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Sas: maggioranze per la convocazione

21 Aprile 2018
Sas: maggioranze per la convocazione

Trattasi di una sas, quattro accomandatari di cui due amministratori ed un accomandante. Abbiamo intenzione di convocare un’assemblea per stabilire compiti e compensi degli amministratori. Uno deve essere responsabile della contabilità e l’altro deve occuparsi dell’attività dello stabilimento balneare e dei rapporti con la clientela. Credo che per la convocazione serva almeno il 50% della proprietà (compreso l’accomandante). Per le due delibere (compiti e compensi) si tiene conto del voto dell’accomandante?

Innanzitutto la Corte di Cassazione considera sicuramente possibile che anche nell’ambito di una società in accomandita semplice le decisioni dei soci possano essere adottate con il metodo assembleare (cioè prevedendo l’assemblea dei soci tra gli organi sociali).

Risulta cioè possibile e lecito che le decisioni sulle quali i soci di una s.a.s. sono chiamati ad esprimersi siano adottate convocando una assemblea (così si espresse la Corte di Cassazione con sentenza n. 8.276 del 7 giugno 2002), tanto più che secondo la Cassazione sarebbe nulla la determinazione dei compensi degli amministratori, non prevista direttamente dallo statuto, senza una delibera dell’assemblea dei soci (così Cassazione, sentenza n. 17.673 del 2013).

Occorre poi dire e ribadire che:

– la legge chiarisce che se è previsto (nell’atto costitutivo) che per l’amministrazione o per determinati atti (ad esempio per la determinazione del compenso degli amministratori o altre decisioni specifiche) sia necessario il consenso della maggioranza, questa si determina secondo le quote attribuite a ciascun socio negli utili (così dispongono gli articoli 2258, 2° comma e 2257, 3° comma, del codice civile);

– in assenza di una norma interna alla società che fissi le maggioranze necessarie per l’adozione di determinati atti o se le regole interne stabiliscono solo che sia necessaria la decisione “a maggioranza” dei soci senza ulteriori specificazioni, la regola che la dottrina maggioritaria

suggerisce è quella per cui ove si tratti di atti di amministrazione corrente (come nel caso di determinazione dei compensi degli amministratori o simili) per  l’approvazione della decisione (e, quindi, anche per la valida costituzione dell’assemblea) sia necessaria la maggioranza calcolata secondo le quote di partecipazione negli utili.

Sulla questione del voto dell’accomandante, occorre dire quanto segue.

Per l’accomandante vige il divieto di ingerenza nell’amministrazione della società fissato dall’articolo 2320 del codice civile: in base a questa norma, cioè, i soci accomandanti non possono compiere atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società.

Se lo facessero, essi assumerebbero responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali e potrebbero anche essere esclusi dalla società (sempre secondo quello che prevede l’articolo 2320 del codice civile).

Siccome la determinazione del compenso degli  amministratori (ovvero anche la determinazione dei loro compiti) è uno degli atti con i quali l’assemblea esercita poteri di gestione e di amministrazione (normalmente esercitati direttamente dagli amministratori), risulta che se l’accomandante partecipasse con il proprio voto alla determinazione del compenso, egli di fatto compirebbe un atto di amministrazione (a lui vietato dall’articolo 2320 del codice civile) con le conseguenze sopra descritte.

Si noti che è stata la Corte di Cassazione (sentenza a Sezioni Unite n. 21.933 del 29 agosto 2008) ad accennare alla determinazione del compenso degli amministratori come atto di gestione e che, perciò, prudenzialmente sarebbe opportuno (nello stesso interesse dell’accomandante) che egli non partecipasse al voto sulla determinazione del compenso degli amministratori e a quello sulla specificazione dei compiti ad essi spettanti (attività accostabile alla determinazione del mandato ad amministrare) e che, pertanto, le decisioni fossero adottate non considerando la sua quota di partecipazione proprio in quanto gli è preclusa la partecipazione all’amministrazione della società.

Si specifica ulteriormente che per atti di gestione, preclusi ai soci accomandanti in base al divieto di immistione previsto dall’articolo 2320 1° comma, del codice civile, si intendono quelli con i quali si dirigono gli affari sociali, cioè di atti che implicano una decisione che è propria del titolare dell’impresa e non i semplici atti esecutivi che  resuppongono scelte già adottate a cui si dà esecuzione.

Ebbene, decidere i compensi e i compiti degli amministratori non paiono mere scelte esecutive, ma veri e propri atti interni di gestione e, come tali, preclusi dall’articolo 2320 del codice civile al socio accomandante (sotto pena dell’assunzione della responsabilità illimitata da parte sua e della possibile esclusione dalla società).

Va evidenziato, per concludere, che per la Corte di Cassazione (sentenza n. 6.906 del 15 dicembre 1982) il divieto per gli accomandanti di ingerirsi nell’attività di amministrazione è inderogabile con riferimento a quelli che sono gli atti di gestione interna (come possono essere le decisioni sui compensi e le attribuzioni degli amministratori).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte



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