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Editoriali Processo Enel Brindisi: la città parte civile

Editoriali Pubblicato il 20 dicembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 20 dicembre 2012

7 gennaio 2013: in quella data si saprà, probabilmente, quante e quali parti civili rimarranno in uno dei processi penali più importanti celebrati a Brindisi in materia di ambiente violato, dunque di salute pubblica aggredita, quello ai dirigenti Enel della centrale termoelettrica di Cerano, di cui ieri, 12.12.12, si è tenuta la prima udienza innanzi al Tribunale di Brindisi in composizione monocratica, giudice F. Cacucci.

Importante almeno sotto il profilo simbolico, giacché i capi d’imputazione sono assai “esigui” rispetto a quello che, con estrema probabilità, è stato ed è il reale impatto di quell’insediamento industriale sull’ambiente circostante e sulla salute delle persone che vivono da quelle parti: getto pericoloso di cose e danneggiamento aggravato, nella specifica forma di “insudiciamenti ed imbrattamenti reiterati nel tempo ai terreni ed alle colture ivi presenti”.

Forse, le conseguenze dannose, sull’aria, sul suolo e sul sottosuolo nonché sulle persone, dell’attività di quell’impianto vanno un po’ oltre gli “insudiciamenti ed imbrattamenti”.

In ogni caso, è un primo, fondamentale, passo nell’accertamento della verità dei costi ambientali e sociali della “centrale energetica Brindisi”, uno dei tanti scellerati esempi del modello di sviluppo che è stato imposto, con varie forme di pressione, a questa città nei decenni scorsi, e che qualcuno vorrebbe rinverdire con altri simili insediamenti energetici non proprio a basso impatto, né ambientale né democratico.

Per questo, contadini che hanno subito enormi danni ai loro terreni ed alle loro colture dalle sistematiche dispersioni di polveri di carbone verificatesi negli anni dall’impianto termoelettrico; associazioni ambientaliste storiche come Legambiente e Medicina Democratica e altre di natura locale, ma sempre estremamente attive nella difesa dell’ambiente e della salute, come Salute Pubblica e il Comitato “No al carbone”, ed altri soggetti ancora hanno chiesto di entrare in questo processo come parti civili.

Perché quando un processo penale riguarda l’ambiente ne vengono anche coinvolti, quasi automaticamente, i diritti fondamentali di tante persone: da quello di proprietà a quello alla salute.

Dato che prima qualcuno li ha violati (i responsabili dei grossi insediamenti industriali presenti sul territorio) e qualcun altro non è stato in grado di tutelarli in maniera preventiva (le istituzioni pubbliche preposte alla difesa dell’ambiente e della salute pubblica), ai titolari di questi diritti non rimane altro che provare ad ottenere il risarcimento conseguente a quella violazione, cioè a quei danni subiti, per esempio con la costituzione di parte civile nei processi penali di questo tipo.

Non è sufficiente, ma è necessario, anche in chiave “preventiva”: non c’è nulla che istighi di più alla commissione di un delitto (ed ai danni che ne conseguono) che la certezza, in capo a chi potrebbe commetterlo, dell’impunità totale, sia sotto il profilo penale che civile.

Di STEFANO PALMISANO


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