Diritto e Fisco | Editoriale

Recupero crediti: fino a dove può spingersi il creditore?

19 Aprile 2018
Recupero crediti: fino a dove può spingersi il creditore?

Minacce per ottenere il pagamento di un debito: costituisce reato e si può denunciare chi ti fa stalking?

Una persona ha un grosso debito con un’altra. Quest’ultima fa di tutto per ottenere i propri soldi con le buone: gli telefona più volte, poi inizia a inviargli email dal tono perentorio, infine gioca sul pressing psicologico e utilizza tutti gli strumenti che possono contribuire a molestare il debitore. «Mi pagherà per liberarsi da questa tortura» pensa senza però sapere che, così facendo, è al confine con il commettere un reato. Non sono infrequenti i casi in cui chi deve riscuotere un proprio credito, per non ricorrere alla giustizia (i cui tempi e risultati sono tutt’altro che certi) si fa giustizia da solo utilizzando però tecniche non consentite dall’ordinamento. C’è allora chi affida il “delicato compito” a terzi, chiedendo a un amico comune, un parente o a una persona “influente” nell’ambiente di coartare il debitore. Ma anche in questo caso non ci si salva dal penale. Perché? In caso di recupero crediti, fino a dove può spingersi il creditore? La questione è stata, di recente, analizzata dalla Cassazione [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici supremi sul punto e quali sono le istruzioni da seguire per chi, come molti, preferisce non rivolgersi a un avvocato.

Innanzitutto c’è da dire che l’«attività di recupero crediti», quella cioè rivolta a riscuotere i debiti non pagati, si deve catalogare tra le cosiddette procedure stragiudiziali, quelle cioè che si possono svolgere fuori dal tribunale e, pertanto, senza l’ausilio di un avvocato. Al giudice si ricorre solo in ultima istanza, quando cioè tutti i “mezzi bonari” sono risultati inutili. Chiunque pertanto – anche lo stesso creditore – può inviare al debitore una lettera di sollecito, una diffida o una messa in mora. Ed anche più di una. Nonostante comunemente si ritiene che una carta intestata incuta più timore di un foglio proveniente dal diretto interessato, non ci sono conseguenze giuridiche diverse se a scrivere al debitore è quest’ultimo piuttosto che uno studio legale.

Una cosa però è sollecitare, un’altra è minacciare. Il creditore può cioè telefonare, mandare messaggi o anche diffidare in modo perentorio il debitore, paventandogli il ricorso alle vie legali, ma deve stare attento a non travalicare i limiti concessigli dalla legge. Non può cioè fare stalking né utilizzare minacce di alcun tipo. Cerchiamo di spiegarci meglio.

«Se non paghi ti faccio causa e poi sarai costretto a darmi gli interessi e tutte le spese che ho sostenuto; magari anche il risarcimento del danno. E, in quel caso non ti farò nessuno sconto. Così, se sarai ancora inadempiente, metterò all’asta la tua casa e andrai a vivere sotto i ponti». Una frase del genere, per quanto catastrofica e persuasiva, non costituire reato. Difatti il creditore non sta facendo altro che anticipare il normale iter di una vicenda giudiziale che si conclude con il pignoramento immobiliare. E siccome nessuna norma vieta di pignorare la casa anche per piccoli importi, il creditore non commette alcun illecito penale. Minacciare il debitore di un’azione legale è il normale diritto che la legge riconosce a chi vanta un credito: si tratta cioè di un «danno giusto». 

La minaccia però scatta quando si prospetta al debitore un «danno ingiusto», sebbene connesso a un processo. Ad esempio è vietato dire «Se non mi paghi, testimonierò contro di te nel processo contro l’azienda che hai in corso» oppure «Se non mi paghi dirò a tua moglie che l’hai tradita» o ancora «Se non mi paghi ti faccio causa per quel muretto che hai costruito a meno di tre metri dal confine». 

Ancor di più è reato (oltreché cacofonico) dire «Se non mi paghi te la faccio pagare» oppure «Se non mi paghi non hai idea di quello che ti faccio» o ancora «Se non mi paghi ti farò piangere lacrime amare». In questi casi il creditore sta prospettando al debitore delle conseguenze che, per quanto generiche, sono tali da incutere timore in una persona media e non appaiono consentite dalla giustizia. Uno potrà anche dire che «le lacrime amare» sono quelle che derivano da un decreto ingiuntivo, ma sarebbe difficile sostenere una tesi simile…

Fin troppo inutile dire cosa rischia chi si reca davanti al debitore e, con un bastone in mano, gli dice «Pagami» senza aggiungere altro: brandire un’arma o qualsiasi altro oggetto contundente è considerato reato (quello di minaccia). Non è necessario, infatti, che la minaccia sia esplicita, ben potendo essere anche implicita e consistere in un atteggiamento, privo di parole o di gesti espliciti di intimidazione. 

È altrettanto inutile ricordare che si rischia il penale per chi dice «Pagami altrimenti ti ammazzo», anche se non ha alcuna intenzione di farlo e si tratta di una persona dalla fedina penale integerrima.

Detto ciò, la Cassazione ha spiegato quale reato si commette se si minaccia il debitore:

  • se la minaccia parte dal creditore, il reato è quello di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni» [2]. In tal caso la pena è quella della reclusione fino a un anno;
  • se la minaccia parte da un terzo, su mandato del creditore, scatta invece il diverso reato di «estorsione» [3]. In tal caso la sanzione è la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

Come abbiamo già spiegato in Come denunciare un creditore, ben potrebbe il creditore commettere reato anche se utilizza mezzi leciti e tuttavia li ripete in modo assillante. In tal caso avremmo il reato di stalking del creditore. È il caso di colui che fa continue telefonate, invia sms o fax in tutte le ore del giorno. Se le condotte non sono tali da recare timore e ansia nella vittima né riescono a modificare le sue abitudini di vita, si potrà parlare del più lieve reato di molestie, che comunque comportano sempre un procedimento penale.

Occhio quindi a far valere i tuoi diritti: c’è sempre un limite di ragionevolezza in tutte le cose. Facile è, altrimenti, passare dalla parte della ragione a quella del torto.


note

[1] Cass. sent. n. 17156/18 del 17.04.2018.

[2] Art. 393 cod. pen.

[3] Art. 629 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 16 marzo – 17 aprile 2018, n. 17156
Presidente Diotallevi – Relatore Di Paola

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Roma, con ordinanza in data 13/12/2017, in parziale accoglimento dell’istanza di riesame proposta avverso l’ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Roma, che aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di O.M., indagato per il delitto di estorsione aggravata in concorso, sostituiva la misura con quella degli arresti domiciliari.
2. Il procedimento era sorto a seguito delle denunce sporte dalla persona offesa I.R.F.D., che aveva riferito di avere formulato, assieme ai fratelli O. (e su proposta di costoro) e ad altro soggetto a nome T., una proposta di acquisto di un esercizio commerciale, con l’impegno di versare alla promittente alienante la somma di 5.000 Euro a titolo di caparra; l’accordo non era sfociato nella stipula del contratto e a distanza di circa un anno lo I. era stato raggiunto da alcuni individui che gli intimavano di consegnare loro la somma di 2.500 Euro che spettava ai fratelli O.; seguiva un altro episodio in cui un terzo soggetto si metteva in contatto con la vittima manifestando l’urgenza di provvedere, pena il rischio di subire conseguenze negative; quindi veniva nuovamente raggiunto da uno dei personaggi che si erano recati da lui la prima volta, che intimava nuovamente con toni minacciosi di consegnare la somma pretesa; nell’occasione, la vittima consegnava la somma di 500 Euro che riusciva a recuperare e l’uomo, allontanatosi e raggiunta una vettura ove si trovava un altro soggetto, veniva tratto in arresto con il complice; l’uomo in attesa nella vettura veniva identificato nell’odierno ricorrente.
3. Propone ricorso per cassazione la difesa dell’O., deducendo con il primo motivo di ricorso la violazione di legge, oltre il difetto di motivazione ai sensi dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., relativamente alla valutazione condotta in ordine al requisito della gravità indiziaria; il ricorrente lamenta che il Tribunale si sia limitato a recepire gli argomenti contenuti nella motivazione dell’ordinanza del G.i.p., senza dare conto delle ragioni su cui dovrebbe fondarsi il giudizio sia in ordine alla consapevolezza del ricorrente, circa le modalità messe in atto per il recupero delle somme, sia nell’attribuire all’O. un contributo specifico nella realizzazione della condotta di reato contestata (essendo all’evidenza insufficiente il mero dato della presenza nel giorno in cui era avvenuta la consegna del denaro a terzi soggetti).
4. Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione di legge, oltre il vizio per difetto di motivazione ai sensi dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., nella parte in cui il provvedimento impugnato aveva escluso che il fatto accertato dovesse inquadrarsi nella fattispecie di esercizio arbitrario delle proprie ragioni; sottolineava il ricorrente che dagli elementi raccolti poteva legittimamente ritenersi che l’O. avesse avuto la possibilità di ritenere che stesse agendo per la tutela di un proprio diritto; censurava la motivazione della decisione che aveva ricollegato l’impossibilità della differente qualificazione giuridica del fatto, in virtù della connotazione particolarmente grave delle minacce poste in essere, ricordando la più recente giurisprudenza di legittimità che aveva escluso la rilevanza di quel dato, privilegiando l’accertamento dell’elemento intenzionale; riteneva che, alla stregua dell’operata ricostruzione della vicenda, fosse pacifico che l’indagato avesse inteso tutelare un proprio diritto, ritenuto legittimamente esistente e tutelabile davanti all’autorità giudiziaria.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato e generico (nella misura in cui risulta evidentemente carente del requisito della specificità dei motivi a fondamento del ricorso con sui si censura il profilo della gravità indiziaria e della motivazione relativa).
2.1. Il primo motivo di ricorso non specifica quale aspetto del giudizio formulato sia in contrasto con la disciplina positiva, o con l’obbligo della necessaria motivazione del provvedimento ex art. 309 cod. proc. pen. Il lamentato difetto della “certezza in merito alle condotte contestate” è evidentemente vizio che non può trovare ingresso nel giudizio di legittimità volto a sindacare la motivazione del provvedimento del riesame; il presupposto indicato dall’art. 273 cod. proc. pen. infatti, non impone un’operazione di verifica che conduca ad esprimere giudizi in termini di certezza, ma piuttosto richiede il controllo degli elementi raccolti nel corso delle indagini, e prospettati dalla pubblica accusa, per accertare se gli stessi siano idonei a fondare un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli (atteso che “i “gravi indizi di colpevolezza” non corrispondono agli “indizi” intesi quali elementi di prova, idonei a fondare un motivato giudizio finale di colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti, per il giudizio di merito, dall’art. 192, comma secondo, cod. proc. pen. che, oltre alla gravità, richiede la precisione e la concordanza degli indizi – non richiamato dall’art. 273, comma primo-bis, cod. proc. pen.” (così da ultimo, Sez. 2, n. 22968 del 08/03/2017, Carrubba, Rv. 270172).
2.2. In ogni caso, appaiono generiche le censure che il ricorrente muove al provvedimento che non avrebbe indicato i dati fattuali su cui dovrebbe fondarsi l’ipotesi di accusa relativa al concorso morale dell’O. nella realizzazione delle condotte materiali, poste in essere dal coindagato che in più occasioni aveva avvicinato la vittima, intimando il pagamento di una somma di denaro facendo anche uso di un’accetta per intimorire la persona offesa. La ricostruzione in fatto della vicenda mette in luce l’evidente interesse che muoveva l’O. nel pretendere una somma equivalente alla caparra che sarebbe stata versata al promittente venditore; le richieste minacciose del coindagato non potevano essere frutto di iniziative autonome e sconosciute all’O., poiché l’oggetto delle richieste dipendeva direttamente dalla vicenda contrattuale in cui era stato parte attiva l’O. che intendeva ottenere la restituzione della caparra versata anziché dalla controparte, da uno dei partecipi dell’offerta avanzata da lui e da altri soggetti. Del resto, l’interesse dell’O. era confermato dall’esser stato sorpreso in attesa del coindagato che si era recato dalla vittima per estorcere la somma di denaro asseritamente dovuta.
3. Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato. Il provvedimento impugnato ha puntualmente chiarito le ragioni che non consentivano di qualificare i fatti ascritti all’indagato alla stregua del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni: il Tribunale ha fatto leva non solo sul carattere grave e spropositato delle minacce utilizzate per costringere la vittima a versare le somme di denaro pretese (che, peraltro, già denunciano il carattere ingiusto della pretesa, come ribadito ancora di recente dalla giurisprudenza di legittimità: Sez. 2, n. 33712 del 08/06/2017, Michelini, Rv. 270425; Sez. 2, n. 51013 del 21/10/2016, Arcidiacono, Rv. 268512; Sez. 2, n. 1921 del 18/12/2015, dep. 2016, Li, Rv. 265643), ma anche e soprattutto sull’assenza di qualsivoglia elemento per ritenere che la pretesa dell’O. fosse tutelabile davanti all’autorità giudiziaria. Infatti, il provvedimento ha dato conto della vicenda contrattuale intercorsa tra le parti e ha correttamente evidenziato sia che la pretesa della restituzione di 2.500 Euro era del tutto sganciata dalle pattuizioni contrattuali, sia che ove la stessa fosse stata interpretata come richiesta di restituzione della caparra versata dai fratelli O., per effetto della mancata conclusione dell’operazione commerciale, non poteva essere legittimamente avanzata nei confronti dello I. ma, al più, doveva essere rivolta alla parte che aveva ricevuto il versamento della caparra (ossia, la promittente alienante); inoltre, il provvedimento impugnato non ha mancato di sottolineare come l’intervento di un terzo, estraneo alla conclusione degli accordi raggiunti per formulare la proposta di acquisto, finalizzato alla richiesta di restituzione della somma pretesa, incaricandolo della materiale ricezione della somma, rendeva evidente la sussistenza di un’ipotesi estorsiva, come più volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte (v. da ultimo Sez. 2, n. 46288 del 28/06/2016, Musa, Rv. 268360: “Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sia con violenza sulle cose che sulle persone, rientra, diversamente da quello di estorsione, tra i cosiddetti reati propri esclusivi o di mano propria, perciò configurabili solo se la condotta tipica è posta in essere da colui che ha la titolarità del preteso diritto. Ne deriva che, in caso di concorso di persone nel reato, solo ove la condotta tipica di violenza o minaccia sia posta in essere dal titolare del preteso diritto è configurabile il concorso di un terzo estraneo nell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni (per agevolazione, o anche morale), mentre, qualora la condotta sia realizzata da un terzo che agisca su mandato del creditore, essa può assumere rilievo soltanto ai sensi dell’art. 629 cod. pen.”).
4. All’inammissibilità del ricorso, consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.
Copia del presente provvedimento deve essere trasmesso al direttore dell’istituto penitenziario, affinché provveda a quanto previsto dall’art. 94, comma 1 ter, disp. att. c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila alla cassa delle ammende.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1 ter, disp. att. c.p.p.


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