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Diritto a conoscere le proprie origini: risarcimento in caso di diniego da parte dello Stato

18 dicembre 2012


Diritto a conoscere le proprie origini: risarcimento in caso di diniego da parte dello Stato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 dicembre 2012



Tutti hanno diritto a conoscere le proprie origini: se questo diritto viene denegato si può agire per il risarcimento dei danni morali nei confronti dello Stato.

 

La legge italiana non consente di accedere alle informazioni relative alla maternità biologica quando la madre, al momento del parto, abbia dichiarato di voler rimanere anonima.

Questo ostacolo assoluto alla ricerca delle proprie origini configura un’arbitraria ingerenza dei pubblici poteri nella vita privata dei soggetti e viola la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo [1]. Pertanto è ammesso agire nei confronti dello Stato per ottenere il risarcimento dei danni [2].

Il diritto a conoscere le proprie origini

I bambini abbandonati alla nascita, adottati o affidati a strutture di accoglienza, una volta divenuti adulti, possono esercitare il diritto a conoscere le proprie origini biologiche [3].

Infatti, all’età di 25 anni, o con la maggiore età in presenza di gravi motivi di salute, possono rivolgersi al tribunale dei minorenni del luogo di residenza e chiedere di avere accesso alle informazioni che riguardano le origini e l’identità dei genitori di sangue.

Il diritto a conoscere le proprie origini è uno degli aspetti della vita privata e familiare, consacrati quali diritti degni di tutela e di rispetto nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Il diritto all’anonimato

Il nostro codice civile [4] permette a uno dei genitori naturali di non riconoscere il proprio figlio. La madre deve richiedere l’anonimato al momento del parto in ospedale [5].

Tale diritto è stato previsto per scongiurare la pratica degli aborti clandestini, evitare l’abbandono dei neonati, debellare l’infanticidio.

Le conseguenze della richiesta di anonimato sono:

a. il nome della gestante non verrà inserito nell’atto di nascita del bambino;

b. il bambino, divenuto adulto, non avrà accesso alle informazioni relative ai suoi genitori biologici;

c. nella disciplina attuale, il segreto è irreversibile, la donna si pronuncia al momento del parto e non sarà più interrogata sulla decisione presa [6].

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ritiene che l’Italia ha tutelato troppo il diritto all’anonimato, trascurando  il diritto a conoscere le proprie origini: non ha insomma mantenuto tra gli stessi un giusto equilibrio e una giusta proporzione, violando la Convenzione.

Tale violazione consente di agire per ottenere il risarcimento danni morali.

Come avviene in atri sistemi (ad es. quello francese) anche l’Italia dovrebbe prevedere la reversibilità del segreto e la sua revoca previo consenso espresso della madre e del figlio [7].

 

L’immagine è tratta dal sito newqui.it

 

note

[1] Art. 8 della l’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Tutela il diritto alla vita privata e familiare, all’identità e allo sviluppo personale, ad allacciare e approfondire relazioni con i propri simili e il mondo esterno.

[2] Corte Europea dei diritti dell’Uomo, Sentenza 25 settembre 2012

[3] Art. 28 legge n. 184/1983. Convenzione delle Nazioni Unite dei diritti del bambino del 20 novembre 1989; Convenzione de L’Aja del 29 maggio 1993 sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale.

[4] Art. 250 cod.civ.

[5] Art. 27 della legge n. 184/1983 garantisce il segreto sulle origini salvo autorizzazione espressa dell’autorità giudiziaria.

[6] Corte Costituzionale sent. 16 novembre 2005: la non verifica del perdurare nel tempo della volontà della madre di non essere nominata, non contrasta con gli artt. 2, 3 e 32 della Cost.

[7] In tal senso è il progetto di riforma della legge n. 184/1983 presentato in Parlamento nel 2008.

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