Diritto e Fisco | Editoriale

Naspi: dopo il contratto a termine spetta?

6 maggio 2018 | Autore:


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Alla cessazione del contratto a tempo determinato si ha diritto alla Naspi?

È scaduto il termine del tuo contratto di lavoro e non ti è stato rinnovato? Forse non sai che puoi aver comunque diritto alla Naspi, l’indennità di disoccupazione. La cessazione del contratto a termine, difatti, si considera come perdita involontaria del lavoro, alla pari del licenziamento o delle dimissioni per giusta causa. Pertanto, la Naspi spetta dopo il contratto a termine, se alla scadenza il datore di lavoro non lo rinnova o non lo trasforma a tempo indeterminato, sussistendo i requisiti minimi (13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni e 30 giornate lavorate nell’anno).

Ma vediamo, più nel dettaglio, in quali casi dopo il contratto a termine spetta la Naspi: quali sono i requisiti minimi e quali le condizioni per il diritto alla disoccupazione, come si calcola l’indennità e per quanto tempo viene corrisposta.

Quali requisiti sono necessari per la Naspi?

Per il diritto all’indennità di disoccupazione Naspi sono sufficienti 13 settimane di contributi versate negli ultimi 4 anni, purché non abbiano già dato luogo a un periodo di disoccupazione indennizzata. Facciamo un esempio per capire meglio: se il lavoratore ha alle spalle 6 mesi di contributi, corrispondenti a 26 settimane, ma, di queste, 20 settimane sono relative a un rapporto di lavoro intervenuto precedentemente, che ha già dato luogo a una precedente indennità di disoccupazione, il lavoratore ha solo 6 settimane utili ai fini Naspi.

Per il diritto alla Naspi sono poi necessarie 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno.

La Naspi si ottiene, comunque, solo se l’interessato è in stato di disoccupazione: deve, cioè, aver perso l’impiego involontariamente ed aver reso la Did, la dichiarazione d’immediata disponibilità (al lavoro ed agli interventi di politiche attive del lavoro: formazione, orientamento, riqualificazione…), all’Inps (online o tramite patronato), al centro per l’impiego o presso il portale Anpal.

La Naspi si ottiene solo per licenziamento?

Come abbiamo osservato, l’indennità di disoccupazione spetta non solo se il lavoratore viene licenziato, ma la Naspi spetta anche dopo il contratto a termine, se non viene rinnovato o trasformato alla scadenza. Spetta, inoltre, in caso di dimissioni per giusta causa o durante il periodo protetto per maternità e, in alcuni casi, anche se il rapporto termina per risoluzione consensuale.

Nello specifico, se il lavoratore ha lasciato il precedente impiego con una risoluzione consensuale, bisogna considerare che nelle principali ipotesi la risoluzione consensuale non è assimilata alla perdita involontaria dell’occupazione. Fanno eccezione i casi in cui la risoluzione consensuale intervenga:

  • nella procedura di conciliazione a seguito di licenziamento;
  • per rifiuto al trasferimento, se la nuova sede dista oltre 50 chilometri dalla residenza del lavoratore, oppure risulta mediamente raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici.

Come si calcola la Naspi per i lavoratori a termine?

Appurate quali sono le ipotesi, diverse dal licenziamento, nelle quali si ha diritto alla Naspi, bisogna però capire qual è l’ammontare dell’indennità di disoccupazione alla quale si ha diritto, e qual è la durata del periodo di disoccupazione indennizzata.

A questo proposito, bisogna tener presente che il calcolo dell’indennità di disoccupazione Naspi segue delle regole differenti rispetto alle precedenti indennità di disoccupazione Aspi, Mini Aspi, Ds e Ds a requisiti ridotti, sia per quanto riguarda l’ammontare che la durata. Queste regole sono state spiegate, nel dettaglio, da un’esauriente circolare dell’Inps [1]: cerchiamo di riassumerle brevemente.

Per quanto riguarda il calcolo dell’ammontare mensile della Naspi, la misura dell’indennità si ottiene:

  • sommando gli imponibili previdenziali (in busta paga, sotto la voce imponibile Inps) degli ultimi 4 anni, comprensivi degli elementi continuativi e non continuativi e delle mensilità aggiuntive;
  • dividendo il risultato per le settimane di contribuzione, indipendentemente dalla verifica del minimale; nel calcolo sono considerate tutte le settimane, indipendentemente dal fatto che esse siano interamente o parzialmente retribuite;
  • moltiplicando il tutto per 4,33.

Se l’importo ottenuto è pari o inferiore a 1.208,15 euro, l’indennità ammonta al 75% di questo importo; se è superiore si aggiunge anche il 25% della differenza tra l’imponibile e 1.208,15 euro. La Naspi non può mai superare, comunque, 1.314,30 euro mensili.

L’indennità diminuisce del 3% al mese a decorrere dal primo giorno del quarto mese di fruizione.

Il calcolo è lo stesso indipendentemente dalla tipologia di contratto subordinato, a termine o a tempo indeterminato: non ha infatti importanza che gli ultimi 4 anni siano lavorati per intero, in quanto il calcolo si basa sulla media degli imponibili previdenziali.

Come si calcola la Naspi per i lavoratori a termine part time?

Per i lavoratori, a termine e a tempo indeterminato, che hanno un contratto di lavoro a tempo parziale, il calcolo della Naspi è lo stesso appena esposto: va sempre considerata la retribuzione utile degli ultimi 4 anni (nei quali ci saranno periodi a retribuzione ridotta, essendovi un contratto part-time) e va sempre tenuto conto della percentuale del 75% dell’imponibile medio mensile.

In buona sostanza, se per un lavoratore part time risulta un imponibile medio mensile, determinata come osservato nel paragrafo precedente, con riferimento agli ultimi 4 anni, pari a mille euro, la Naspi sarà pari a 750 euro mensili, che spetteranno in base alla durata calcolata. Se la Naspi non spetta soltanto per mensilità intere, ma in base alla durata calcolata avanzano frazioni di mese, l’importo mensile spettante va diviso per 30 e moltiplicato per il numero di giornate della frazione di mese: ad esempio, se spettano 45 giorni di Naspi, si avrà diritto a 750 euro per 30 giorni + 375 euro per gli ulteriori 15 giorni.

Come si calcola la durata della Naspi per i lavoratori a termine?

Per quanto riguarda il calcolo della durata della Naspi, il beneficiario riceve l’indennità per un numero di settimane pari alla metà di quelle coperte da contribuzione negli ultimi 4 anni, a prescindere dal tipo di contratto di lavoro, a termine o a tempo indeterminato.

In particolare, per quanto riguarda il calcolo delle settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, ai fini del diritto sono valide tutte le settimane retribuite, purché per esse risulti, anno per anno, complessivamente erogata o dovuta una retribuzione non inferiore ai minimali settimanali.

Questa disposizione non si applica ai lavoratori domestici, agli operai agricoli e agli apprendisti.

Ai fini del diritto alla Naspi, contano anche le settimane di contributi dovute ma non versate dal datore di lavoro, in base al principio dell’automaticità delle prestazioni [2].

Ai fini del perfezionamento del requisito richiesto di 13 settimane minime di contributi nei 4 anni, si considerano utili:

  • i contributi previdenziali, comprensivi della quota disoccupazione (Ds, Aspi, Naspi), versati durante il rapporto di lavoro subordinato;
  • i contributi figurativi accreditati per maternità obbligatoria se all’inizio del congedo risulta già versata o dovuta contribuzione;
  • i periodi di congedo parentale indennizzati e intervenuti in costanza di rapporto di lavoro;
  • i periodi di lavoro all’estero in Paesi comunitari o convenzionati con l’Italia;
  • i periodi di assenza dal lavoro per malattia dei figli fino agli 8 anni di età, nel limite di cinque giorni lavorativi nell’anno solare.

Sono invece considerati neutri (cioè devono essere “saltati” e si devono cercare ulteriori periodi a ritroso ai fini del quadriennio di osservazione) i seguenti periodi:

  • malattia e infortunio sul lavoro nel caso non vi sia integrazione della retribuzione da parte del datore di lavoro (ovviamente nel rispetto del minimale retributivo);
  • cassa integrazione straordinaria e ordinaria con sospensione dell’attività a zero ore (Cig e Cigs a zero ore);
  • assenze per permessi e congedi fruiti dal lavoratore che assiste un familiare con handicap in situazione di gravità (Legge 104).

Bisogna poi sottrarre le settimane che hanno dato luogo, negli ultimi quattro anni, ad una prestazione di disoccupazione (Naspi, Aspi, Mini Aspi, Dso, etc.). Secondo la normativa [3], infatti, come già osservato ai fini del calcolo della durata della Naspi, non è possibile utilizzare le settimane che abbiano già dato luogo ad una prestazione di disoccupazione, con la conseguenza che queste settimane vanno sottratte riducendo la durata massima potenziale del nuovo ammortizzatore.

Entro quando va chiesta la Naspi per i lavoratori a termine?

La domanda Naspi deve essere inviata entro 68 giorni dalla perdita dell’impiego; per i lavoratori a termine, dunque, è necessario inviare la domanda entro 68 giorni dalla cessazione del contratto, se non rinnovato o trasformato.

Se il lavoratore possiede già le credenziali per l’accesso ai servizi web dell’Inps, sarà lo stesso istituto ad avvertirlo di aver diritto alla prestazione, e a rendere disponibile un modulo online precompilato per richiederla.

note

[1] Inps Circ. n. 94/2015.

[2] Art.2116 del Codice Civile.

[3] D.lgs.22/2015.

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