fatta (che sarebbe poi impossibile da dimostrare in assenza di una sua traccia scritta) e agire per far ridurre la donazione dell’immobile effettuata a favore del fratello (e ottenere alla fine del giudizio la reintegrazione della sua quota di legittima, anche attraverso una compensazione in denaro, a condizione che il giudizio di riduzione accerti che vi sia stata effettivamente una lesione della sua quota dovuta alla donazione dell’immobile effettuata dal lettore a favore dell’altro fratello).

Stando così le cose il suggerimento che si può dare al lettore è solo quello di fare il possibile per rintracciare una qualsiasi prova scritta della donazione in denaro e, soprattutto, di convincere suo figlio a riconoscere quanto gli ha a suo tempo donato evitando pertanto di proporre un’azione di riduzione dopo che il lettore non ci sarà più.

In mancanza di prova scritta, infatti, la donazione diretta di denaro non può per legge essere dimostrata in giudizio con testimoni.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte



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