Diritto e Fisco | Editoriale

WhatsApp Web: la chat vale come prova?

18 Aprile 2018
WhatsApp Web: la chat vale come prova?

Che valore legale ha una conversazione registrata sul cellulare, scaricata sul computer tramite WhatsApp Web, poi stampata e presentata al giudice o alle autorità?

Hai scambiato una serie di messaggi con un’altra persona tramite WhatsApp web; nel testo ci sono le prove di un comportamento che potresti denunciare ai carabinieri o far valere davanti al tribunale. Ti chiedi però come allegare questa conversazione agli atti del processo, se sia giuridicamente possibile e se il giudice possa tenerne conto. Insomma, la chat su WhatsApp web ha valore di prova?

Aziende e privati trovano sempre il modo più veloce e semplice per comunicare, al di là del valore legale attribuito a tali sistemi. Se la trasmissione dei messaggi era prima affidata alle email, oggi queste sono state in gran parte sostituite dalle chat dirette come WhatsApp. La messaggistica che sfrutta la rete internet è infatti considerata un sistema ideale per le comunicazioni, anche quelle formali: non invasiva come una telefonata, più diretta e veloce della posta elettronica. Si pensi che, proprio di recente, la giurisprudenza ha ritenuto legittimo un licenziamento via WhatsApp. Oggi poi si è aggiunta la possibilità di utilizzare WhatsApp Web, un sistema che consente di scambiare i messaggi direttamente sfruttando il computer, senza la necessità di prendere lo smartphone. Spesso e volentieri però nelle chat finiscono conversazioni che possono essere il preludio di vertenze legali con conseguente necessità di far visionare al giudice la cronologia. La Cassazione penale ha di recente detto [1] che la chat su WhatsApp può avere valore legale, ai fini dell’accertamento di un reato, solo se il telefono viene acquisito agli atti del processo, cosa che difficilmente andrà giù a chi ha speso diverse centinaia di euro per un cellulare. Come risolvere il problema? L’eventuale stampa della chat su WhatsApp web vale come prova? Cerchiamo di dare una risposta a questo interrogativo che molte persone potrebbero oggi porsi.

Messaggio su WhatsApp: ha valore di prova?

Sebbene la legge non riconosca alle conservazioni via email, sms o WhatsApp il valore di piena prova (caratteristica che invece ha la posta elettronica certificata – Pec – o la raccomandata a/r), si sta arricchendo il filone giurisprudenziale che riconosce a queste comunicazioni una certa efficacia. Ad esempio, il Tribunale di Catania [2] ha, di recente, convalidato un licenziamento trasmesso tramite messaggio su WhatsApp; nello stesso tempo il Tribunale di Ravenna [3] ha ricostruito l’esistenza di un credito da una conversazione su WhatsApp, intimando il pagamento della relativa somma. Anche la Cassazione ha detto la sua, ritenendo valido il recesso da un contratto di lavoro comunicato tramite email: il ricevimento della posta elettronica era stato infatti dimostrato dal successivo comportamento del dipendente, il quale ne aveva inoltrato il testo ai suoi colleghi [4]. Infine è sempre la Suprema Corte a chiarire che, per presentare una denuncia relativa a un reato la cui prova è contenta in una conversazione WhatsApp, bisogna consegnare al giudice il proprio smartphone, perdendone così la disponibilità fino alla fine del processo [5].

Stampare una conversazione su WhatsApp Web: ha valore?

In generale, tutto ciò che proviene da un computer e che viene stampato su un foglio di carta può valere come prova davanti a un giudice a condizione che l’avversario non ne disconosca il contenuto. Tale disconoscimento deve consistere in una contestazione esplicita (e non generica) sulla genuinità della stampa rispetto all’originale della conversazione. Se l’avversario non osserva nulla in merito, il documento ha valore di prova; diversamente è “carta straccia”.

Lo stesso discorso può valere anche per la stampa di una chat avuta tramite WhatsApp Web. Essa avrebbe valore di prova documentale solo se confermata (anche tacitamente) dalla controparte. In caso contrario, il giudice non può tenerne conto, né potrebbe – pur volendo – risalire alla conversazione originale, cosa possibile solo tramite la presenza dello smartphone. Difatti WhatsApp Web può essere aperto solo da chi possiede fisicamente il cellulare: e non un cellulare qualsiasi ma necessariamente quello su cui è attivo il numero telefonico con cui è registrato l’account WhatsApp (vi deve essere cioè la Sim). Se il cellulare dovesse trovarsi in un altro luogo o a una distanza tale da non essere “intercettato” dal computer, la finestra di WhatsApp Web con lo scambio delle comunicazioni non si aprirebbe.

Difatti l’utilizzo di WhatsApp Web  richiede una autenticazione tramite Q-Code, un codice cioè molto simile a quello a barre ma dalla forma quadrangolare, che deve essere “scansionato” tramite il telefonino. Insomma, non stiamo parlando di una piattaforma come Facebook, su cui è possibile connettersi da qualsiasi dispositivo e in ogni momento grazie a una username e password. La connessione e l’ingresso nel profilo richiede lo smartphone.

Detto ciò, non si può superare tramite WhatsApp Web il problema dell’acquisizione del cellulare per dimostrare la genuinità della prova, sempre ammesso che – come abbiamo detto – l’avversario non si opponga.


note

[1] Cass. sent. n. 49016/17.

[2] Trib. Catania sent. n. 27.06.2017

[3] Trib. Ravenna, sent. n. 231/17 del 10.03.2017.

[4] Cass. sent. n. 29753/2017.

[5] Cass. sent. n. 49016/17.


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