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Lo sai che? Lasciare casa: si può se tuo marito ti mette le corna?

Lo sai che? Pubblicato il 16 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 aprile 2018

Separazione con addebito per chi abbandona il tetto coniugale, salvo che ciò sia determinato da un grave comportamento colpevole dell’altro coniuge.

Immagina di tornare a casa e di trovare casualmente, sul cellulare di tuo marito, un messaggio che denuncia una tresca con un’altra donna. Lui dice che quel testo non dimostra nulla, che un messaggio è una cosa, un rapporto un’altra. A te invece basta quel semplice indizio per fare una prova. Così raccogli dall’armadio il necessario per qualche notte, fai la valigia e te ne vai sbattendo la porta di casa. Vai a stare dai tuoi genitori e, nel frattempo, valuti la possibilità di chiedere una separazione per tradimento. Dopo qualche giorno, però, con tua somma sorpresa, vieni a sapere da un comune amico che anche lui ha intenzione di chiedere la separazione, ma con addebito a carico tuo per aver abbandonato il tetto coniugale: a suo avviso, l’esserti allontanata da casa senza alcun fondato motivo e senza l’autorizzazione del giudice lo legittima a rivolgersi al tribunale e ad addossarti la responsabilità per la fine della convivenza. Insomma, tuo marito vorrebbe farti passare dalla parte della ragione a quella del torto. Così, prima di passare al contrattacco e intentare una causa nei suoi confronti, ti chiedi allora se davvero si può lasciare casa se tuo marito ti mette le corna. La questione è stata decisa qualche ora fa dalla Cassazione [1] che, sul punto, si è espressa nel seguente modo.

L’obbligo di coabitazione

Tra gli obblighi che il codice civile [2] impone a marito e moglie vi è quello della coabitazione. La residenza familiare può identificarsi con un luogo di abitazione, una casa con beni mobili, arredi, elettrodomestici e tutto ciò che è in grado di garantire uno standard di vita familiare. Nessuno dei due se ne può andare di punto in bianco, senza alcuna valida ragione, se non ha più intenzione di far ritorno nella casa comune. Questo significa che l’abbandono del tetto coniugale per una o poche notti, a seguito di un litigio furibondo, è tollerato. Non lo è invece se il distacco è definitivo.

Allontanarsi da casa, facendo mancare al coniuge i mezzi di sussistenza, costituisce anche reato (si pensi al marito che è l’unico a lavorare in famiglia e che se ne vada facendo mancare alla moglie i soldi per sopravvivere). Il semplice abbandono invece non è reato ma comporta solo l’addebito. La principale conseguenza dell’addebito è la perdita del diritto all’assegno di mantenimento.

Lasciare casa: si può se tuo marito ti tradisce?

A questo punto bisogna chiedersi se si può andare via di casa nel momento in cui si scopre un tradimento da parte del coniuge. La risposta, ad avviso della Cassazione, è positiva. Difatti, l’allontanamento dalla casa coniugale può essere motivo di separazione con addebito solo se non è determinata da altre valide ragioni, ragioni che devono essere esse stesse – e non invece l’allontanamento – il motivo della fine del matrimonio. In altre parole, l’abbandono della residenza è consentito quando ciò non è la causa ma l’effetto di una crisi coniugale intervenuta in precedenza (anche un minuto prima) per differenti motivi. Chi scopre una relazione del coniuge gli può girare i tacchi, dirgli addio e magari sbattere la porta di casa.

La Suprema Corte ritiene quindi che la scoperta di messaggi sullo smartphone da parte di una possibile amante, di una chat segreta su Facebook o il profilo aperto su qualche sito di incontri online sia una ragione più che sufficiente per compromettere la fiducia tra marito e moglie e giustificare la separazione con addebito. Inutile minimizzare sostenendo che l’sms non proverebbe nulla: è già esso stesso un comportamento illecito perché fa venir meno il clima di serenità ed è quindi un comportamento contrario al matrimonio. In altri termini non c’è bisogno della consumazione di un rapporto carnale per far scattare l’adulterio.

Di conseguenza – conclude l’ordinanza in commento – non costituisce una violazione dell’obbligo di coabitazione l’allontanamento dettato dalla scoperta di un messaggio hot se non ci sono mai state, in precedenza, tensioni tra i coniugi.

Quando si può andare via di casa?

Un coniuge può legittimamente allontanarsi dalla residenza familiare se ricorre una giusta causa ossia quando:

  • esistono situazioni o comportamenti dell’altro coniuge incompatibili con la prosecuzione della coabitazione;
  • è in atto una crisi matrimoniale e quindi l’allontanamento non è causa della crisi matrimoniale, ma la sua conseguenza;
  • è stata proposta una domanda di separazione, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio.

note

[1] Cass. ord. n. 9384/18 del 16.04.2018.

[2] Art. 143 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 22 marzo – 16 aprile 2018, n. 9384
Presidente Giancola – Relatore Tricomi

In fatto e in diritto

Rilevato che:
Pi. Be. ricorre con quattro motivi per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Bologna, in epigrafe indicata, che aveva confermato la prima decisione in controversia concernente la separazione giudiziale da Fe. Mi.: in primo grado, respinta la domanda di addebito a carico della moglie, il marito era stato onerato di un contributo al di lei mantenimento di Euro.600,00= mensili.
Fe. Mi., provvisoriamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato, replica con controricorso.
Il ricorso e stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375, ultimo comma, e 380 bis 1, cod. proc. civ.
Considerato che:
1.1. Primo motivo – Violazione e falsa applicazione degli artt. 151, secondo comma, cod. civ. (art.360, primo comma, n.3, cod. proc. civ.).
A parere del ricorrente la Corte di appello ha errato nell’escludere la pronuncia di addebito della separazione a carico della moglie per violazione dei doveri di assistenza materiale e di collaborazione dell’interesse della famiglia, sulla ritenuta «assenza di allegazione e prova di un accordo tra essi in ordine alla gestione del ménage familiare da parte della sola moglie», in quanto – a suo dire – il dovere di accudimento non presuppone un accordo, ma consegue agli obblighi nascenti dal matrimonio.
1.2. Il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi in rito, espressa dalla Corte di appello circa la mancanza di specificità del motivo di appello redatto in violazione dell’art.342 cod. proc. civ rispetto alla statuizione di primo grado.
2.1. Secondo motivo – Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (art.360, primo comma, n.5, cod. proc. civ.) individuato negli esiti delle investigazioni private dalle quali sarebbe emerso che la moglie aveva preso in affitto altri appartamenti, all’insaputa del marito, ove si sarebbe recata quotidianamente.
2.2. Terzo motivo – Violazione e falsa applicazione degli artt. 151 cod. civ. e 143, secondo comma, cod. civ. (art.360, primo comma, n.3, cod. proc. civ.); erronea valutazione dell’obbligo di coabitazione.
Il ricorrente si duole che la Corte di appello abbia ritenuto giustificato l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale senza preavviso esclusivamente per la scoperta di un interesse del marito alla ricerca di compagnie femminili sul Web: sostiene che tale circostanza non era sufficiente a provare che l’allontanamento fosse dipeso esclusivamente da ciò, in assenza di pregresse tensioni tra i coniugi.
2.3. Sul piano logico/giuridico l’esame del terzo motivo deve precedere quello del secondo.
2.4. Il terzo motivo è inammissibile perché la Corte di appello ha escluso la violazione dell’obbligo di coartazione ravvisando una violazione degli obblighi di fedeltà ex art. 143 cod. civ. da parte del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet, ritenendo ciò “circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l’insorgere della crisi matrimoniale all’origine della separazione” (fol.6 della sent.): su tale statuizione, non oggetto di impugnazione in quanto il ricorrente si è limitato a minimizzare la sua condotta, si è formato un giudicato interno incompatibile con la pronuncia di addebito per abbandono del tetto coniugale perché questo è stato ritenuto giustificato, dalla Corte territoriale, proprio dalla violazione degli obblighi di fedeltà.
2.5. All’inammissibilità del terzo motivo consegue l’assorbimento del secondo motivo che, oltre ad essere carente sul piano dell’autosufficienza in ordine al momento in cui tali circostanze -dedotte, peraltro, in modo generico – siano state introdotte nel giudizio, risulta privo di decisività, sia per il contenuto intrinseco -che attiene al libero esercizio del diritto di circolazione della moglie -, sia perché -come già chiarito – l’abbandono della casa coniugale è stato considerato, con statuizione non impugnata, come conseguenza della violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito.
3.1. Quarto motivo – Violazione e falsa applicazione dell’art.156 cod. civ. (art.360, primo comma, n.3, cod. proc. civ.).
Il ricorrente si duole che la Corte di appello nel determinare l’assegno di mantenimento per la moglie nella somma di Euro.600,00 = , oltre ISTAT, non abbia tenuto conto della breve durata del matrimonio (nemmeno un anno, così in ricorso, fol. 11); si duole altresì che sia stata considerato solo l’ammontare della pensione dallo stesso percepita di Euro.3.000,00= e non anche la circostanza ammessa dalla stessa moglie di svolgere lavori in nero, la proprietà da parte di questa di automobili di grossa cilindrata, nonché la nuda proprietà di quote di immobili, oltre che l’intera proprietà dell’immobile ed altre potenzialità economiche a lei favorevoli, che il ricorrente illustra senza precisare se e quando siano state sottoposte al giudice del merito, così violando l’onere di autosufficienza.
Il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi fondata, quanto al profilo della durata del matrimonio, sulla inconferenza di tale criterio – in quanto proprio dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio – rispetto al riconoscimento del diritto all’assegno ex art. 156 cod. civ.; quanto al profilo delle possidenze immobiliari della moglie, sulla mancanza di specificità del motivo di appello in violazione dell’art.342 cod. proc. civ., tenuto conto dello stato di disoccupazione della stessa. La doglianza è inoltre volta ad ottenere una inammissibile rivalutazione del merito.
4.1. Conclusivamente, il ricorso va dichiarato inammissibile
Pi. Be., in ragione della soccombenza, è tenuto alla refusione delle spese del ricorso.
Posto che il difensore della controricorrente ha allegato che l’assistita è stata provvisoriamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato, va statuito ai sensi dell’art. 133 del D.P.R. 30 maggio 2002, n.115, l’obbligo del soccombente di versare all’Amministrazione Finanziaria dello Stato le spese sostenute dalla parte vittoriosa nel giudizio di legittimità.
Non compete a questa Corte adottare alcun provvedimento di liquidazione, alla stregua della corretta lettura degli artt. 82 e 83 del citato D.P.R., data dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. nn. 22616/2004 – 16986/2006 – 13760/2007 – 11028/2009 -23007/2010 – Sez. U. n. 22792/2012), tal liquidazione spettando al giudice del merito che ha emesso la pronuncia passata in giudicato per effetto della presente sentenza.
Si dà atto, – ai sensi 13, comma 1 quater del D.P.R. del 30.05.2002 n.115, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma dell’art.52 del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196.

P.Q.M.

– Dichiara inammissibile il ricorso;
– Condanna il ricorrente a corrispondere le spese del giudizio di legittimità all’Amministrazione Finanziaria dello Stato;
– Dà atto, ai sensi 13, comma 1 quater del D.P.R. del 30.05.2002 n.115, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13;
– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del d.lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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