Diritto e Fisco | Editoriale

Auto in prestito: se non ricordi a chi l’hai prestata cosa rischi?

18 Aprile 2018
Auto in prestito: se non ricordi a chi l’hai prestata cosa rischi?

Lecito non ricordare il conducente: chi comunica alla polizia di non poter risalire all’identità di colui che aveva in prestito l’auto non subisce né il taglio dei punti, né la seconda multa.

Hai ricevuto una multa per una infrazione del codice della strada: un autovelox ha rilevato l’eccesso di velocità e ora ti viene chiesto di pagare una somma di diverse centinaia di euro. Insieme alla contravvenzione vera e propria però c’è anche l’avviso di comunicare, entro i successivi 60 giorni, l’identità e gli estremi della patente di chi, al momento della violazione, era alla guida dell’auto. Per quanto la tua macchina venga spesso utilizzata da tua moglie e dai tuoi figli, tu ben sai che, in quella determinata circostanza e luogo, ad aver violato la legge sei stato tu. Tuttavia vorresti trovare un modo quantomeno per salvare (i già pochi) punti della patente. Così ti chiedi cosa rischi, per l’auto in prestito, se non ricordi a chi l’hai prestata. La risposta viene da una ordinanza della Cassazione di questa mattina [1]. La pronuncia è particolarmente interessante perché sposa una interpretazione del tutto nuova che favorisce l’automobilista. In questo modo la Suprema Corte finisce per spiegare come salvare i punti della patente.

L’obbligo di comunicare i dati della patente

Quando arriva una multa a casa, entro i sessanta giorni successivi il proprietario dell’auto deve inviare alla polizia una comunicazione indicando i dati di chi era alla guida al momento dell’infrazione. In questo modo, l’autorità decurta i punti dalla patente dell’effettivo responsabile. Se il conducente era lo stesso proprietario, la comunicazione va spedita ugualmente ma è su quest’ultimo che graverà sia la multa che la decurtazione dei punti.

Se invece la comunicazione non viene inviata, il proprietario non subisce la decurtazione dei punti ma una seconda multa da 282 a 1.142 euro.

Quindi, chi vuole evitare di rimanere senza punti può evitare di fornire i dati del conducente ma riceverà l’ulteriore contravvenzione, il cui importo però è più elevato rispetto a quanto potrebbe costare un corso di recupero dei punti della patente.

Che succede se l’auto era in prestito?

Le cose non cambiano in caso di auto in prestito. Resta l’obbligo di comunicare i dati della patente dell’effettivo conducente o, in caso contrario, si subisce al seconda contravvenzione. Se però viene fornita tale comunicazione, il proprietario dell’auto resta responsabile, in solido con il conducente, per la multa principale mentre solo a quest’ultimo vengono sottratti i punti dalla patente.

Che succede se si danno i dati della patente di un’altra persona?

Spesso succede che, per non vedersi decurtare i punti della patente, si diano i dati di un’altra persona (consenziente). Si tratta di solito di chi, nella famiglia, ha più punti sulla patente o di qualche anziano che non guida più. Ebbene, una tale ipotesi costituisce reato di falso in atto pubblico. È successo non poche volte che dalla foto scattata dall’autovelox si sia riuscito a scoprire la bugia (si pensi a chi dà il nome di una donna mentre dalla foto risulta che al volante vi fosse un uomo; o a chi indica un anziano mentre lo scatto mostra il volto di un giovane).

Che succede se non si riesce a ricordare il nome dell’effettivo conducente?

La Cassazione ha, a lungo, affermato che la comunicazione da inviare alla polizia deve necessariamente indicare i dati dell’effettivo conducente e non può limitarsi a sostenere di non essere in grado di ricordare. Ma una tale situazione – come spesso abbiamo denunciato sulle pagine di questo stesso giornale – era a rischio di incostituzionalità. Si finiva per preferire le famiglie con reddito alto, dove ad ogni componente corrisponde un’auto diversa (ed è pertanto più facile risalire all’effettivo conducente) rispetto a quelle monoreddito dove lo stesso veicolo è condiviso da più persone. In più il giovane ha maggior facilità a ricordare rispetto all’anziano. Il che costituiva una violazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione. A riguardo leggi Multa se non ricordi chi era alla guida dell’auto: come contestarla.

Oggi finalmente la Cassazione ha fatto dietrofront stabilendo che ben è possibile evitare sia la decurtazione dei punti dalla patente, sia la seconda multa se si mostrano valide ragioni per cui non si è in grado di ricordare chi avesse in prestito la propria auto. Il che può succedere quando il mezzo viene condiviso con altri familiari come il coniuge o i figli. Quindi, in sintesi, per salvare la patente e non pagare l’ulteriore contravvenzione è necessario:

  • rispondere entro 60 giorni all’invito della polizia di comunicare i dati del conducente
  • in quella sede dichiarare di non poter ricordare tale nominativo e offrire le motivazioni di ciò.

In tal caso quindi cade la sanzione pecuniaria per il proprietario dell’auto che comunica di non poter sapere chi era alla guida il giorno della multa. In ogni caso, sarà il giudice a valutare, caso per caso, se le giustificazioni fornite sono valide.

Resta invece sanzionato in ogni caso chi non invia alcuna comunicazione alla polizia, anche di contenuto negativo.

La Suprema Corte ha ricordato che esistono numerosi precedenti della stessa Cassazione secondo cui il proprietario dell’auto deve sempre mettersi nella condizione di sapere l’identità dei soggetti ai quali presta il veicolo e, di conseguenza, è tenuto a comunicare le loro identità all’autorità amministrativa che gliene faccia richiesta. Tuttavia non si può tenere conto del fatto che già la Corte costituzionale ha stabilito [2] che deve «essere riconosciuta al proprietario del veicolo la facoltà esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità di rendere una dichiarazione diversa da quella negativa». La legge infatti sanziona il rifiuto della condotta collaborativa, e non la semplice omessa collaborazione, necessaria ai fini dell’accertamento delle infrazioni stradali. Ne consegue, ha proseguito la Cassazione, che, se è vero che va multato chi non risponde all’invito della polizia e non ottempera alla richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, sebbene in termini negativi (ossia dichiarando di non poter ricordare), non è automatica la seconda multa. Se infatti le motivazioni offerte dal proprietario risultano valide (come nel caso in cui sia decorso molto tempo dalla multa e l’auto viene utilizzata da tutta la famiglia) è illegittima la seconda contravvenzione.

«Occorre distinguere – si legge nel provvedimento – il comportamento di chi si disinteressa della richiesta di comunicare i dati del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all’invito rivoltogli (contegno per ciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di valide giustificazioni, la idoneità delle quali (…) deve essere vagliata dal giudice, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità».

In questo modo sarà facile, da oggi in poi, salvare i punti della patente e non subire ulteriori multe se non quella principale. Basterà inviare una comunicazione del seguente tenore: «Comunico di non essere in grado di ricordare chi fosse alla guida della mia auto in quanto la stessa è utilizzata da mia moglie/marito e dai miei figli (in quali non sono titolari di altro mezzo e tuttavia posseggono la patente); inoltre sono passate ormai diverse settimane dal giorno della violazione».


note

[1] Cass. ord. n. 9555/18 del 18.04.2018.

[2] C. Cost. sent. n. 165/08.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 27 febbraio – 18 aprile 2018, n. 9555
Presidente Lombardo – Relatore Criscuolo

Ragioni in fatto ed in diritto

1. Con ricorso regolarmente notificato V.R. impugnava davanti al Giudice di Pace di Bari il verbale di accertamento del 15.12.2007 elevato dalla Polizia Municipale di Bari per violazione dell’art. 126 bis C.d.S., eccependo, per quello che qui interessa, di aver comunicato tempestivamente alla suddetta Polizia Municipale di non essere in grado di indicare le generalità di chi era alla guida del veicolo di sua proprietà al momento della originaria infrazione a causa sia del notevole tempo trascorso tra l’infrazione (il 06/03/07) e la notifica del verbale di accertamento (il 28/06/07), sia della circostanza che il veicolo era utilizzato oltre che da lei anche dal marito e dalle sue due figlie.
Si costituiva in giudizio il Comune di Bari chiedendo il rigetto del ricorso, rilevando che in base alla normativa vigente il proprietario del veicolo è sempre tenuto a conoscere le generalità di colui al quale affida la conduzione del mezzo, e nel caso in cui non sia in grado di comunicarle risponde a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento del veicolo stesso.
Il Giudice di Pace adito con sentenza n.7244/2008 accoglieva il ricorso della V. e condannava il Comune di Bari al pagamento delle spese di lite.
Avverso la suddetta decisione proponeva appello il Comune di Bari avanti il Tribunale di Bari; si costituiva in giudizio V.R. che chiedeva il rigetto dell’impugnazione.
Il Tribunale di Bari con la sentenza n.4848/2014 (depositata il 4/11/2014) rigettava l’appello e per l’effetto confermava la sentenza impugnata, con condanna nei confronti del Comune di Bari al pagamento delle spese di lite.
A sostegno della decisione il giudice di secondo grado, richiamando i principi espressi dalla sentenza della Corte Costituzionale n.165/2008, secondo cui bisogna distinguere la condotta di chi omette del tutto di comunicare alla P.A. le generalità del conducente del veicolo al momento dell’infrazione da quella di colui che invece comunichi l’esistenza di validi motivi idonei a giustificare l’omessa trasmissione dei dati richiesti, rilevava che nel caso di specie l’appellata non era stata in grado di fornire i dati del conducente la sua automobile, in quanto la violazione risaliva a circa quattro mesi prima rispetto alla notifica del verbale ed il veicolo era spesso utilizzato anche dal marito e dalle due figlie, tutti muniti di patente.
L’omissione da parte dell’appellata era perciò legittima ed escludeva la sua responsabilità per la contestata violazione amministrativa.
Avverso la suddetta decisione propone ricorso per cassazione il Comune di Bari formulando un unico motivo.
Resiste V.R. con apposito controricorso.
2. Con un unico motivo il ricorrente eccepisce in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione o falsa applicazione degli artt. 126 bis, comma 2, e 180, comma 8, del Codice della Strada.
A suo avviso il Giudice di appello avrebbe errato nel giustificare l’omissione della V. , in quanto la corretta interpretazione delle norme citate obbliga il proprietario del veicolo di conoscere le generalità del conducente il proprio veicolo, non essendo sufficiente per sottrarsi a tale obbligo addurre che l’automobile è in uso a più persone.
Il motivo è infondato.
Non ignora il Collegio come la questione sia stata oggetto di precedenti interventi da parte di questa stessa Sezione che in varie occasioni ha avuto modo di affermare che (cfr. Cass. n. 12842/2009) in tema di violazioni alle norme del codice della strada, il proprietario di un veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa. L’inosservanza di tale dovere di collaborazione è sanzionata, in base al combinato disposto degli art. 126-bis e 180 del codice della strada, alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005, senza che il proprietario possa sottrarsi legittimamente a tale obbligo in base al semplice rilievo di essere proprietario di numerosi automezzi o di avere un elevato numero di dipendenti che ne fanno uso (conforme Cass. n. 21957/2014, Cass. n. n.13748/2007, nonché da ultimo Cass. n. 29593/2017, secondo cui il proprietario del veicolo sarebbe tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta).
Trattasi però di orientamento che deve essere precisato alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza interpretativa n. 165 del 2008, la cui portata, benché in molti casi anteriore a quella di deliberazione delle sentenze sopra citate, non appare essere stata presa in esame in tutte le sue implicazioni.
Il giudice delle leggi in motivazione ha infatti affermato:”….che debba essere riconosciuta al proprietario del veicolo la facoltà di esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità di rendere una dichiarazione diversa da quella “negativa” (cioè a dire di non conoscenza dei dati personali e della patente del conducente autore della commessa violazione), è una conclusione che discende anche dalla necessità di offrire della censurata disposizione, nella parte in cui richiama l’art. 180, comma 8, del medesimo codice della strada, un’interpretazione coerente proprio con gli indirizzi ermeneutici formatisi in merito alla norma richiamata, e secondo i quali essa sanzionerebbe il “rifiuto” della condotta collaborativa (e non già la mera omessa collaborazione) necessaria ai fini dell’accertamento delle infrazioni stradali. Inoltre, come anche affermato da questa Corte con l’ordinanza n. 434 del 2007, appare necessario precisare – per fugare “persistenti dubbi nell’interpretazione del testo originario dell’art. 126-bis, comma 2, del codice della strada” – che la scelta in favore di “un’opzione ermeneutica, che pervenisse alla conclusione di equiparare ogni ipotesi di omessa comunicazione dei “dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione”, presenterebbe una dubbia compatibilità con l’art. 24 Cost.”; essa, infatti, “non consentendo in alcun modo all’interessato di sottrarsi all’applicazione della sanzione pecuniaria, si risolverebbe nella previsione di una presunzione iuris et de iure di responsabilità”, con conseguente “lesione del diritto di difesa”, dal momento che risulterebbe preclusa all’interessato “ogni possibilità di provare circostanze che attengono alla propria effettiva condotta”.
Deve quindi reputarsi che, se resta in ogni caso sanzionabile la condotta di chi semplicemente non ottemperi alla richiesta di comunicazione dei dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, ancorché in termini negativi, resta devoluta alla valutazione del giudice di merito la verifica circa l’idoneità delle giustificazioni fornite dall’interessato ad escludere la presunzione di responsabilità che la norma pone a carico del dichiarante.
Nel caso di specie il Tribunale, esercitando appunto tale discrezionale potere di apprezzamento in fatto, ha ritenuto di escludere la responsabilità della opponente valorizzando da un lato il decorso del tempo tra la data dell’infrazione contestata e quella della richiesta di informazioni (oltre tre mesi) e, dall’altro, la riferita presenza nel nucleo familiare della V. anche di altri soggetti ordinariamente fruitori dell’autovettura, reputando in tal modo giustificata la mancata indicazione del nominativo del conducente.
La censura di violazione di legge deve pertanto reputarsi infondata avendo al contrario il giudice di appello fatto corretta applicazione della norma di cui in rubrica alla luce dell’interpretazione che ne è stata offerta dalla Consulta, risolvendosi il motivo nella sostanza in una critica, non consentita, alla valutazione in fatto del giudice di merito.
Deve pertanto affermarsi, al fine di ribadire il rigetto del ricorso, il seguente principio di diritto: Ai fini dell’applicazione dell’art. 126 bis del codice della strada occorre distinguere il comportamento di chi si disinteressi della richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all’invito rivoltogli (contegno per ciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di giustificazioni, la idoneità delle quali ad escludere la presunzione relativa di responsabilità a carico del dichiarante deve essere vagliata dal giudice comune, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità.
3. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano come da dispositivo.
4. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso in favore delle controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, inserito dall’art. 1, co. 17, l. n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube