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Multa: se presti l’auto non rischi più di pagarla

18 Aprile 2018
Multa: se presti l’auto non rischi più di pagarla

La mancata comunicazione dei dati del conducente non comporta più la seconda multa in caso di contravvenzione con tutor, autovelox o passaggio col semaforo rosso. 

Alla fine è giunta la vittoria per tutti gli automobilisti multati dall’autovelox. È illegittimo togliere i punti dalla patente a chi, nel momento in cui riceve la multa, non ricorda a chi ha prestato la propria auto e che, quindi, ha commesso l’infrazione; e ciò a maggior ragione quando il veicolo viene utilizzato da tutto il nucleo familiare. A dirlo è la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1] che capovolge il precedente e consolidato orientamento contrario ai trasgressori. Gioiranno tutti i conducenti a cui rimangono pochi punti sulla patente. Da oggi è possibile evitare, in un sol colpo, sia l’azzeramento della patente, sia la seconda multa per mancata comunicazione dell’effettivo conducente. Resterà da pagare la contravvenzione principale, un danno minimo per molte persone che non possono permettersi di rimanere a piedi. Questo significa che chi prende una multa non rischia di pagare la seconda se presta l’auto. Come è possibile tutto ciò? Ecco spiegato il sistema per salvare i punti della patente.

Leggi a riguardo: Auto in prestito: se non ricordi a chi l’hai prestata cosa rischi?

La regola vuole che tutte le multe debbano essere contestate all’atto stesso dell’illecito. La polizia dà lo stop all’auto, fa fermare il conducente, gli dà la possibilità di difendersi e infine gli consegna la contravvenzione. Ciò però non è sempre possibile: si pensi al passaggio col semaforo rosso e ai tutor e autovelox nelle strade extraurbane, dove bloccare un mezzo in corsa potrebbe costituire un serio pericolo per la circolazione. Pertanto, quando l’infrazione non può essere contestata sul momento, la multa viene spedita a casa del proprietario del mezzo entro i 90 giorni successivi. Insieme ad essa c’è l’invito a comunicare i dati dell’effettivo conducente (nome, cognome e patente di colui che ha concretamente violato il codice della strada) in modo da decurtargli i punti della patente. Tale comunicazione va data anche se alla guida dell’auto vi era lo stesso proprietario e non un altro soggetto. Chi non fornisce questa comunicazione senza una valida ragione subisce una seconda multa da 282 a 1.142 euro.

Pertanto, nel momento in cui riceve la multa, il titolare del mezzo ha due scelte:

  • comunicare i dati dell’effettivo conducente: se è lui stesso dovrà “autodenunciarsi” subendo sia la multa principale che il taglio dei punti;
  • non comunicare i dati dell’effettivo conducente: se è lui stesso, subirà sia la multa principale che la seconda per la mancata comunicazione, ma non gli potranno essere sottratti i punti della patente (in quanto non vi è certezza sull’identità del trasgressore).

Che succede se il proprietario non ricorda a chi ha prestato l’auto? Fino a ieri la Cassazione ha detto che questo comportamento non costituiva una giustificazione. Sicché il titolare del mezzo avrebbe ugualmente subito la seconda sanzione. Con l’ordinanza odierna invece è stato sposato il principio opposto: è legittimo non ricordare a chi si è prestato l’auto se ciò è supportato da valide argomentazioni come, ad esempio, il fatto che sia decorso molto tempo dall’accertamento e il mezzo sia utilizzato da più componenti della stessa famiglia. La legge non può imporre di ricordare, né vi può essere una responsabilità oggettiva per cose in custodia, la quale può scattare – a tutto voler concedere – solo per i danni civili, ma non certo per le sanzioni amministrative (per le quali, come per il penale, vale il principio di responsabilità personale).

Dunque, da oggi, chi riceve una multa può “limitare i danni” e, pagando solo la sanzione principale, evitare sia la decurtazione dei punti della patente sia la seconda sanzione per non aver comunicato i dati del conducente: gli basterà rispondere all’invito della polizia nei canonici 60 giorni ma, in tale occasione, affermare di avere un’auto condivisa dal coniuge o dai figli e che, per via del decorso del tempo, è impossibile risalire all’identità di chi, nel momento stesso dell’infrazione, fosse stato al volante. Un comportamento del genere, stando al mutato orientamento della Suprema Corte, è legittimo e consente di salvare “capra e cavoli”.

Perché è importante questa sentenza? Finora la Cassazione aveva di fatto esteso automaticamente questa sanzione anche a chi risponde di non sapere: la norma punisce chi omette la risposta senza avere un «giustificato e documentato motivo» e la Corte ha riconosciuto fondate le giustificazioni solo in pochi casi. Infatti, i giudici hanno prevalentemente affermato che il proprietario, essendo responsabile della circolazione del veicolo, è sempre tenuto a conoscere l’identità di chi lo utilizza, se non altro per accertarsi che abbia la patente. Né vale giustificarsi col fatto che il mezzo viene abitualmente utilizzato da più patentati, come nel caso di un’impresa: occorre adottare misure organizzative (come la tenuta di un registro) per essere sempre in grado di ricostruire chi fosse il conducente. Anzi, più dipendenti ha un’impresa più adeguato deve essere il sistema aziendale di controllo. Nell’ordinanza di ieri, invece, la Cassazione “ripesca” una sentenza interpretativa della Corte costituzionale che riconosce al proprietario «la facoltà di esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità» di sapere chi guidasse.


note

[1] Cass. ord. n. 9555/18 del 18.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 27 febbraio – 18 aprile 2018, n. 9555
Presidente Lombardo – Relatore Criscuolo

Ragioni in fatto ed in diritto

1. Con ricorso regolarmente notificato V.R. impugnava davanti al Giudice di Pace di Bari il verbale di accertamento del 15.12.2007 elevato dalla Polizia Municipale di Bari per violazione dell’art. 126 bis C.d.S., eccependo, per quello che qui interessa, di aver comunicato tempestivamente alla suddetta Polizia Municipale di non essere in grado di indicare le generalità di chi era alla guida del veicolo di sua proprietà al momento della originaria infrazione a causa sia del notevole tempo trascorso tra l’infrazione (il 06/03/07) e la notifica del verbale di accertamento (il 28/06/07), sia della circostanza che il veicolo era utilizzato oltre che da lei anche dal marito e dalle sue due figlie.
Si costituiva in giudizio il Comune di Bari chiedendo il rigetto del ricorso, rilevando che in base alla normativa vigente il proprietario del veicolo è sempre tenuto a conoscere le generalità di colui al quale affida la conduzione del mezzo, e nel caso in cui non sia in grado di comunicarle risponde a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento del veicolo stesso.
Il Giudice di Pace adito con sentenza n.7244/2008 accoglieva il ricorso della V. e condannava il Comune di Bari al pagamento delle spese di lite.
Avverso la suddetta decisione proponeva appello il Comune di Bari avanti il Tribunale di Bari; si costituiva in giudizio V.R. che chiedeva il rigetto dell’impugnazione.
Il Tribunale di Bari con la sentenza n.4848/2014 (depositata il 4/11/2014) rigettava l’appello e per l’effetto confermava la sentenza impugnata, con condanna nei confronti del Comune di Bari al pagamento delle spese di lite.
A sostegno della decisione il giudice di secondo grado, richiamando i principi espressi dalla sentenza della Corte Costituzionale n.165/2008, secondo cui bisogna distinguere la condotta di chi omette del tutto di comunicare alla P.A. le generalità del conducente del veicolo al momento dell’infrazione da quella di colui che invece comunichi l’esistenza di validi motivi idonei a giustificare l’omessa trasmissione dei dati richiesti, rilevava che nel caso di specie l’appellata non era stata in grado di fornire i dati del conducente la sua automobile, in quanto la violazione risaliva a circa quattro mesi prima rispetto alla notifica del verbale ed il veicolo era spesso utilizzato anche dal marito e dalle due figlie, tutti muniti di patente.
L’omissione da parte dell’appellata era perciò legittima ed escludeva la sua responsabilità per la contestata violazione amministrativa.
Avverso la suddetta decisione propone ricorso per cassazione il Comune di Bari formulando un unico motivo.
Resiste V.R. con apposito controricorso.
2. Con un unico motivo il ricorrente eccepisce in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione o falsa applicazione degli artt. 126 bis, comma 2, e 180, comma 8, del Codice della Strada.
A suo avviso il Giudice di appello avrebbe errato nel giustificare l’omissione della V. , in quanto la corretta interpretazione delle norme citate obbliga il proprietario del veicolo di conoscere le generalità del conducente il proprio veicolo, non essendo sufficiente per sottrarsi a tale obbligo addurre che l’automobile è in uso a più persone.
Il motivo è infondato.
Non ignora il Collegio come la questione sia stata oggetto di precedenti interventi da parte di questa stessa Sezione che in varie occasioni ha avuto modo di affermare che (cfr. Cass. n. 12842/2009) in tema di violazioni alle norme del codice della strada, il proprietario di un veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa. L’inosservanza di tale dovere di collaborazione è sanzionata, in base al combinato disposto degli art. 126-bis e 180 del codice della strada, alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005, senza che il proprietario possa sottrarsi legittimamente a tale obbligo in base al semplice rilievo di essere proprietario di numerosi automezzi o di avere un elevato numero di dipendenti che ne fanno uso (conforme Cass. n. 21957/2014, Cass. n. n.13748/2007, nonché da ultimo Cass. n. 29593/2017, secondo cui il proprietario del veicolo sarebbe tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta).
Trattasi però di orientamento che deve essere precisato alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza interpretativa n. 165 del 2008, la cui portata, benché in molti casi anteriore a quella di deliberazione delle sentenze sopra citate, non appare essere stata presa in esame in tutte le sue implicazioni.
Il giudice delle leggi in motivazione ha infatti affermato:”….che debba essere riconosciuta al proprietario del veicolo la facoltà di esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità di rendere una dichiarazione diversa da quella “negativa” (cioè a dire di non conoscenza dei dati personali e della patente del conducente autore della commessa violazione), è una conclusione che discende anche dalla necessità di offrire della censurata disposizione, nella parte in cui richiama l’art. 180, comma 8, del medesimo codice della strada, un’interpretazione coerente proprio con gli indirizzi ermeneutici formatisi in merito alla norma richiamata, e secondo i quali essa sanzionerebbe il “rifiuto” della condotta collaborativa (e non già la mera omessa collaborazione) necessaria ai fini dell’accertamento delle infrazioni stradali. Inoltre, come anche affermato da questa Corte con l’ordinanza n. 434 del 2007, appare necessario precisare – per fugare “persistenti dubbi nell’interpretazione del testo originario dell’art. 126-bis, comma 2, del codice della strada” – che la scelta in favore di “un’opzione ermeneutica, che pervenisse alla conclusione di equiparare ogni ipotesi di omessa comunicazione dei “dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione”, presenterebbe una dubbia compatibilità con l’art. 24 Cost.”; essa, infatti, “non consentendo in alcun modo all’interessato di sottrarsi all’applicazione della sanzione pecuniaria, si risolverebbe nella previsione di una presunzione iuris et de iure di responsabilità”, con conseguente “lesione del diritto di difesa”, dal momento che risulterebbe preclusa all’interessato “ogni possibilità di provare circostanze che attengono alla propria effettiva condotta”.
Deve quindi reputarsi che, se resta in ogni caso sanzionabile la condotta di chi semplicemente non ottemperi alla richiesta di comunicazione dei dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, ancorché in termini negativi, resta devoluta alla valutazione del giudice di merito la verifica circa l’idoneità delle giustificazioni fornite dall’interessato ad escludere la presunzione di responsabilità che la norma pone a carico del dichiarante.
Nel caso di specie il Tribunale, esercitando appunto tale discrezionale potere di apprezzamento in fatto, ha ritenuto di escludere la responsabilità della opponente valorizzando da un lato il decorso del tempo tra la data dell’infrazione contestata e quella della richiesta di informazioni (oltre tre mesi) e, dall’altro, la riferita presenza nel nucleo familiare della V. anche di altri soggetti ordinariamente fruitori dell’autovettura, reputando in tal modo giustificata la mancata indicazione del nominativo del conducente.
La censura di violazione di legge deve pertanto reputarsi infondata avendo al contrario il giudice di appello fatto corretta applicazione della norma di cui in rubrica alla luce dell’interpretazione che ne è stata offerta dalla Consulta, risolvendosi il motivo nella sostanza in una critica, non consentita, alla valutazione in fatto del giudice di merito.
Deve pertanto affermarsi, al fine di ribadire il rigetto del ricorso, il seguente principio di diritto: Ai fini dell’applicazione dell’art. 126 bis del codice della strada occorre distinguere il comportamento di chi si disinteressi della richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all’invito rivoltogli (contegno per ciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di giustificazioni, la idoneità delle quali ad escludere la presunzione relativa di responsabilità a carico del dichiarante deve essere vagliata dal giudice comune, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità.
3. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano come da dispositivo.
4. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso in favore delle controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, inserito dall’art. 1, co. 17, l. n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13.


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2 Commenti

  1. Ho ricevuto oggi un verbale di 724,00 piu 14,60 di spese postali fatta da un autovelox alle 2,00 di notte con la sospensione della patente da 1 a 3 mesi dal momento che communichero’ i dati del conducente,
    come fare a uscire da questo incubo?
    superavo di 50kmh limite era 60kmh

    1. Può succedere che la persona cui sia stata prestata l’auto intestata a un amico o a un familiare commetta un’infrazione del codice della strada. In una ipotesi del genere, se la polizia non ferma immediatamente la macchina, il verbale viene notificato all’intestatario della carta di circolazione. Se invece lo ferma e si procede alla contestazione immediata, sarà consegnato a quest’ultimo. In entrambi i casi, si verifica quella che si chiama responsabilità solidale. In buona sostanza, a dover pagare la contravvenzione nei confronti della pubblica amministrazione sono sia l’intestatario del mezzo che l’effettivo conducente (ovviamente il pagamento da parte di uno dei due libera anche l’altro). Questo perché il proprietario dell’auto è sempre responsabile in solido per gli illeciti commessi da coloro ai quali presta il mezzo. Resta salva la facoltà del titolare, che abbia dovuto pagare per colpa del conducente, chiedergli la restituzione dei soldi.Proprio per rendere più facilmente individuabili gli effettivi responsabili della circolazione dei veicoli, la legge impone di far annotare sulla carta di circolazione tutte quelle situazioni che consentono una disponibilità esclusiva del veicolo, per un periodo continuativo superiore a 30 giorni, a soggetti diversi dal proprietario. I casi più tipici sono quelli del comodato d’uso di aziende che concedono l’uso esclusivo dei veicoli ai loro dipendenti; rimangono comunque esclusi i casi di fringe benefit.

      Quando arriva la multa, il proprietario è tenuto a fornire, nei 60 giorni successivi, all’autorità che ha elevato il verbale il nome del conducente e gli estremi della sua patente. Lo deve fare anche se intende sollevare ricorso o se vuol prendersi la responsabilità e subire egli stesso la decurtazione dei punti. La mancata indicazione del responsabile viene punita con un’ulteriore contravvenzione che può arrivare a mille euro.
      Per maggiori informazioni, leggi i nostri articoli:
      -Guidatore diverso da intestatario auto: chi paga multe e incidenti? https://www.laleggepertutti.it/193511_guidatore-diverso-da-intestatario-auto-chi-paga-multe-e-incidenti
      -Auto in prestito: chi è responsabile per la multa? https://www.laleggepertutti.it/186848_auto-in-prestito-chi-e-responsabile-per-la-multa

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