Diritto e Fisco | Editoriale

App digitali: lavorare senza un lavoro

17 Aprile 2018 | Autore:
App digitali: lavorare senza un lavoro

Come funzionano le prestazioni occasionali con le applicazioni: consegne, piccole riparazioni, commissioni. Quando vengono pagate e cosa dice la legge.

La crisi del mercato del lavoro obbliga spesso a fare di necessità virtù. A fare propria una delle qualità per cui l’Italia è diventata famosa in tutto il mondo: l’arte di arrangiarsi. A consolarsi pensando che quel poco che si ha è sempre «meglio di niente». Insomma, ad accettare un mestiere precario che oggi c’è, domani non si sa e dopodomani ci può essere ancora. È come lavorare senza un lavoro, perché non si può dire che si stia del tutto fermi, occorre dare piena disponibilità quando si viene chiamati ma non c’è la sicurezza di portare a casa uno stipendio decente alla fine del mese.

Queste attività precarie si sono moltiplicate con lo sviluppo delle nuove tecnologie e, in particolare, delle app. Se una volta per arrotondare si faceva il cameriere in un ristorante il fine settimana o si faceva qualche ora come barista o come giardiniere, oggi le occasioni offerte dalle app digitali per lavorare senza un lavoro si cercano sugli smartphone. In pratica, ci si iscrive ad una piattaforma dicendo quello che si è disposti a fare (il fattorino, la consegna delle pizze, il dog-sitter, la spesa per gli anziani, la coda in Posta per chi non ha tempo di farla, ecc.) e si attende non una chiamata (roba da old economy) ma una notifica. Più si è disponibili, più probabilità si hanno di essere chiamati (pardon, contattati) un numero maggiore di volte. Cioè, più si guadagna.

Il che ha una doppia conseguenza: la prima, che si finisce per lavorare 7 giorni su 7. La seconda, che non c’è alcun diritto che tenga (anche se, come vedremo, sulla carta ci sarebbero delle norme da rispettare). In altre parole, è il vecchio discorso di sempre: se non ti sta bene, fuori c’è la coda di persone che vorrebbero il tuo posto.

Grazie alle app digitali, lavorare senza un lavoro non è più riservato solo agli studenti che vogliono racimolare qualche soldo per pagarsi le proprie spese senza gravare sui genitori: c’è uno zoccolo duro di disoccupati di qualsiasi età (persino dei pensionati il cui assegno risulta spesso imbarazzante) attaccati allo smartphone nella speranza di essere contattati per svolgere una qualsiasi attività che permetta loro di guadagnare qualcosa.

Vediamo, allora, con le app digitali come lavorare senza un lavoro, quali sono le applicazioni più popolari che offrono queste «occasioni» ma anche come dovrebbero essere rispettati i diritti di quelli che, a tutti gli effetti, sono – o dovrebbero essere –  dei collaboratori occasionali autonomi con tanto di contratto. Perché qui non si parla di lavoro nero: si parla di attività che rientrano in una normativa ben precisa, spesso disattesa con la formula del solito ricatto.

Lavorare senza un lavoro: come funzionano le app

Dicevamo prima che converrebbe cambiare il nome del «lavoro a chiamata»: ormai quasi non esiste più. Oggi dovrebbe chiamarsi «lavoro a notifica», perché è quello che avviene in questi tempi moderni fatti di app digitali. Migliaia di persone senza occupazione non si scrivono più alle liste di collocamento ma ad una piattaforma digitale. Non elencano le proprie capacità su un modulo di carta da consegnare ad un’impiegata dopo qualche ora di coda ma su un form da inviare online con un solo clic (cambia anche la terminologia, come vedete l’italiano non si usa quasi più). E come funzionano queste app per lavorare senza lavoro?

In pratica, si fa così. Uno si iscrive ad una di queste piattaforme, che altro non sono se non società di servizi: consegna di merce, assistenza a persone o animali, prestazioni professionali, ecc. Si instaura tra il «lavoratore senza lavoro» e la piattaforma un rapporto di collaborazione occasionale autonoma, ma con le regole che detta la società. E poi si aspetta. Si aspetta che arrivi una notifica sul cellulare, il che significa un incarico da svolgere subito, perché per il cliente il tempo è prezioso. Un ritardo in una consegna o in una prestazione può significare perdere quel cliente. E perdere il lavoro.

Proprio da questo dipende il fatto di essere richiesti più o meno spesso e, quindi, di guadagnare di più o di meno: la disponibilità – sette giorni su sette e 24 ore su 24 – e la capacità di riflessi nello svolgere il proprio servizio. Si entra in una sorta di graduatoria con tanto di punteggi. Più sei in alto, più vieni contattato. Ogni notifica, un tot. E alla fine del mese si fanno i conti. Se ti è andata bene, hai messo insieme circa mille euro. Sui quali, però, bisognerà – o almeno si dovrebbe – pagare le tasse.

Essere sempre disponibili non significa lavorare 24 ore al giorno. Un «lavoratore senza lavoro» può anche fare una giornata tipo di 8 ore giornaliere. Ma non è detto che sia dalle 8.30 alle 17.30 con un’ora di pausa pranzo, come un comune impiegato: c’è chi lavora di sera, chi di mattina presto, chi di notte, chi in tutti e tre i momenti. Perché potrebbe ricevere una notifica alle 8, un’altra alle 11.30, un’altra alle 21. E quando si riceve il messaggio ed il cellulare fa «plin» è ora di correre. Senza guardare l’orologio o il giorno segnato sul calendario.

C’è anche chi decide di porre dei limiti alle proprie disponibilità, magari perché per lui quello di «lavorare senza lavoro» è solo un modo per arrotondare uno stipendio o una pensione di cui già dispone. A questo punto, si inserisce in certe fasce orarie in cui sa di poter offrire la sua prestazione. Va da sé che, con fasce di reperibilità ridotte, il suo guadagno sarà più ridotto.

Lavorare senza un lavoro: le app digitali più popolari

A chi rivolgersi per lavorare senza lavoro? Quali sono le app digitali che offrono l’opportunità di guadagnare qualche centinaio di euro dando la propria disponibilità? Ce ne sono diverse sul mercato virtuale. Vediamo le più popolari.

Taskhunters è una piattaforma rivolta soprattutto ai giovani che funziona grazie ad un sistema di geolocalizzazione per conoscere la posizione degli utenti più vicini. Raccoglie le mansioni che gli iscritti sono disposti a svolgere e che vanno dalla spesa al supermercato alla cura degli animali domestici, dal trasloco al montaggio e smontaggio di mobili, dalle commissioni in Posta o in altri uffici pubblici all’assistenza informatica, dal lavoro come colf al ritiro e consegna di abiti in lavanderia, dalla presenza come hostess ad un evento al ruolo di cameriere in una cena aziendale. Se il candidato è uno studente universitario, deve registrarsi con l’e-mail della facoltà per la verifica del dominio. La piattaforma trattiene il 15% + Iva del compenso offerto dal cliente.

Deliveroo si occupa di consegne di cibo: pizza, gelati, cibo giapponese, il pollo della rosticceria o l’hamburger. Anche in questo caso di dà la disponibilità di giorni e di orari in base ai propri impegni. Bisogna garantire la reperibilità (non si può mai sapere quando viene fame ad un cliente) ma ciò non vuol dire che ci sarà la garanzia di una notifica per effettuare una consegna. Le spese di mobilità sono a carico del lavoratore: è lui a pagarsi la benzina per spostarsi di qua e di là, anche se la piattaforma riconosce un rimborso di 18 centesimi al chilometro in linea d’aria, cioè esclusi i giri di troppo per i sensi unici o per districarsi nel traffico in modo da evitare che la pizza si raffreddi o che sia passata la fame al cliente.

Gogojobo mette in contatto chi ha bisogno di una riparazione in casa e non è un mago dei fai da te (oppure non ha né tempo né voglia di farlo) e la persona che può essere in grado di aggiustare il rubinetto, montare come si deve la mensola o il mobile, sistemare la presa di corrente o persino fare l’orlo del vestito da indossare il giorno dopo per la laurea. Scaricata l’app, l’iscrizione avviene tramite Facebook oppure registrandosi con username e password. Alla fine della prestazione, il lavoratore (qui si chiama jobber) viene valutato per la qualità del lavoro svolto e per la disponibilità offerta.

Bemyeye dà la possibilità di registrarsi e trovare un lavoro tra quelli messi a disposizione sulla piattaforma. Si tratta di attività per esercizi commerciali che vanno dalla richiesta di un preventivo per acquistare un’auto o un’offerta telefonica alla realizzazione di foto degli scaffali di un supermercato per valutare il posizionamento dei prodotti ed ottenere migliori risultati di vendita. La registrazione deve includere un numero di conto PayPal. La geolocalizzazione permette di trovare dei lavori nelle vicinanze. Chi prima prenota, si aggiudica la commessa.

Jobby è l’app che consente a chi ha bisogno di lavorare senza lavoro di entrare in contatto con un punto vendita alla ricerca di un personal shopper, un cameriere, una hostess o un traduttore. Il ventaglio di possibilità, quindi, è piuttosto ampio. Il cliente ha la possibilità di offrire un incarico orario ad un minimo di 8 euro l’ora oppure di chiedere una singola prestazione ad un minimo di 4 euro. Tuttavia, deve pagare alla piattaforma il 15% sul valore netto dell’incarico.

Glovo si occupa di consegne, dal cibo al pacco, al documento. Vengono offerti fino a 10 euro all’ora, a seconda dell’esperienza e dal punteggio realizzato dalla piattaforma (quello in base al quale si ricevono più o meno notifiche, cioè richieste di lavoro). Condizioni per poter diventare un «Glover» freelance: avere 18 anni, una bici o una moto ed un dispositivo iPhone o Android per ricevere le notifiche. Oltre alla massima disponibilità possibile.

Lavorare senza un lavoro: che tipo di contratto

In teoria, chi decide o si vede costretto a lavorare senza un lavoro affidandosi alle occasioni proposte dalle app digitali ha un contratto di collaborazione occasionale autonoma, il cosiddetto PrestO. Il che, sulla pratica, non garantisce alcuna tutela. Ad esempio, molti di questi lavoratori lamentano il fatto di non percepire un euro di straordinario o di lavoro notturno: fa parte del gioco. In più, le spese (benzina, manutenzione del mezzo di trasporto utilizzato, ecc.) sono a carico del lavoratore. Ma dovrebbe essere così?

Il collaboratore autonomo è quello che effettua una prestazione occasionale impegnandosi a fornire, dietro un corrispettivo, un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio non subordinato e senza alcun potere di coordinamento da parte del datore di lavoro.

La legge [1] pone dei limiti sia economici sia di utilizzo di questo tipo di lavoratori.

Prestazione occasionale: i limiti economici

I limiti economici di chi si trova a lavorare senza lavoro con un contratto di collaborazione occasionale autonoma riguardano l’anno solare in cui viene svolta la prestazione e sono:

  • per ciascun lavoratore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, un compenso complessivo non superiore a 5.000 euro;
  • per ciascun utilizzatore, con riferimento alla totalità dei lavoratori, un compenso complessivo non superiore a 5.000 euro;
  • per prestazioni rese da un lavoratore verso lo stesso utilizzatore, un compenso complessivo non superiore a 2.500 euro.

Questi importi si intendono al netto di contributi, premi assicurativi e costi di gestione.

Il compenso si calcola sulla base del 75% del suo effettivo importo, esclusivamente nel rapporto tra ogni utilizzatore e la totalità dei lavoratori, per queste categorie di prestatori:

  • titolari di pensione di invalidità o di vecchiaia;
  • giovani con meno di 25 anni iscritti ad un ciclo di studi di qualsiasi ordine e grado;
  • disoccupati;
  • titolari di prestazioni integrative del salario, di reddito di inclusione o di altre forme di sostegno al reddito.

Non è possibile chiedere una prestazione occasionale ad un lavoratore con cui si abbia in corso o ci sia stato negli ultimi 6 mesi un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata continuativa.

Il lavoratore ha diritto all’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, con l’iscrizione alla Gestione separata [2], oltre all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali [3].

Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro, pari a 4 ore lavorate. Il compenso orario non può essere inferiore a 9 euro (tranne nel settore agricolo). L’utilizzatore dovrà applicare a questi compensi (a suo carico):

  • il 33% per la contribuzione alla Gestione separata dell’Inps;
  • il 3,5% per l’assicurazione Inail.

Prestazione occasionale: come attivare il contratto

Per attivare un contratto di collaborazione occasionale, l’utilizzatore deve comunicare all’Inps tramite il servizio online dedicato ed almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione:

  • i dati del lavoratore;
  • il compenso pattuito;
  • il luogo in cui si svolge la prestazione;
  • la durata e la tipologia della prestazione;
  • il settore dell’attività lavorativa;
  • altre informazioni necessarie alla gestione del rapporto.

L’utilizzatore, una volta effettuata la comunicazione, riceve un messaggio sms o via e-mail con la notifica o la revoca della stessa.

Il lavoratore può confermare, sempre tramite il servizio online, l’effettivo svolgimento della prestazione giornaliera entro i tre giorni successivi.

note

[1] Art. 54-bis legge n. 97/2017 del 21.06.2017.

[2] Art. 2 co. 26 legge 335/1995.

[3] DPR n. 1124/1965.


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