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Spese processuali: quando si dividono tra le parti

19 Aprile 2018
Spese processuali: quando si dividono tra le parti

Compensazione delle spese di causa: dopo l’intervento della Corte Costituzionale, che ha dichiarato parzialmente illegittimo l’articolo 92 del codice di procedura civile, si è aggiunta una quarta ipotesi.

È appena finita una causa; anche se il giudice non ha accolto tutte le tue richieste, ti ritieni comunque soddisfatto. Hai avuto parziale giustizia, almeno per quella parte della controversia che più ti interessava. Tuttavia, a conti fatti, dopo aver ricevuto la parcella dell’avvocato, ti sei reso conto che il costo del giudizio è quasi pari all’utilità economica che ne hai ottenuto. Visto che ti senti il vincitore sostanziale del processo, ti chiedi se la controparte sia ora tenuta a rimborsati le spese sostenute. Il tuo avvocato però ti fa capire che non ti spetterà nulla: «Il giudice ha compensato le spese», ti ha detto, facendoti leggere il capo finale della sentenza ove viene stabilita la divisione dei costi del giudizio tra le parti. Ti sembra assurdo, così vai a spulciare il codice di procedura civile per vedere cosa stabilisce in tema di spese processuali: quando si dividono tra le parti?

La questione è estremamente interessante perché sul punto è appena intervenuta una sentenza della Corte Costituzione [1] che ha modificato la legge stabilendo un’ulteriore ipotesi – non prevista originariamente dal legislatore – in cui i costi del giudizio debbano essere ripartiti tra i contendenti. Vediamo quali sono le novità e quali sono le ipotesi in cui scatta la compensazione delle spese legali.

Chi perde la causa paga: questo principio viene sintetizzato in una semplice locuzione «condanna alle spese processuali». In particolare il giudice, nel momento in cui accoglie le istanze di una parte, condanna l’avversario a rimborsargli le spese sostenute per la difesa in giudizio quali il contributo unificato, la parcella dell’avvocato, il compenso per il consulente tecnico, la tassa di registrazione della sentenza. In casi eccezionali può essere invece disposta la cosiddetta «compensazione delle spese processuali» secondo cui non sono dovuti rimborsi e le spese rimangono a carico di chi le ha sostenute. In pratica, la compensazione non è una divisione netta delle spese, poiché chi ha anticipato di più (come ad esempio l’attore che ha versato il contributo unificato) a conti fatti sopporterà un costo maggiore per il processo rispetto all’avversario.

Cos’è la condanna alle spese?

Il soccombente è colui che perde la causa. Come tale deve pagare le spese all’avversario. È quella che si chiama condanna alle spese. Il soccombente deve, più in particolare:

  • rimborsare alla parte vittoriosa le spese che ha sostenuto dall’inizio del giudizio come quelle per le notifiche, il contributo unificato, le marche da bollo, l’ufficiale giudiziario, ecc;
  • pagare l’onorario dell’avvocato della parte vittoriosa, nei limiti dell’importo liquidato dal giudice nella decisione: se la parte vittoriosa e l’avvocato si sono accordati per un pagamento del compenso in misura maggiore, tale accordo non rileva né riguarda il soccombente;
  • pagare l’imposta di registro che scatta sulla sentenza una volta emessa;
  • pagare tutti gli ausiliari del giudice nominati nel corso del processo: il cosiddetto consulente tecnico d’ufficio (o CTU).

Non tutti i costi che la parte vittoriosa ha affrontato nel processo sono rimborsabili. Ad esempio non sono rimborsabili le spese relative ai rapporti tra parte e avvocato estranei alla lite in senso proprio come quelle sostenute per effettuare le indagini sulla consistenza patrimoniale della controparte.

Non sempre però è facile individuare il soccombente. A volte, infatti, quando si inizia una causa, si avanzano numerose pretese così come spesso si esigono risarcimenti eccessivamente elevati. Ben è possibile, quindi, che il giudice non accolga tutto ciò che gli viene richiesto. Ad esempio, una persona potrebbe agire per ottenere un indennizzo di 50mila euro e ottenere solo 20mila euro; o chiedere la cessazione dei rumori da parte del vicino e il conseguente risarcimento ed il giudice accoglie solo la prima domanda ritenendo invece il danno non provato.

Possiamo allora dire che che esiste una:

  • soccombenza totale: quando il giudice accoglie tutte le domande dell’avversario, il quale quindi è vittorioso su tutti i fronti;
  • soccombenza parziale: quando il giudice accoglie solo in parte o solo alcune delle domande dell’avversario, il quale è quindi vittorioso parzialmente. Se tuttavia il rigetto coinvolge aspetti meno rilevanti rispetto all’oggetto principale della controversia si può parlare di una “vittoria sostanziale” (seppur non completa). Si pensi al caso di un soggetto che chiede un risarcimento di 50mila euro a titolo di danno patrimoniale e di 5mila euro a titolo di danno non patrimoniale mentre il giudice accoglie solo la prima domanda.

Cos’è la compensazione delle spese legali?

In presenza di alcune circostanze indicate dalla legge e approfondite di seguito il giudice, in deroga al criterio della soccombenza, può decidere che ogni parte, anche quella vittoriosa, si sobbarchi le spese processuali che ha anticipato. È questa la cosiddetta compensazione delle spese processuali. Di questo abbiamo già parlato nell’articolo Compensazione delle spese processuali: che significa? Tuttavia, cercheremo di completare l’argomento con qualche informazione utile.

La compensazione delle spese processuali scatta in tre casi previsti dalla norma più un quarto appena introdotto dalla Corte Costituzionale. Eccoli qui di seguito.

Casi di compensazione delle spese legali

Per scoprire quando si dividono le spese processuali tra le parti dobbiamo leggere il codice di procedura civile [2]. Il codice prevede la possibilità di dividere tra le parti le spese processuali nei seguenti casi:

  • se vi è soccombenza reciproca;
  • nel caso di assoluta novità della questione trattata;
  • nel caso di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

In più, ha aggiunto la Corte Costituzionale [1], il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni.

Vediamo singolarmente queste ipotesi.

Soccombenza reciproca

Abbiamo parlato sopra della soccombenza che può essere totale o parziale. È in quest’ultimo caso che si verifica la soccombenza reciproca. Essa in particolare ricorre quando:

  • entrambe le parti presentano delle richieste al giudice e il giudice accoglie parzialmente le richieste di entrambe (che, pertanto, saranno in parte vincitrici e in parte soccombenti);
  • una parte presenta una serie di richieste al giudice e questi ne accoglie solo alcune mentre ricetta le altre a seguito della difesa della controparte;
  • una parte avanza una richiesta di pagamento per una somma eccessivamente elevata e il giudice la riduce sensibilmente.

La compensazione può essere:

  • totale quando ogni parte sopporta le spese che ha anticipato dall’inizio del giudizio;
  • parziale quando il giudice decide una compensazione proporzionata alla misura della reciproca soccombenza (ad esempio compensa le spese per la metà e pone la restante metà a carico della parte soccombente).

Il giudice deve motivare la decisione di compensare le spese. Non deve invece motivare la decisione di condannare un solo soggetto alle spese processuali poiché questa è la regola in caso di soccombenza totale.

Assoluta novità della questione trattata

Si ha quando la controversia è nuova nel suo genere o richiede l’applicazione di norme di recente approvazione sulle quali quindi non si è formata giurisprudenza ed è pertanto più difficile conoscerne la corretta interpretazione.

Mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti

Spesso succede che, nel momento in cui si inizia una causa, si fa affidamento su un orientamento stabile della Cassazione la quale però, nelle more del giudizio, cambia parere e capovolge la sua stessa interpretazione passata. Ebbene, se tale mutamento riguarda gli aspetti centrali del giudizio il magistrato può disporre la compensazione delle spese processuali.

Qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni

Questa ipotesi è stata introdotta dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato parzialmente illegittima la norma del codice di procedura civile che non prevedeva tale “ipotesi residuale”. Si tratta di una porta aperta a tutti i casi in cui si presentano delle «sopravvenienze» in corso di causa, quali una norma di interpretazione autentica, una pronuncia della Corte costituzionale, una decisione di una Corte europea o una nuova regolamentazione nel diritto dell’Unione europea, che giustificano questo allargamento e autorizzano il giudice a compensare le spese.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 77/2018 (solo per professionisti)

Qui di seguito spiegheremo le ragioni della sentenza della Costituzionale riservando però la lettura al lettore esperto del diritto processuale civile.

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 92, comma 2, del codice di procedura civile nella parte in cui «non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni».

La Corte costituzionale, nel decidere la questione, ha ricordato che la regolamentazione delle spese processuali nel giudizio civile risponde alla regola generale victus victori fissata dall’articolo 91, primo comma, cod. proc. civ. nella parte in cui prevede che «il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa». Quindi la soccombenza si accompagna, di norma, alla condanna al pagamento delle spese di lite. L’alea del processo grava sulla parte soccombente perché è quella che ha dato causa alla lite non riconoscendo, o contrastando, il diritto della parte vittoriosa ovvero azionando una pretesa rivelatasi insussistente. È giusto, pertanto, secondo un principio di responsabilità, che chi è risultato essere nel torto si faccia carico, di norma, anche delle spese di lite, delle quali invece debba essere ristorata la parte vittoriosa.

Il «normale complemento» dell’accoglimento della domanda, infatti, è costituito proprio dalla liquidazione delle spese e delle competenze in favore della parte vittoriosa. Ma questa però non è una regola assoluta, in ragione del carattere accessorio della pronuncia sulle spese di lite, essendo ampia la discrezionalità di cui gode il legislatore nel dettare norme processuali e nel regolamentare le spese di lite. Sicché è ben possibile «una deroga all’istituto della condanna del soccombente alla rifusione delle spese di lite in favore della parte vittoriosa, in presenza di elementi che la giustifichino, non essendo, quindi, coessenziale alla tutela giurisdizionale la ripetizione di dette spese».

Inizialmente, il legislatore aveva previsto ampia discrezionalità al giudice consentendogli di compensare le spese per «giusti motivi». L’abuso però che si era fatto di questa disposizione ha comportato una modifica, con restrizione del potere del magistrato ai soli casi di «gravi ed eccezionali ragioni». Al fondo di questo contesto riformatore era la consapevolezza che, a fronte di una crescente domanda di giustizia, anche in ragione del riconoscimento di nuovi diritti, la giurisdizione sia una risorsa non illimitata e che misure di contenimento del contenzioso civile debbano essere messe in opera.

Questo equilibrio, ha proseguito la Corte costituzionale, è stato però alterato da un’ulteriore modifica dell’articolo 92 cod. proc. civ.. Il legislatore ha ristretto ulteriormente il perimetro della deroga alla regola che vuole che le spese di lite gravino sulla parte totalmente soccombente: non più la clausola generale delle «gravi ed eccezionali ragioni», ma due ipotesi esplicitamente descritte: l’assoluta novità della questione trattata e il mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

Questo più recente sviluppo normativo mostra chiaramente che il legislatore ha voluto far riferimento a due ipotesi tassative, oltre quella della soccombenza reciproca, rimasta invariata nel tempo.

La Corte ha però giudicato questa restrizione eccessivamente rigida: essa violerebbe «il principio di ragionevolezza e di eguaglianza, ha lasciato fuori altre analoghe fattispecie riconducibili alla stessa ratio giustificativa».

Il sopravvenuto mutamento del quadro di riferimento della causa che altera i termini della lite, senza che ciò sia ascrivibile alla condotta processuale delle parti, si può ravvisare anche in altre ipotesi non previste dal codice di procedura civile quali, ad esempio, «una norma di interpretazione autentica o più in generale uno ius superveniens, soprattutto se nella forma di norma con efficacia retroattiva; o una pronuncia di questa Corte, in particolare se di illegittimità costituzionale; o una decisione di una Corte europea; o una nuova regolamentazione nel diritto dell’Unione europea; o altre analoghe sopravvenienze. Le quali tutte, ove concernenti una “questione dirimente” al fine della decisione della controversia, sono connotate da pari “gravità” ed “eccezionalità”, ma non sono iscrivibili in un rigido catalogo di ipotesi nominate: necessariamente debbono essere rimesse alla prudente valutazione del giudice della controversia».

Ne consegue, ha affermato la Corte costituzionale, che «contrasta con il principio di ragionevolezza e con quello di eguaglianza (articolo 3, primo comma, della Costituzione) aver il legislatore del 2014 tenuto fuori dalle fattispecie nominate, che facoltizzano il giudice a compensare le spese di lite in caso di soccombenza totale, le analoghe ipotesi di sopravvenienze relative a questioni dirimenti e a quelle di assoluta incertezza, che presentino la stessa, o maggiore, gravità ed eccezionalità di quelle tipiche espressamente previste dalla disposizione censurata».

La rigidità di tale tassatività contrasta anche con il canone del giusto processo e del diritto alla tutela giurisdizionale perché la prospettiva della condanna al pagamento delle spese di lite anche in qualsiasi situazione del tutto imprevista e imprevedibile per la parte che agisce o resiste in giudizio può costituire una remora ingiustificata a far valere i propri diritti.


note

[1] C. Cost. sent. n. 77/2018 del 19.04.2018.

[2] Art. 92 cod. proc. civ.

SENTENZA N. 77

ANNO 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Giorgio LATTANZI; Giudici : Aldo CAROSI, Marta

CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Silvana SCIARRA, Daria de

PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio

PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile,

come modificato dall’art. 13 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di

degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo

civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162, promossi dal

Tribunale ordinario di Torino in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 30 gennaio 2016

e dal Tribunale ordinario di Reggio Emilia in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 28

febbraio 2017, iscritte rispettivamente al n. 132 del registro ordinanze 2016 e al n. 86 del registro

ordinanze 2017 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale,

dell’anno 2016 e n. 25, prima serie speciale, dell’anno 2017.

Visti gli atti di costituzione di Antonio Benedetto, della REAR società cooperativa a rl, di Elvira

Rasulova, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e della

Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL);

udito nella udienza pubblica del 7 marzo 2018 il Giudice relatore Giovanni Amoroso;

uditi gli avvocati Alberto Piccinini e Amos Andreoni per Elvira Rasulova, Vincenzo Martino e

Amos Andreoni per Antonio Benedetto, Giorgio Frus per la REAR società cooperativa a rl e

l’avvocato dello Stato Vincenzo Rago per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.− Il Tribunale ordinario di Torino ed il Tribunale ordinario di Reggio Emilia, entrambi in

funzione di giudice del lavoro, con le ordinanze rispettivamente del 30 gennaio 2016 e del 28

febbraio 2017, iscritte al n. 132 del 2016 e al n. 86 del 2017 del registro ordinanze, hanno sollevato

questioni di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile,

nel testo modificato dall’art. 13, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure

urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di

processo civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162; disposizione

questa che prevede che il giudice, se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità

della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti, può

compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero.

Le ordinanze fanno riferimento a plurimi parametri in parte coincidenti. Il Tribunale ordinario di

Torino richiama gli artt. 3, primo comma, 24, primo comma, e 111, primo comma, della

Costituzione; il Tribunale ordinario di Reggio Emilia deduce gli artt. 3, primo e secondo comma,

24, 25, primo comma, 102, 104 e 111 Cost., nonché gli artt. 21 e 47 della Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a

Strasburgo il 12 dicembre 2007, e gli artt. 6, 13 e 14 della Convenzione europea per la salvaguardia

dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950,

ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, questi ultimi come parametri interposti

per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost.

Entrambi i giudici rimettenti incentrano i dubbi di legittimità costituzionale della disposizione

censurata sulla mancata previsione, in caso di soccombenza totale, del potere del giudice di

compensare le spese di lite tra le parti anche in casi ulteriori rispetto a quelli ivi previsti. Il solo

Tribunale di Reggio Emilia deduce altresì la mancata considerazione del lavoratore ricorrente come

parte “debole” del rapporto controverso al fine della regolamentazione delle spese processuali.

2.− In particolare, il Tribunale ordinario di Torino è investito del ricorso proposto da un socio

lavoratore di una società cooperativa, con mansioni di addetto al controllo ingressi e alla viabilità,

avente ad oggetto, in via principale, la domanda di ricalcolo retributivo in base ad un contratto

collettivo diverso da quello applicato dalla datrice di lavoro, con conseguente richiesta di condanna

della società resistente al pagamento delle relative differenze retributive; in via subordinata, il

ricorso ha ad oggetto la domanda di condanna della società resistente al pagamento delle

integrazioni contrattuali delle indennità legali di infortunio e malattia computate con riferimento al

contratto collettivo applicato dalla società.

A fondamento della domanda il socio lavoratore ricorrente ha dedotto che la società aveva fatto

applicazione di un contratto collettivo sottoscritto da organizzazioni datoriali e sindacali non

sufficientemente rappresentative ed ha quindi chiesto l’applicazione, ai fini della verifica della

congruità retributiva, di altro diverso contratto collettivo, già utilizzato in vertenze similari.

La società si è costituita ed ha chiesto il rigetto delle domande indicando, sempre ai fini del giudizio

di congruità della retribuzione, quale termine di raffronto, un contratto collettivo ulteriormente

diverso da quello invocato dal ricorrente. Quanto alla domanda subordinata, la resistente ha

osservato che l’esclusione dell’integrazione contrattuale delle indennità legali di malattia e di

infortunio aveva fatto seguito ad una delibera assembleare del 20 giugno 2011, approvata per

garantire la sopravvivenza della società messa in stato di crisi, in conformità all’art. 6, comma 1,

lettere d) ed e), della legge 3 aprile 2001, n. 142 (Revisione della legislazione in materia

cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore).

Ciò premesso, il rimettente, dopo aver disposto consulenza contabile, ha rigettato entrambe le

domande con sentenza qualificata “non definitiva” e, con separata ordinanza, ha disposto la

prosecuzione del giudizio per la definizione del regolamento delle spese di lite; all’esito di

discussione orale ha sollevato, d’ufficio, questione di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo

comma, cod. proc. civ., nel testo novellato dall’art. 13, comma 1, del citato d.l. n. 132 del 2014,

quale convertito in legge.

Ad avviso del rimettente si configurerebbe la violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., sotto il

profilo del principio di ragionevolezza, in quanto sussisterebbe una sproporzione tra il fine

perseguito − quello di «disincentivare l’abuso del processo» − e lo strumento normativo utilizzato,

consistito nella «limitazione estrema ed oltre ogni misura delle ipotesi di compensazione» delle

spese di lite. Mentre il testo, come modificato dalla legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo

sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), era

già «del tutto sufficiente a scongiurare eventuali abusi, da parte del giudice, nell’uso dello

strumento della compensazione contenendo essa già una regolamentazione del tutto rigorosa ed

appropriata».

Il medesimo parametro sarebbe poi violato – secondo il giudice rimettente − sotto il profilo del

principio di eguaglianza, avuto riguardo alle situazioni contemplate dalla norma raffrontate, quali

tertia comparationis, con quelle escluse, di pari gravità ed eccezionalità, individuate dalla

giurisprudenza di legittimità.

Il tribunale rimettente deduce altresì la violazione dell’art. 24, primo comma, Cost., in quanto la

riduzione delle ipotesi di compensazione soltanto a due (oltre a quella tradizionale della

soccombenza reciproca) «tende […] a scoraggiare in modo indebito l’esercizio dei diritti in sede

giudiziaria, divenendo così uno strumento deflattivo (e punitivo) incongruo» nelle ipotesi in cui la

condotta della parte, poi risultata soccombente, non integra casi di abuso del processo, ma sia

improntata a correttezza, prudenza e buona fede.

Parimenti sarebbe violato l’art. 111, primo comma, Cost., sotto il profilo del principio del giusto

processo, in quanto la disposizione censurata, consentendo la compensazione nei soli casi indicati,

«limita il potere – dovere del giudice di rendere giustizia, anche in ordine al regolamento delle spese

di lite, in modo appropriato al caso concreto».

3.− Nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale promosso dal Tribunale ordinario di Torino

si sono costituite le parti del giudizio a quo, che hanno depositato memorie.

Il lavoratore socio ha aderito alle censure mosse dall’ordinanza di rimessione, ribadendo ciò con

successiva memoria e concludendo per la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 92,

secondo comma, cod. proc. civ.

La società resistente ha rilevato in via preliminare che la regolamentazione delle spese di lite non è

suscettibile di autonomo distinto giudizio, richiamando a tal proposito l’ordinanza n. 314 del 2008

di questa Corte. Nel merito sottolinea come la disposizione censurata non costituisca uno

«strumento punitivo incongruo», essendo ragionevole porre, di regola, i costi del processo a carico

di colui che lo ha attivato con esito negativo, e limitare la possibile compensazione delle spese di

lite ad ipotesi tassativamente previste, stante il carattere eccezionale delle medesime.

È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, concludendo per l’inammissibilità o l’infondatezza della sollevata questione di

legittimità costituzionale. In particolare la difesa dell’interveniente afferma la ragionevolezza della

individuazione da parte del legislatore, nell’esercizio dell’ampia discrezionalità di cui egli gode in

materia processuale, di ipotesi specifiche e tassative che giustifichino la compensazione delle spese

di lite. Si tratterebbe di una scelta che non entra in collisione con i parametri costituzionali che il

giudice rimettente assume essere violati e che integrerebbe il giusto mezzo per conseguire la finalità

deflativa al fine di «disincentivare» l’abuso del processo.

È intervenuta ad adiuvandum la Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), concludendo

per l’ammissibilità dell’intervento e, nel merito, per la dichiarazione di illegittimità costituzionale

della censurata disposizione.

4.− Il Tribunale ordinario di Reggio Emilia è investito di una controversia avente ad oggetto

l’impugnazione del licenziamento, azionata mediante ricorso proposto ai sensi dell’art.1, commi 48

e seguenti, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del

lavoro in una prospettiva di crescita). Si tratta di una lavoratrice che ha impugnato il licenziamento

intimatole in data 30 novembre 2015 dalla Italservizi srl (poi Agriservice MO srl in liquidazione)

con decorrenza dal 31 dicembre 2015.

In particolare la lavoratrice ha agito nei confronti di numerosi convenuti (Burani Interfood spa,

Servizi Commerciali Integrati srl, Agriservice MO srl e Burani Stefano Luigi personalmente ed in

proprio), affermando l’esistenza «di un unico centro di imputazione giuridica o gruppo d’imprese e

la contemporanea utilizzazione della prestazione lavorativa da parte di tutti i convenuti», sicché

l’intervenuto licenziamento era da porre nel nulla nei confronti di ognuno dei soggetti chiamati in

causa.

Si è costituita, tra le altre parti, la Burani Interfood spa, che ha eccepito, in via preliminare,

l’inammissibilità del ricorso essendo intervenuta il 25 gennaio 2016 la revoca del licenziamento da

parte della Agriservice MO srl (successivamente in liquidazione).

All’esito della prima fase del procedimento (a cognizione sommaria) il rimettente ha pronunciato

un’ordinanza di inammissibilità del ricorso per carenza di interesse ad agire della ricorrente per

mancanza del licenziamento e, in merito alle spese di lite, ha condannato la lavoratrice al rimborso

di quelle sostenute dalla attuale (almeno formalmente) datrice di lavoro Agriservice MO srl in

liquidazione, mentre le ha compensate con riferimento alle altre parti convenute.

Nei confronti del capo dell’ordinanza relativo alla liquidazione delle spese della fase sommaria, la

sola Burani Interfood spa ha proposto opposizione per la mancanza dei presupposti richiesti a tal

fine dall’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. e per l’assenza di motivazione in merito alla

disposta compensazione per le altre parti, censurando infine la disparità di trattamento rispetto alla

Agriservice MO srl.

Nel giudizio di opposizione si è costituita la lavoratrice per contestare in fatto e in diritto

l’opposizione e ha sollevato eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma,

cod. proc. civ., evidenziando come un’interpretazione rigida di tale disposizione determinerebbe

un’illegittima riduzione della discrezionalità del giudice nella valutazione degli elementi idonei a

giustificare la compensazione delle spese di lite.

Anche il Tribunale ordinario di Reggio Emilia chiede alla Corte di dichiarare l’illegittimità

costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., nel testo modificato dall’art. 13, comma

1, del d.l. n. 132 del 2014, convertito, con modificazioni, nella legge n. 162 del 2014, nella parte in

cui − nelle cause di lavoro o di previdenza, nelle quali l’attore in primo grado è quasi sempre il

lavoratore – non prevede il potere del giudice di valutare «i gravi ed eccezionali motivi» per

compensare le spese di lite.

Ad avviso del rimettente si configurerebbe la violazione degli artt. 3, primo e secondo comma, 24 e

111 Cost., in quanto la disposizione censurata «priva irragionevolmente il Giudice della essenziale

funzione di giustizia, ovvero quella di adeguare la pronunzia alle peculiarità del modello

processuale ed alle condizioni personali e circostanze concrete del caso di specie»; dà luogo alla

manifesta violazione del principio di uguaglianza sostanziale «che esigerebbe un trattamento

differenziato, ma di vantaggio, per il soggetto più debole e costretto ad agire giudizialmente» per

vedere accertata l’illegittimità del provvedimento datoriale, trattandosi, di regola, di «controversie a

“controprova”»; «esercita di fatto una gravissima limitazione del diritto all’effettività dell’accesso

alla giustizia in danno del lavoratore», già gravato dagli oneri economici, non detraibili, del

pagamento del contributo unificato, dell’anticipazione delle spese legali e dell’IVA; limita il diritto

all’effettività dell’accesso alla giustizia «in termini di pesante “deterrenza” in modo

proporzionalmente (e vieppiù irragionevolmente) maggiore per quanto minore sia la capacità

economica del lavoratore»; colpisce, irragionevolmente, anche la parte incolpevole che non ha

«abusato» del processo o che non ha invocato diritti, «che a priori, sapeva essere inesistenti».

Inoltre, sempre ad avviso del rimettente, sarebbero violati gli artt. 25, primo comma, 102 e 104

Cost., in quanto l’intervenuto d.l. n. 132 del 2014 costituirebbe un’ingerenza del potere legislativo

su quello giudiziario comprimendo oltremodo la discrezionalità del giudice.

Il tribunale rimettente deduce poi la violazione dell’art. 117, primo comma, Cost. in relazione

all’art. 47 CDFUE che esige l’effettività del diritto d’azione e di accesso alla giustizia e l’equità del

processo, «quest’ultima irragionevolmente lesa da una sanzione che colpisce una parte che non ha

“responsabilità” processuale (nelle cause “a controprova”)»; nonché in relazione agli artt. 6 e 13

CEDU, in rapporto al «diritto all’equo processo» ed al diritto ad un «ricorso effettivo», in quanto la

modifica dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. in chiave specificamente deflativa,

rappresenta un mezzo sproporzionato rispetto allo scopo perseguito.

Altresì sarebbero violati gli artt. 14 CEDU e 21 CDFUE, in relazione al principio di non

discriminazione, derivante dal divieto per il giudice di tener conto della condizione personale del

lavoratore, «così pregiudicandone il diritto di azione proprio in ragione della limitata capacità

economica, anche a prescindere da ragioni di “colpevolezza processuale”».

Il rimettente poi osserva che nel processo del lavoro sono frequenti le controversie cosiddette “a

controprova”, nel senso che il lavoratore deve introdurle non disponendo di tutti i dati che incidono

sulla legittimità, o meno, del provvedimento datoriale che egli ha già subito e di cui chiede al

giudice il controllo di legittimità, da operare appunto all’esito dell’assolvimento della prova da parte

del datore di lavoro convenuto in giudizio.

Con specifico riferimento alle controversie di lavoro, il rimettente deduce inoltre che il lavoratore,

per introdurre la causa in primo grado, deve, di regola, sostenere l’onere del contributo unificato,

l’anticipazione delle spese legali e spesso di quelle per conteggi, oltre all’IVA sulla prestazione dei

professionisti; e tutti questi oneri, come pure quello eventuale delle spese di soccombenza, non sono

detraibili. Al contrario, il datore, di regola, potrà recuperare l’IVA sulle prestazioni del difensore e

detrarrà dal reddito la relativa parcella, come le spese di eventuale soccombenza.

In riferimento al principio di non discriminazione sancito nella CEDU, il rimettente osserva come la

discriminazione vietata dall’art. 14 della Convenzione consista nel trattare in modo differente, salvo

una giustificazione obiettiva e ragionevole, le persone che si trovano in situazioni simili o analoghe

e che una distinzione è discriminatoria se non persegua uno scopo legittimo o se non sussiste un

rapporto di ragionevole proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo che si è prefissata.

Quanto alla rilevanza della sollevata questione di legittimità costituzionale, il giudice a quo pone in

rilievo che la lavoratrice, originaria ricorrente nel procedimento per l’impugnazione del

licenziamento, è convenuta in opposizione, dalla società cui non è stato ritenuto riconducibile il

licenziamento, per essere condannata alla rifusione delle spese processuali sia della prima fase

(sommaria), sia di quella attuale di opposizione; il rimettente afferma che la vicenda riveste una

peculiarità oggettiva tale da rendere difficile una ricostruzione in fatto degli avvenimenti, per i

numerosi passaggi subiti dal lavoratore da una società all’altra nonché per la necessità di procedere

alla ricostruzione delle trasformazioni e cessioni societarie avvenute, in forza delle quali le plurime

aziende coinvolte, tra loro collegate di fatto o in diritto, hanno cambiato nome, assetto e

composizione societaria, ceduto rami d’azienda ed effettuato altre intricate modifiche interne.

5.− Nel giudizio incidentale si è costituita la lavoratrice, depositando anche memoria, ed ha

concluso per la fondatezza della questione.

È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

generale dello Stato, concludendo per l’inammissibilità o l’infondatezza della sollevata questione di

legittimità costituzionale. La difesa dell’interveniente svolge sostanzialmente le medesime

argomentazioni già prospettate nell’altro giudizio incidentale, deducendo, in particolare, che

nell’ambito di controversie in materia di lavoro, dove una delle parti in causa potrebbe risultare

economicamente svantaggiata rispetto all’altra, l’indicazione tassativa delle ipotesi in cui è possibile

procedere alla compensazione delle spese di lite non determina un effetto preclusivo del ricorso alla

tutela giurisdizionale.

Considerato in diritto

1.– Con ordinanza del 30 gennaio 2016, iscritta al n. 132 del registro ordinanze 2016, il Tribunale

ordinario di Torino, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo

comma, 24, primo comma, e 111, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità

costituzionale dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile, nel testo modificato

dall’art. 13, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di

degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo

civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162, nella parte in cui non

consente, in caso di soccombenza totale, la compensazione delle spese di lite anche in altre ipotesi

di gravi ed eccezionali ragioni, analoghe a quelle indicate in modo tassativo dalla disposizione

stessa, ossia l’«assoluta novità della questione trattata» e il «mutamento della giurisprudenza

rispetto alle questioni dirimenti».

La questione è stata sollevata nel corso di un giudizio civile promosso da un socio lavoratore di una

società cooperativa, per ottenere la condanna di quest’ultima al pagamento di differenze di

compenso per l’attività svolta calcolate sulla base delle tariffe del contratto collettivo ritenute

applicabili ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142 (Revisione della

legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio

lavoratore), e dell’art. 7, comma 4, del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini

previsti da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito, con

modificazioni, nella legge 28 febbraio 2008, n. 31. In via subordinata lo stesso ricorrente aveva

chiesto il riconoscimento di un’integrazione contrattuale delle indennità previste in caso di

infortunio e di malattia.

Il tribunale, pronunciandosi nell’instaurato contraddittorio delle parti, ha rigettato, con sentenza

qualificata “non definitiva”, sia la domanda principale che quella subordinata, ed ha disposto la

prosecuzione del giudizio per la definizione della questione residua, concernente il regolamento

delle spese di lite. In tale sede, ha sollevato d’ufficio la questione di legittimità costituzionale

dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., con riferimento ai parametri suddetti ritenendo che la

limitazione a due sole ipotesi tassative della possibilità per il giudice di compensare le spese di lite

in caso di soccombenza totale sia contraria al principio di ragionevolezza e di eguaglianza, nonché a

quello del giusto processo e comporti un’eccessiva remora a far valere i propri diritti in giudizio.

Secondo il tribunale rimettente, nella specie, l’esito della lite, sfavorevole al lavoratore, è dipeso da

elementi di fatto nuovi, non previsti né prevedibili: da una parte una contrattazione collettiva

utilizzata parametricamente dal consulente tecnico d’ufficio per calcolare le rivendicate differenze

retributive, la quale era diversa sia da quella applicata dalla società, sia da quella allegata dal

lavoratore a sostegno della sua pretesa; d’altra parte una non conosciuta delibera della società che

aveva (legittimamente) sospeso l’erogazione del trattamento integrativo di malattia e di infortunio,

parimenti rivendicato dal lavoratore.

2.− Con ordinanza del 28 febbraio 2017, iscritta al n. 86 del registro ordinanze 2017, il Tribunale

ordinario di Reggio Emilia, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato analoghe questioni di

legittimità costituzionale della medesima disposizione, per contrasto con gli artt. 3, primo e secondo

comma; 24; 25, primo comma; 102; 104 e 111 Cost.; nonché degli artt. 21 e 47 della Carta dei

diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e

adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, e degli artt. 6, 13 e 14 della Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4

novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, questi ultimi come

parametri interposti per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost.

La questione è stata sollevata nel corso di una controversia di lavoro avente ad oggetto

l’impugnativa di un licenziamento, promossa con il rito di cui all’art. 1, comma 48, della legge 28

giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di

crescita), da una lavoratrice nei confronti non solo della società che aveva intimato il licenziamento,

ma anche di altre società, sull’asserito presupposto di un unico centro di imputazione giuridica del

rapporto di lavoro, stante la contemporanea utilizzazione della prestazione lavorativa da parte di

tutte le società convenute. La fase sommaria si concludeva con un’ordinanza di inammissibilità del

ricorso per essere stato il licenziamento revocato. Quanto alle spese di lite il tribunale condannava

la lavoratrice al pagamento delle spese nei confronti della società che aveva formalmente intimato –

e poi revocato – il licenziamento; invece le compensava tra la lavoratrice e le altre società

convenute in giudizio. Avverso questa ordinanza proponeva opposizione una sola di queste ultime

società, dolendosi della compensazione delle spese di lite e chiedendo la condanna della lavoratrice,

originaria ricorrente, al pagamento delle stesse. Quest’ultima ha resistito all’opposizione eccependo,

tra l’altro, l’illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ.; eccezione che il

giudice dell’opposizione ha accolto promuovendo l’incidente di legittimità costituzionale con

riferimento ai parametri sopra indicati e muovendo censure analoghe a quelle del Tribunale di

Torino, nonché lamentando che non venga in rilievo la posizione del lavoratore quale parte

“debole” del rapporto controverso.

Secondo il tribunale rimettente l’utilizzazione delle prestazioni lavorative da parte non solo della

società datrice di lavoro, ma anche di altre società, aveva creato l’apparenza di un unico centro di

imputazione del rapporto di lavoro con conseguente grave incertezza in ordine a chi fosse il reale

datore; sicché non ingiustificata appariva l’evocazione in giudizio delle varie società interessate.

3.– Le questioni di legittimità costituzionale, sollevate dal Tribunale ordinario di Torino e dal

Tribunale ordinario di Reggio Emilia, sono in larga parte sovrapponibili e quindi si rende opportuna

la loro trattazione congiunta mediante riunione dei giudizi.

4.– Va preliminarmente considerato che nel giudizio di legittimità costituzionale originato

dall’ordinanza di rimessione del giudice del lavoro di Torino è intervenuta ad adiuvandum la

Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), aderendo alle argomentazioni contenute

nell’ordinanza di rimessione e chiedendo l’accoglimento della prospettata questione di legittimità

costituzionale.

L’Avvocatura generale dello Stato e la difesa della società costituita hanno eccepito

l’inammissibilità di tale intervento.

L’intervento è inammissibile.

La costante giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, le ordinanze allegate alle sentenze n. 16 del

2017, n. 237 e n. 82 del 2013, n. 272 del 2012, n. 349 del 2007, n. 279 del 2006 e n. 291 del 2001) è

nel senso che la partecipazione al giudizio incidentale di legittimità costituzionale è circoscritta, di

norma, alle parti del giudizio a quo, oltre che al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di

legge regionale, al Presidente della Giunta regionale (artt. 3 e 4 delle Norme integrative per i giudizi

davanti alla Corte costituzionale).

A tale disciplina è possibile derogare − senza venire in contrasto con il carattere incidentale del

giudizio di costituzionalità − soltanto a favore di soggetti terzi che siano titolari di un interesse

qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non

semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura.

Pertanto, l’incidenza sulla posizione soggettiva dell’interveniente deve derivare non già, come per

tutte le altre situazioni sostanziali disciplinate dalla disposizione denunciata, dalla pronuncia della

Corte sulla legittimità costituzionale della legge stessa, ma dall’immediato effetto che la pronuncia

della Corte produce sul rapporto sostanziale oggetto del giudizio a quo.

Nella specie – essendo la CGIL titolare non di un interesse direttamente riconducibile all’oggetto

del giudizio principale, bensì di un mero indiretto, e più generale, interesse connesso agli scopi

statutari della tutela degli interessi economici e professionali degli iscritti – il suo intervento in

questo giudizio deve essere dichiarato inammissibile.

5.– Ancora in via preliminare l’Avvocatura generale dello Stato ha sollevato eccezione di

inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale per mancata interpretazione adeguatrice

della disposizione censurata.

L’eccezione non è fondata.

Entrambi i giudici rimettenti hanno, con motivazione plausibile, escluso la possibilità di

interpretazione adeguatrice della disposizione censurata osservando che il recente ripetuto

intervento del legislatore sulla disposizione censurata, di cui si dirà oltre, mostra chiaramente che si

è inteso restringere sempre più la discrezionalità del giudice della controversia fino a definire le sole

ipotesi che facoltizzano il giudice, in caso di soccombenza totale, a compensare, in tutto o in parte,

le spese di lite; ipotesi che quindi sono tassative: la soccombenza reciproca ovvero l’assoluta novità

della questione trattata o il mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti. Non è

possibile pertanto estendere in via interpretativa tale facoltà del giudice ad altre ipotesi che

parimenti consentano la compensazione delle spese di lite.

Tanto è sufficiente per ritenere l’ammissibilità della questione, anche in ragione della più recente

giurisprudenza di questa Corte che ha affermato che, se è vero che le leggi non si dichiarano

costituzionalmente illegittime «perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche

giudice ritenga di darne)», ciò però non significa che «ove sia improbabile o difficile prospettarne

un’interpretazione costituzionalmente orientata, la questione non debba essere scrutinata nel

merito» (sentenza n. 42 del 2017; nello stesso senso, sentenza n. 83 del 2017).

6.− L’Avvocatura generale dello Stato ha inoltre eccepito l’inammissibilità delle questioni di

legittimità costituzionale per insufficiente descrizione della fattispecie.

L’eccezione non è fondata.

Entrambi i giudici rimettenti hanno descritto in dettaglio la fattispecie al loro esame nei termini

sopra riportati ed hanno chiaramente evidenziato la necessità di applicare nei giudizi a quibus la

disposizione censurata in ordine alla quale hanno motivatamente argomentato i loro dubbi di

legittimità costituzionale.

Le sollevate questioni di legittimità costituzionale sono quindi ammissibili, sotto l’indicato profilo,

e sussiste altresì la loro rilevanza.

7.− C’è poi un ulteriore, più delicato, profilo di ammissibilità concernente le questioni oggetto

dell’ordinanza di rimessione del Tribunale ordinario di Torino, che – come già rilevato − ha deciso

con sentenza, qualificata “non definitiva”, tutto il merito della causa ed ha riservato solo la

decisione sulle spese di lite, in riferimento alla quale, con distinta ordinanza, ha posto la questione

di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ.

Deve rilevarsi al riguardo che questa Corte nell’ordinanza n. 395 del 2004 ha affermato che la

regolamentazione delle spese, in quanto accessoria alla decisione di merito, non è suscettibile di un

autonomo giudizio.

La citata ordinanza ha riguardato una situazione analoga: quella di un giudice rimettente (di primo

grado) che, nel censurare il medesimo art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., aveva parimenti

deciso, con sentenza, il merito della causa disponendo con ordinanza la sospensione del processo

limitatamente alla pronuncia accessoria sulle spese legali, perché, ritenendo di dover fare uso della

facoltà di compensarle, ai sensi della citata disposizione nel testo originario, dubitava della

legittimità costituzionale di tale norma, «così come interpretata dalla giurisprudenza pressoché

univoca e costante della Suprema Corte», secondo cui non vi era alcun obbligo di motivare il capo

della sentenza col quale fosse disposta la compensazione delle spese «per giusti motivi», trattandosi

di statuizione discrezionale, assistita da una presunzione di conformità a diritto.

Questa Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione per difetto di rilevanza,

affermando che «il “diritto vivente” in questione […] si risolve in una regola − insindacabilità della

compensazione delle spese non motivata − della quale è diretto destinatario il giudice

dell’impugnazione, e solo indirettamente il giudice munito del potere (discrezionale) di disporre la

compensazione delle spese del giudizio da lui definito». Sicché il canone dell’insindacabilità della

motivazione della compensazione delle spese di lite, all’epoca ritenuta dalla giurisprudenza di

legittimità, costituiva regola di giudizio per il giudice dell’impugnazione, legittimato in ipotesi a

sollevare la relativa questione di legittimità costituzionale, ma non già per un giudice di primo

grado, quale era il giudice rimettente. Da ciò, l’inammissibilità manifesta della questione di

legittimità costituzionale.

La Corte però ha poi aggiunto – seppur senza che ciò costituisse, o concorresse a costituire, la ratio

decidendi della pronuncia di inammissibilità − che il giudice rimettente comunque «aveva

consumato il suo potere decisorio». In ragione di ciò si potrebbe ora sostenere che anche il

Tribunale ordinario di Torino abbia esaurito il suo potere decisorio dopo essersi pronunciato su tutto

il merito della causa, di talché la questione di legittimità costituzione sarebbe, sotto tale profilo,

inammissibile.

8.− In realtà, la questione è ammissibile anche sotto questo profilo.

Nel processo civile una sentenza non definitiva è possibile allorché il giudice di primo grado – qual

è il rimettente Tribunale ordinario di Torino ‒ limiti la sua decisione alla questione di giurisdizione,

o a questioni pregiudiziali o preliminari di merito, o anche solo ad alcune questioni di merito

impartendo distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa (art. 279, secondo comma,

cod. proc. civ.). Il giudice infatti può limitare la decisione ad alcune domande, se riconosce che per

esse soltanto non sia necessaria un’ulteriore istruzione e sempre che la loro «sollecita definizione»

sia di «interesse apprezzabile» per la parte che ne abbia fatto istanza (art. 277, secondo comma, cod.

proc. civ.).

Ma se il giudice decide totalmente il merito della causa, accogliendo o rigettando tutte le domande,

emette una sentenza definitiva, alla quale si accompagna la pronuncia sulle spese di lite, che – come

già rilevato da questa Corte (nell’ordinanza n. 314 del 2008, richiamata dalla difesa della società

costituita) – ha «natura accessoria» rispetto alla decisione sul merito. Non di meno però la decisione

sulle spese di lite ha una sua distinta autonomia nella misura in cui è possibile l’impugnativa di

questo solo capo della sentenza definitiva sicché, in tale evenienza, il giudizio di impugnazione è

destinato ad avere ad oggetto la sola regolamentazione delle spese di lite.

Questo legame di accessorietà della pronuncia sulle spese alla sentenza che decida tutte le questioni

di merito non è quindi indissolubile e, in particolare, è recessivo allorché il giudice – come il

Tribunale ordinario di Torino – abbia un dubbio non manifestamente infondato in ordine soltanto

alla disposizione che governa le spese di lite e di cui egli debba fare applicazione.

Il principio della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.), coniugato con il

favor per l’incidente di legittimità costituzionale ‒ il quale preclude che alcun giudice possa fare

applicazione di una disposizione di legge della cui legittimità costituzionale dubiti – suggerisce che

non sia ritardata la decisione del merito della causa rispondendo ciò all’«interesse apprezzabile»

delle parti alla «sollecita definizione» di quanto possa essere deciso senza fare applicazione della

disposizione indubbiata (ex art. 277, secondo comma, citato). Del resto, come argomento a fortiori,

può richiamarsi la giurisprudenza di questa Corte che ha ritenuto, al fine dell’ammissibilità della

questione di legittimità costituzionale, che il potere decisorio del giudice rimettente non venga

meno neppure quando egli abbia, al contempo, adottato la misura cautelare richiesta da una parte e,

con separato provvedimento, abbia sospeso il giudizio cautelare investendo questa Corte con

incidente di legittimità costituzionale proprio sulla disposizione di cui abbia fatto applicazione

provvisoria e temporanea (ex plurimis, sentenze n. 83 del 2013, n. 236 del 2010, n. 351 e n. 161 del

2008; ordinanza n. 25 del 2006).

Si ha quindi che, nella specie, non erroneamente il Tribunale ordinario di Torino non ha sacrificato

l’interesse delle parti alla sollecita decisione del merito – segnatamente, di tutto il merito – della

causa ed ha legittimamente limitato la sospensione del giudizio, obbligatoria ex art. 23, secondo

comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte

costituzionale), a quanto strettamente necessario per la decisione della questione di legittimità

costituzionale.

La pur imprecisa qualificazione, ad opera dello stesso tribunale, della sentenza che ha deciso tutto il

merito della causa, come pronuncia “non definitiva” anziché “definitiva” ex art. 279 cod. proc. civ.,

rileva al fine non già dell’ammissibilità della questione di legittimità costituzionale, ma del regime

dell’impugnazione di tale pronuncia quanto alla possibilità, o no, della riserva facoltativa d’appello

ex art. 340 cod. proc. civ.

9.− Nel merito la questione, sollevata congiuntamente dal Tribunale ordinario di Torino e dal

Tribunale ordinario di Reggio Emilia, è fondata.

10.– La regolamentazione delle spese processuali nel giudizio civile risponde alla regola generale

victus victori fissata dall’art. 91, primo comma, cod. proc. civ. nella parte in cui – ripetendo

l’analoga prescrizione dell’art. 370, primo comma, del codice di procedura civile del 1865 −

prevede che «il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte

soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con

gli onorari di difesa». Quindi la soccombenza si accompagna, di norma, alla condanna al pagamento

delle spese di lite. L’alea del processo grava sulla parte soccombente perché è quella che ha dato

causa alla lite non riconoscendo, o contrastando, il diritto della parte vittoriosa ovvero azionando

una pretesa rivelatasi insussistente. È giusto, secondo un principio di responsabilità, che chi è

risultato essere nel torto si faccia carico, di norma, anche delle spese di lite, delle quali invece debba

essere ristorata la parte vittoriosa. Questa Corte ha in proposito affermato che «il costo del processo

deve essere sopportato da chi ha reso necessaria l’attività del giudice ed ha occasionato le spese del

suo svolgimento» (sentenza n. 135 del 1987).

La regolamentazione delle spese di lite è processualmente accessoria alla pronuncia del giudice che

la definisce in quanto tale ed è anche funzionalmente servente rispetto alla realizzazione della tutela

giurisdizionale come diritto costituzionalmente garantito (art. 24 Cost.). Il «normale complemento»

dell’accoglimento della domanda – ha affermato questa Corte (sentenza n. 303 del 1986) – è

costituito proprio dalla liquidazione delle spese e delle competenze in favore della parte vittoriosa.

Ma non è una regola assoluta proprio in ragione del carattere accessorio della pronuncia sulle spese

di lite, come emerge dalla giurisprudenza di questa Corte che ha esaminato un’ipotesi di

contenzioso − il processo tributario prima della riforma del 1992 − in cui non era affatto prevista la

regolamentazione delle spese di lite sì che la parte soccombente non ne sopportava l’onere e la parte

vittoriosa non ne era ristorata. Ha infatti affermato questa Corte (sentenza n. 196 del 1982) che

«l’istituto della condanna del soccombente nel pagamento delle spese ha bensì carattere generale,

ma non è assoluto e inderogabile»: come è consentito al giudice di compensare tra le parti le spese

di lite ricorrendo le condizioni di cui al secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ. (disposizione

attualmente censurata), così rientra nella discrezionalità del legislatore modulare l’applicazione

della regola generale secondo cui alla soccombenza nella causa si accompagna la condanna al

pagamento delle spese di lite. Analogamente, con riferimento al giudizio di opposizione a sanzioni

amministrative, questa Corte (ordinanza n. 117 del 1999) ha ribadito che «l’istituto della condanna

del soccombente al pagamento delle spese di giudizio, pur avendo carattere generale, non ha portata

assoluta ed inderogabile, potendosene profilare la derogabilità sia su iniziativa del giudice del

singolo processo, quando ricorrano giusti motivi ex art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., sia per

previsione di legge − con riguardo al tipo di procedimento − in presenza di elementi che

giustifichino la diversificazione dalla regola generale». Parimenti è stata ritenuta non illegittima una

regola di settore che, all’opposto, escludeva in ogni caso la compensazione delle spese di lite in

ipotesi di accoglimento della domanda di risarcimento del danno esercitata nel processo penale

dalla parte offesa costituitasi parte civile nel regime precedente la riforma del codice di procedura

penale del 1987 (sentenza n. 222 del 1985).

Ampia quindi è la discrezionalità di cui gode il legislatore nel dettare norme processuali (ex

plurimis, sentenze n. 270 del 2012, n. 446 del 2007 e n. 158 del 2003) e segnatamente nel

regolamentare le spese di lite. Sicché è ben possibile – ha affermato questa Corte (sentenza n. 157

del 2014) − «una deroga all’istituto della condanna del soccombente alla rifusione delle spese di lite

in favore della parte vittoriosa, in presenza di elementi che la giustifichino (sentenze n. 270 del

2012 e n. 196 del 1982), non essendo, quindi, indefettibilmente coessenziale alla tutela

giurisdizionale la ripetizione di dette spese (sentenza n. 117 del 1999)».

11.− Muovendo da questa affermata possibile derogabilità della regola che prescrive la condanna

del soccombente alla rifusione delle spese di lite in favore della parte vittoriosa, vanno ora

esaminate le censure mosse alla disposizione indubbiata dai giudici rimettenti, che sono centrate

proprio sulle possibili deroghe a tale regola. Le quali, da epoca risalente e per lungo tempo, sono

state affidate ad una clausola generale che chiamava in gioco la discrezionalità del giudice al

momento della decisione della causa. Disponeva infatti il secondo comma dell’art. 370 cod. proc.

civ. del 1865: «Quando concorrono motivi giusti, le spese possono dichiararsi compensate in tutto o

in parte». Il secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ. del 1940 ha ripetuto la stessa norma

derogatoria: «Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, il giudice può

compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti». Nella relazione al Guardasigilli per la

redazione del nuovo codice di procedura civile si espresse l’opzione di dare continuità all’analoga

disposizione del codice di rito del 1865 e, con riferimento alla facoltà demandata al giudice di

compensare le spese di lite, oltre al caso di soccombenza parziale, anche quando ricorressero

«motivi giusti» – che, con mera inversione testuale sarebbero diventati «giusti motivi» − si

evidenziò che «tale regola […] risponde ad un evidente criterio di giustizia», ritenendo non

«attendibili» alcune osservazioni in senso critico rivolte da una parte della dottrina contro questa

clausola generale, la quale affidava tale criterio derogatorio, nel momento della decisione della lite,

al prudente apprezzamento del giudice, che era quello che meglio conosceva le peculiarità della

causa.

La norma espressa dal secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ., attualmente oggetto delle censure

di illegittimità costituzionale, è rimasta per lungo tempo invariata anche in occasioni di profonde

riforme del codice di rito, quale quella del 1950 apportata con la legge 14 luglio 1950, n. 581

(Ratifica del decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 483, contenente modificazioni e aggiunte al

Codice di procedura civile) e quella del 1990 introdotta con la legge 26 novembre 1990, n. 353

(Provvedimenti urgenti per il processo civile); ma non è rimasta immune da critiche di parte della

dottrina. Ed in effetti, già nella vigenza dell’art. 370 cod. proc. civ. del 1865, un’autorevole dottrina

del tempo aveva denunciato l’abuso nella pratica della compensazione per i motivi più vari.

Il punctum dolens era la motivazione dei «giusti motivi» che facoltizzavano il giudice a

compensare, totalmente o parzialmente, le spese di lite anche in caso di soccombenza totale. Il

principio di diritto, che era stato alla fine fissato in una tralaticia massima di giurisprudenza,

affermava che la valutazione dei «giusti motivi» per la compensazione, totale o parziale, delle spese

processuali rientrava nei poteri discrezionali del giudice di merito e non richiedeva specifica

motivazione, restando perciò incensurabile in sede di legittimità, salvo che risultasse violata la

regola secondo cui le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa

(argumenta, ex plurimis, da Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 15 luglio 2005, n.

14989).

Sempre più però si poneva in discussione questo orientamento giurisprudenziale fino al radicarsi di

un vero e proprio contrasto, poi composto dalle sezioni unite della Corte di cassazione, che

operarono una significativa correzione di rotta affermando che la decisione di compensazione,

totale o parziale, delle spese di lite per «giusti motivi» dovesse comunque dare conto della relativa

statuizione mediante argomenti specificamente riferiti a questa ovvero attraverso rilievi che,

sebbene riguardanti la definizione del merito, si risolvano in considerazioni giuridiche o di fatto

idonee a giustificare tale compensazione delle spese (Corte di cassazione, sezioni unite civili,

sentenza 30 luglio 2008, n. 20598).

12.− Intanto il legislatore era intervenuto ed aveva modificato, dopo quasi centocinquant’anni, la

norma in questione confermando sì la clausola generale dei «giusti motivi», quale presupposto della

compensazione delle spese di lite, ma richiedendo che questi fossero «esplicitamente indicati nella

motivazione» (art. 2, comma 1, della legge 28 dicembre 2005, n. 263, recante «Interventi correttivi

alle modifiche in materia processuale civile introdotte con il decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35,

convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, nonché ulteriori modifiche al

codice di procedura civile e alle relative disposizioni di attuazione, al regolamento di cui al regio

decreto 17 agosto 1907, n. 642, al codice civile, alla legge 21 gennaio 1994, n. 53, e disposizioni in

tema di diritto alla pensione di reversibilità del coniuge divorziato»).

La prescrizione dell’espressa indicazione dei «giusti motivi» nella motivazione della decisione del

giudice sulle spese di lite non apparve però ancora sufficiente a contrastare una tendenza, esistente

nella prassi, al frequente ricorso da parte del giudice alla facoltà di compensare le spese di lite anche

in caso di soccombenza totale. Il legislatore è quindi intervenuto una seconda volta proprio sulla

clausola generale accentuandone, in chiave limitativa, il carattere derogatorio rispetto alla regola

generale che vuole che alla soccombenza totale segua anche la condanna al pagamento delle spese

di lite. L’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo

economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), ha così

riformulato il secondo comma dell’art. 92: «Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi

ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare,

parzialmente o per intero, le spese tra le parti».

I «giusti motivi» sono diventati le «gravi ed eccezionali ragioni»: ciò significava che il perimetro

della clausola generale si era ridotto, ritenendo il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità

− che si è già rilevato essere ampia, secondo la giurisprudenza di questa Corte − che una più estesa

applicazione della regola di porre a carico del soccombente totale le spese di lite rafforzasse il

principio di responsabilità di chi promuoveva una lite, o resisteva in giudizio, con conseguente

effetto deflativo sul contenzioso civile.

13.− Al fondo di questo contesto riformatore è la consapevolezza, sempre più avvertita, che, a

fronte di una crescente domanda di giustizia, anche in ragione del riconoscimento di nuovi diritti, la

giurisdizione sia una risorsa non illimitata e che misure di contenimento del contenzioso civile

debbano essere messe in opera.

Da ciò l’adozione, in epoca recente, di istituti processuali diretti, in chiave preventiva, a favorire la

composizione della lite in altro modo, quali le misure di ADR (Alternative Dispute Resolution), cui

sono riconducibili le procedure di mediazione, la negoziazione assistita, il trasferimento della lite

alla sede arbitrale. Nella stessa linea è la previsione in generale, nel codice di rito (art. 185-bis cod.

proc. civ.), di un momento processuale che vede la formulazione della proposta di conciliazione ad

opera del giudice, introdotta in generale dall’art. 77, comma 1, lettera a), del decreto-legge 21

giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con

modificazioni, nella legge 9 agosto 2013, n. 98, generalizzando quanto era già stato stabilito,

qualche anno prima, per le controversie di lavoro attraverso la modifica dell’art. 420, primo comma,

cod. proc. civ., introdotta dall’art. 31, comma 4, della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al

Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi,

di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di

occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro

pubblico e di controversie di lavoro).

Per altro verso, quando non di meno la lite arriva all’esito finale della decisione giudiziaria, appare

giustificato che l’alea del processo debba allora gravare sulla parte totalmente soccombente secondo

una più stretta regola generale, limitando alla ricorrenza di «gravi e eccezionali ragioni» la facoltà

per il giudice di compensare le spese di lite.

Questo raggiunto equilibrio è stato però alterato da un’ulteriore, più recente, modifica del censurato

secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ.

14.− Da ultimo infatti, sull’abbrivio riformatore cominciato nel 2005, il legislatore, nel 2014, è

andato ancora oltre ed ha ristretto ulteriormente il perimetro della deroga alla regola che vuole che

le spese di lite gravino sulla parte totalmente soccombente: non più la clausola generale delle «gravi

ed eccezionali ragioni», ma due ipotesi nominate (oltre quella della soccombenza reciproca che non

è mai mutata), ossia l’assoluta novità della questione trattata ed il mutamento della giurisprudenza

rispetto alle questioni dirimenti.

Così ha disposto, da ultimo, l’art. 13, comma 1, del d.l. n. 132 del 2014, convertito, con

modificazioni, nella legge n. 162 del 2014 (norma che, per espressa previsione dell’art. 13, comma

2, del decreto-legge citato, si applica ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno

successivo all’entrata in vigore della relativa legge di conversione, avvenuta l’11 novembre 2014).

Si legge nella Relazione al disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge n. 132 del

2014: «Nonostante le modifiche restrittive introdotte negli ultimi anni, nella pratica applicativa si

continua a fare larghissimo uso del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali,

con conseguente incentivo alla lite, posto che la soccombenza perde un suo naturale e rilevante

costo, con pari danno per la parte che risulti aver avuto ragione».

Questo più recente sviluppo normativo, che ha portato alla formulazione della disposizione

censurata, mostra chiaramente che il legislatore ha voluto far riferimento a due ipotesi tassative,

oltre quella della soccombenza reciproca, rimasta invariata nel tempo, come correttamente

ritengono entrambi i giudici rimettenti.

15.− Però la rigidità di queste due sole ipotesi tassative, violando il principio di ragionevolezza e di

eguaglianza, ha lasciato fuori altre analoghe fattispecie riconducibili alla stessa ratio giustificativa.

La prevista ipotesi del mutamento della giurisprudenza su una questione dirimente è connotata dal

fatto che, in sostanza, risulta modificato, in corso di causa, il quadro di riferimento della

controversia. Questa evenienza sopravvenuta − che concerne prevalentemente la giurisprudenza di

legittimità, ma che, in mancanza, può anche riguardare la giurisprudenza di merito − non è di certo

nella disponibilità delle parti, le quali si trovano a doversi confrontare con un nuovo principio di

diritto, sì che, nei casi di non prevedibile overruling, l’affidamento di chi abbia regolato la propria

condotta processuale tenendo conto dell’orientamento poi disatteso e superato, è nondimeno tutelato

a determinate condizioni, precisate in una nota pronuncia delle sezioni unite civili della Corte di

cassazione (sentenza 11 luglio 2011, n. 15144).

Il fondamento sotteso a siffatta ipotesi – che, ove anche non prevista espressamente, avrebbe potuto

ricavarsi per sussunzione dalla clausola generale delle «gravi ed eccezionali ragioni» − sta appunto

nel sopravvenuto mutamento del quadro di riferimento della causa che altera i termini della lite

senza che ciò sia ascrivibile alla condotta processuale delle parti. Ma tale ratio può rinvenirsi anche

in altre analoghe fattispecie di sopravvenuto mutamento dei termini della controversia senza che

nulla possa addebitarsi alle parti: tra le più evidenti, una norma di interpretazione autentica o più in

generale uno ius superveniens, soprattutto se nella forma di norma con efficacia retroattiva; o una

pronuncia di questa Corte, in particolare se di illegittimità costituzionale; o una decisione di una

Corte europea; o una nuova regolamentazione nel diritto dell’Unione europea; o altre analoghe

sopravvenienze. Le quali tutte, ove concernenti una “questione dirimente” al fine della decisione

della controversia, sono connotate da pari “gravità” ed “eccezionalità”, ma non sono iscrivibili in un

rigido catalogo di ipotesi nominate: necessariamente debbono essere rimesse alla prudente

valutazione del giudice della controversia.

Ciò può predicarsi anche per l’altra ipotesi prevista dalla disposizione censurata – l’assoluta novità

della questione – che è riconducibile, più in generale, ad una situazione di oggettiva e marcata

incertezza, non orientata dalla giurisprudenza. In simmetria è possibile ipotizzare altre analoghe

situazioni di assoluta incertezza, in diritto o in fatto, della lite, parimenti riconducibili a «gravi ed

eccezionali ragioni».

Del resto la stessa ipotesi della soccombenza reciproca, che, concorrendo con quelle espressamente

nominate dalla disposizione censurata, parimenti facoltizza il giudice della controversia a

compensare le spese di lite, rappresenta un criterio nient’affatto rigido, ma implica una qualche

discrezionalità del giudice che è chiamato ad apprezzare la misura in cui ciascuna parte è al

contempo vittoriosa e soccombente, tanto più che la giurisprudenza di legittimità si va orientando

nel ritenere integrata l’ipotesi di soccombenza reciproca anche in caso di accoglimento parziale

dell’unica domanda proposta (Corte di cassazione, sezione terza civile, sentenza 22 febbraio 2016,

n. 3438).

Si ha quindi che contrasta con il principio di ragionevolezza e con quello di eguaglianza (art. 3,

primo comma, Cost.) aver il legislatore del 2014 tenuto fuori dalle fattispecie nominate, che

facoltizzano il giudice a compensare le spese di lite in caso di soccombenza totale, le analoghe

ipotesi di sopravvenienze relative a questioni dirimenti e a quelle di assoluta incertezza, che

presentino la stessa, o maggiore, gravità ed eccezionalità di quelle tipiche espressamente previste

dalla disposizione censurata. La rigidità di tale tassatività ridonda anche in violazione del canone

del giusto processo (art. 111, primo comma, Cost.) e del diritto alla tutela giurisdizionale (art. 24,

primo comma, Cost.) perché la prospettiva della condanna al pagamento delle spese di lite anche in

qualsiasi situazione del tutto imprevista ed imprevedibile per la parte che agisce o resiste in giudizio

può costituire una remora ingiustificata a far valere i propri diritti.

16.− Per la riconduzione a legittimità della disposizione censurata può anche considerarsi che più

recentemente lo stesso legislatore, in linea di continuità con l’azione riformatrice degli ultimi anni, è

ritornato alla tecnica normativa della clausola generale delle «gravi ed eccezionali ragioni». Infatti,

dopo l’introduzione della disposizione attualmente censurata, il legislatore ha novellato alcune

norme del processo tributario. In particolare l’art. 9, comma 1, lettera f), numero 2), del decreto

legislativo 24 settembre 2015, n. 156 (Misure per la revisione della disciplina degli interpelli e del

contenzioso tributario, in attuazione degli articoli 6 e 10, comma 1, lettere a e b, della legge 11

marzo 2014, n. 23), ha sostituito gli originari commi 2 e 2-bis dell’art. 15 del decreto legislativo 31

dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega governativa

nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991 n. 413) ed ha, tra l’altro, previsto che le spese del giudizio

possono essere compensate in tutto o in parte, oltre che in caso di soccombenza reciproca, anche

«qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni» che devono essere espressamente motivate.

Ciò orienta la pronuncia di illegittimità costituzionale che si va a rendere nel senso che parimenti le

ipotesi illegittimamente non considerate dalla disposizione censurata possono identificarsi in quelle

che siano riconducibili a tale clausola generale e che siano analoghe a quelle tipizzate

nominativamente nella norma, nel senso che devono essere di pari, o maggiore, gravità ed

eccezionalità. Le quali ultime quindi – l’«assoluta novità della questione trattata» ed il «mutamento

della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti» – hanno carattere paradigmatico e svolgono

una funzione parametrica ed esplicativa della clausola generale.

Va quindi dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. nella

parte in cui non prevede che il giudice, in caso di soccombenza totale, possa non di meno

compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe

gravi ed eccezionali ragioni.

L’obbligo di motivazione della decisione di compensare le spese di lite, vuoi nelle due ipotesi

nominate, vuoi ove ricorrano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni, discende dalla generale

prescrizione dell’art. 111, sesto comma, Cost., che vuole che tutti i provvedimenti giurisdizionali

siano motivati.

17.− L’accoglimento della sollevata questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3,

primo comma, 24, primo comma, e 111, primo comma, Cost. – indicati da entrambe le ordinanze di

rimessione − comporta l’assorbimento della questione in riferimento agli ulteriori plurimi parametri

indicati nella sola ordinanza del Tribunale ordinario di Reggio Emilia (artt. 25, primo comma; 102 e

104 Cost.; nonché, per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost., l’art. 47 CDFUE e gli artt. 6 e

13 CEDU) perché tutti orientati ad ottenere la medesima dichiarazione di illegittimità

costituzionale.

Residua però il particolare profilo di censura che fa riferimento alla posizione del lavoratore come

parte “debole” del rapporto controverso; censura che costituisce autonoma e distinta questione,

ridimensionata ma non del tutto assorbita dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale della

disposizione censurata.

Il Tribunale ordinario di Reggio Emilia evidenzia la posizione di maggior debolezza del lavoratore

nel contenzioso di lavoro e chiede che la disposizione censurata sia ricondotta a legittimità

introducendo un’ulteriore ragione di compensazione delle spese di lite che tenga conto della natura

del rapporto giuridico dedotto in causa – ossia del rapporto di lavoro subordinato – e della

condizione soggettiva della parte attrice quando è il lavoratore che agisce nei confronti del datore di

lavoro.

La questione è posta con riferimento al principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo

comma, Cost., che esigerebbe – secondo il giudice rimettente − un trattamento differenziato, ma di

vantaggio, per il lavoratore in quanto soggetto più “debole”, costretto ad agire giudizialmente,

mentre il censurato art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. avrebbe in concreto l’effetto opposto.

Sarebbero altresì violati, per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost., anche gli artt. 14 CEDU e

21 CDFUE, in punto di discriminazione fondata, rispettivamente, «sulla ricchezza» o su «ogni altra

condizione» (art. 14 CEDU) o sul «patrimonio» (art. 21 CDFUE).

18.− La questione non è fondata.

Rileva in proposito da una parte il generale canone della par condicio processuale previsto dal

secondo comma dell’art. 111 Cost. secondo cui «[o]gni processo si svolge […] tra le parti, in

condizioni di parità». Per altro verso la situazione di disparità in cui, in concreto, venga a trovarsi la

parte “debole” − ossia quella per la quale possa essere maggiormente gravoso il costo del processo,

anche in termini di rischio di condanna al pagamento delle spese processuali, sì da costituire

un’indiretta remora ad agire o resistere in giudizio − trova un possibile riequilibrio, secondo il

disposto del terzo comma dell’art. 24 Cost., in «appositi istituti» diretti ad assicurare «ai non

abbienti […] i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione».

Nel binario segnato da questi due concorrenti principi costituzionali si colloca la disposizione

censurata che, non considerando la situazione soggettiva, nel rapporto controverso, della parte

totalmente soccombente, è ispirata al principio generale della par condicio processuale. Anche le

due richiamate ipotesi che facoltizzano il giudice a compensare, in tutto o in parte, le spese di lite −

le quali, a seguito della presente dichiarazione di illegittimità costituzionale, sono non più tassative,

ma parametriche di altre analoghe ipotesi di «gravi e eccezionali ragioni» – rinviano comunque a

condizioni prevalentemente oggettive e non già a situazioni strettamente soggettive della parte

soccombente, quale l’essere essa la parte “debole” del rapporto controverso.

Finanche la legge 11 agosto 1973, n. 533 (Disciplina delle controversie individuali di lavoro e delle

controversie in materia di previdenza e di assistenza obbligatorie) − la quale pur conteneva

disposizioni ispirate al favor per questo contenzioso al fine di agevolare la tutela giurisdizionale del

lavoratore, quali quelle che prevedevano l’esenzione da ogni spesa o tassa (art. 10) ed il patrocinio a

spese dello Stato per le parti non abbienti (art. 11) – non aveva derogato al disposto dell’art. 92 cod.

proc. civ., quanto alla condanna della parte totalmente soccombente al pagamento delle spese di lite.

In ogni caso per il lavoratore operava la regola generale della condanna della parte totalmente

soccombente al pagamento delle spese di lite, salva la facoltà per il giudice di compensarle sulla

base della già richiamata clausola generale, all’epoca vigente, dei «giusti motivi». Ed opera tuttora

la stessa regola, salva la facoltà per il giudice di compensarle ove ricorrano, secondo la disciplina

attualmente vigente, le due ipotesi nominativamente previste dal secondo comma dell’art. 92 cod.

proc. civ., oltre – a seguito della presente dichiarazione di illegittimità costituzionale della

disposizione censurata – anche altre analoghe «gravi ed eccezionali ragioni».

Solo per le controversie in materia previdenziale proposte nei confronti degli istituti di previdenza

ed assistenza l’art. 9 della legge n. 533 del 1973 aveva sostituito l’art. 152 delle disposizioni per

l’attuazione del codice di procedura civile, disponendo che il lavoratore soccombente nei giudizi

promossi per ottenere prestazioni previdenziali non era assoggettato al pagamento di spese,

competenze ed onorari a favore degli istituti di assistenza e previdenza, a meno che la pretesa non

fosse manifestamente infondata e temeraria; disposizione questa, peraltro anticipata, in una portata

più limitata, dal dettato dell’art. 57 della legge 30 aprile 1969, n. 153 (Revisione degli ordinamenti

pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale) e successivamente estesa anche alle

controversie di natura assistenziale dalla sentenza n. 85 del 1979.

Ma il collegamento dell’esonero con la condizione di «non abbiente» è stato dapprima prefigurato,

come possibile, da questa Corte (sentenza n. 135 del 1987) e poi posto a fondamento della

dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 2, del decreto-legge 19 settembre

1992, n. 384 (Misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego, nonché

disposizioni fiscali), convertito, con modificazioni, in legge 14 novembre 1992, n. 438, per aver,

tale disposizione, operato un’indiscriminata abrogazione dell’esonero stesso, trascurando qualunque

distinzione tra abbienti e non abbienti (sentenza n. 134 del 1994); esonero poi ripristinato dall’art.

42, comma 11, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 (Disposizioni urgenti per favorire lo

sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, nella

legge 24 novembre 2003, n. 326, in favore della parte soccombente che risulti «non abbiente»,

essendo l’esonero condizionato all’integrazione di un requisito reddituale significativo della

debolezza economica del ricorrente (ordinanza n. 71 del 1998).

Quindi da una parte la condizione soggettiva di “lavoratore” non ha mai comportato alcun esonero

dall’obbligo di rifusione delle spese processuali in caso di soccombenza totale nelle controversie

promosse nei confronti del datore di lavoro; d’altra parte nelle controversie di previdenza ed

assistenza sociale, promosse nei confronti degli enti che erogano prestazioni di tale natura, la

condizione di assicurato o beneficiario della prestazione deve concorrere con un requisito reddituale

perché, in via eccezionale, possa comportare siffatto esonero.

La ragione di tale eccezione in favore della parte soccombente «non abbiente», e quindi “debole”,

risiede nella diretta riferibilità della prestazione previdenziale o assistenziale, oggetto del

contenzioso, alla speciale tutela prevista dal secondo comma dell’art. 38 Cost., che mira a

rimuovere, o ad alleviare, la situazione di bisogno e di difficoltà dell’assicurato o dell’assistito.

Invece la qualità di “lavoratore” della parte che agisce (o resiste), nel giudizio avente ad oggetto

diritti ed obblighi nascenti dal rapporto di lavoro, non costituisce, di per sé sola, ragione sufficiente

– pur nell’ottica della tendenziale rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale alla tutela

giurisdizionale (art. 3, secondo comma, Cost.) − per derogare al generale canone di par condicio

processuale quanto all’obbligo di rifusione delle spese processuali a carico della parte interamente

soccombente. Di ciò non si è dubitato in riferimento all’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. nel

testo vigente fino al 2009; ma lo stesso può affermarsi nell’attuale formulazione della medesima

disposizione, quale risultante dalla presente dichiarazione di illegittimità costituzionale. Dalla quale

comunque consegue che la circostanza – segnalata dal giudice rimettente – che il lavoratore, per la

tutela di suoi diritti, debba talora promuovere un giudizio senza poter conoscere elementi di fatto,

rilevanti e decisivi, che sono nella disponibilità del solo datore di lavoro (cosiddetto contenzioso a

controprova), costituisce elemento valutabile dal giudice della controversia al fine di riscontrare, o

no, una situazione di assoluta incertezza in ordine a questioni di fatto in ipotesi riconducibili alle

«gravi ed eccezionali ragioni» che consentono al giudice la compensazione delle spese di lite.

19.− Né la ritenuta non fondatezza della questione di legittimità costituzionale è revocata in dubbio

dai citati parametri sovranazionali interposti, che vietano trattamenti discriminatori basati sul censo.

La considerazione che sovente il contenzioso di lavoro possa presentarsi in termini sostanzialmente

diseguali, nel senso che il lavoratore ricorrente, che agisca nei confronti del datore di lavoro, sia

parte “debole” del rapporto controverso, giustifica norme di favore su un piano diverso da quello

della regolamentazione delle spese di lite, una volta che quest’ultima è resa meno rigida a seguito

della presente dichiarazione di illegittimità costituzionale del secondo comma dell’art. 92 cod. proc.

civ. con l’innesto della clausola generale delle «gravi ed eccezionali ragioni». Si sono già ricordate

le disposizioni di favore contenute negli artt. 10 e 11 della legge n. 533 del 1973 (peraltro

successivamente abrogati); ad esse può aggiungersi anche l’art. 13, comma 3, del d.P.R. 30 maggio

2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese

di giustizia (Testo A)», il quale prevede che il contributo unificato per le spese di giustizia è ridotto

alla metà per le controversie individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego.

Più in generale può dirsi che è rimesso alla discrezionalità del legislatore ampliare questo favor

praestatoris, ad esempio rimodulando, in termini di minor rigore o finanche di esonero, il previsto

raddoppio di tale contributo in caso di rigetto integrale, o di inammissibilità, o di improcedibilità

dell’impugnazione (art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002).

20.− In conclusione risulta non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal

Tribunale ordinario di Reggio Emilia, mirante ad innestare nella disposizione censurata, come

deroga alla regola secondo cui la parte soccombente è condannata alla rifusione delle spese di lite in

favore della parte vittoriosa – oltre alle ipotesi nominativamente previste dalla disposizione stessa,

come integrate dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale nei termini di cui sopra al punto 16.

– un’ulteriore deroga centrata sulla natura della lite, perché controversia di lavoro, ed a favore solo

del lavoratore che agisca in giudizio nei confronti del datore di lavoro.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

1) dichiara inammissibile l’intervento della Confederazione generale italiana del lavoro;

2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile,

nel testo modificato dall’art. 13, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132 (Misure

urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di

processo civile), convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162, nella parte in

cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero,

anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni;

3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod.

proc. civ., nel testo modificato dall’art. 13, comma 1, del d. l. n. 132 del 2014, convertito, con

modificazioni, nella legge n. 162 del 2014, sollevate, in riferimento agli artt. 3, secondo comma, e

117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli artt. 14 della Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950,

ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, e 21 della Carta dei diritti fondamentali

dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre

2007, dal Tribunale ordinario di Reggio Emilia, in funzione di giudice del lavoro, con l’ordinanza

indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 marzo 2018.

F.to:

Giorgio LATTANZI, Presidente

Giovanni AMOROSO, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 19 aprile 2018.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Roberto MILANA


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