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Assegno divorzile: quando può ottenersi la revisione

24 Aprile 2018
Assegno divorzile: quando può ottenersi la revisione

Sono disabile e divorziata. Mio figlio, plagiato da mia suocera e dal padre, dopo i 18 anni mi ha abbandonato. Vive dal padre. Ricevo un assegno divorzile di 300 euro. Voglio portare in tribunale padre e figlio per chiedere: risarcimento per alienazione genitoriale, violenza privata, aiuto economico per pagarmi una badante h24, reversibilità per i 25 anni di inferno (fino al divorzio) e la rinuncia all’università e al lavoro anche all’estero che posso dimostrare. Mio figlio per legge è obbligato ad assistermi. Posso chiedere altro in tribunale?    

La lettrice gode, come ha evidenziato, dell’assegno divorzile a carico del suo ex marito.

La legge consente di ottenere, ricorrendo al tribunale, la modifica dell’importo dell’assegno a condizione che si siano nel frattempo modificate le condizioni economiche della parti e che questa modifica delle condizioni economiche sia tale da alterare il precedente assetto patrimoniale tra gli ex coniugi che era stato realizzato con il precedente provvedimento che omologava l’accordo raggiunto.

In parole più semplici, se dal momento in cui fu raggiunto l’accordo sull’importo dell’assegno divorzile la condizione economica della lettrice è peggiorata (perché ad esempio  necessita di ulteriori spese che nel 2012 non furono considerate per determinare l’importo dell’assegno), la stessa ha diritto in base all’articolo 9 della legge n. 898 del 1970 a proporre istanza al tribunale con cui chiedere la revisione dell’assegno.

Bisogna però considerare che nel momento in cui la lettrice dovesse proporre un’istanza per ottenere la revisione dell’assegno divorzile il tribunale esaminerà e terrà conto anche di eventuali pensioni e/o indennità di cui la stessa fruisce ora (o fruirà a breve) e di cui nel 2012 non fruiva.

In altri termini, il Tribunale potrà disporre a favore della lettrice l’aumento dell’importo dell’assegno divorzile solamente se effettivamente la sua condizione economica risultasse peggiorata rispetto alla decisione adottata nel 2012 e per valutare le sue attuali condizioni economiche rispetto a quelle del 2012 si dovrà tener conto non solo delle ulteriori spese a cui le sue condizioni di salute la costringono, ma anche di eventuali nuove sue entrate (pensioni, indennità ecc.).

Quanto al figlio della lettrice, dal punto di vista dell’assistenza materiale egli è tenuto per legge a prestare alla lettrice i cosiddetti alimenti (articolo 433 e seguenti del codice civile), ma solo alle seguenti condizioni:

a) la lettrice deve versare in stato di bisogno e non deve essere in grado di provvedere al suo mantenimento;

b) il figlio deve essere nelle condizioni economiche di versarli.

Ebbene, nel caso di specie se fruisce già di un assegno divorzile è improbabile che la lettrice possa essere considerata nello stato di bisogno nel quale è necessario versare per poter ottenere gli alimenti come stabilisce l’articolo 438 del codice civile e, soprattutto, prima di chiedere gli alimenti a suo figlio sarà logico e opportuno chiedere al suo ex marito l’adeguamento dell’assegno divorzile se ce ne siano le condizioni (come sopra precisato).

D’altra parte se il figlio della lettrice non ha redditi sufficienti a mantenere se stesso è logico che non potrà mai essere obbligato a versarle gli alimenti.

Si aggiunga che, dal diverso punto di vista dell’assistenza morale e “pratica” (cioè dell’assistenza necessaria per compiere gli atti della vita quotidiana), costituisce reato abbandonare il genitore che versi in uno stato di grave incapacità fisica o mentale (cioè che non sia più in grado di provvedere da solo a se stesso a causa di grave deficit mentale oppure fisico) solo se da questo abbandono può derivare un pericolo anche solo eventuale per la vita o per l’incolumità della persona incapace.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 44.089 del 18 dicembre 2016 con riferimento al reato previsto dall’articolo 591 del codice penale.

Lo stesso vale per l’ex marito della lettrice ma solo per il periodo precedente al divorzio.

Resta fermo, in ogni caso, che ogni altro singolo atto che il figlio o l’ex marito o altre persone abbiano commesso contro la lettrice e che la stessa ritenga sia stato dannoso nei suoi confronti andrebbe analizzato singolarmente per verificare se costituisca reato (ad esempio violenza privata o molestie o atti persecutori o altri ancora) e se la lettrice sia ancora in tempo per proporre un’eventuale querela (per quei reati che sono perseguibili dall’autorità solo dietro presentazione di querela entro novanta giorni dalla commissione del atto).

Infine, deve essere attentamente valutata la possibilità per la lettrice di poter fruire del 40% del trattamento di fine rapporto maturato dal suo ex marito.

La legge (cioè l’articolo 12 bis della legge n. 898 del 1970) stabilisce che il coniuge divorziato ha diritto ad ottenere il 40% del trattamento di fine rapporto maturato con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro dell’ex coniuge ha coinciso con il matrimonio, ma a condizione che:

– il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di divorzio e che chiede la quota del tfr non sia passato a nuove nozze e sia titolare di assegno divorzile;

– e che il diritto al trattamento di fine rapporto sia maturato non prima del momento in cui la domanda di divorzio sia stata presentata (così Cassazione sentenza n. 5553 del 1999).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte



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