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Frasi di minaccia

20 Aprile 2018
Frasi di minaccia

Tutte le parole che fanno scattare il reato di minaccia: il danno deve essere ingiusto, dipendente dal colpevole e tale da incutere timore. La minaccia di un fatto irrealizzabile non è reato.

Non ci vuole certo un avvocato per dire che minacciare una persona è reato. Ma non tutte le minacce sono vietate. Per quanto non sia certo nel buon costume auspicare a una persona una grave malattia o il fallimento dell’attività, non siamo certo nell’ambito della minaccia; così come, in senso inverso, non c’è bisogno di parlare per intimidire la vittima se si brandisce una mazza da baseball al suo cospetto. Allora l’avvocato è necessario per spiegare non tanto cos’è ma quando c’è minaccia: in altre parole quali sono le frasi di minaccia che fanno scattare il procedimento penale. Di tanto si è occupata una recente sentenza della Cassazione [1] con riferimento al litigio tra due fratelli: uno aveva detto all’altro «Ti tiro giù la casa» e quest’ultimo, impaurito delle possibili conseguenze, aveva chiamato i carabinieri. L’esito del processo lo sveleremo più avanti; per noi, però, è solo lo spunto per ripercorrere insieme quali sono, secondo l’attuale giurisprudenza, i casi più tradizionali in cui si può parlare di frasi di minaccia.

Gli elementi della minaccia

Ricordiamo innanzitutto quali sono i presupposti della minaccia. Sono pochi e vale la pena elencarli qui di seguito perché è solo conoscendoli che si può sapere quando scatta la minaccia. 

Il codice penale è alquanto sintetico. Dice solo che «Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave, o è fatta in uno dei modi indicati nell’articolo 339, la pena è la reclusione fino a un anno e si procede d’ufficio».

Possiamo identificare gli elementi della minaccia nei seguenti:

  • l’ingiusto danno
  • la capacità intimidatoria della frase
  • il male prospettato che deve dipendere da un fatto del colpevole.

Li analizzeremo qui di seguito tenendo sempre presente che scopo di questo articolo è fare gli esempi delle frasi di minaccia più ricorrenti, dividendo quelle vietate da quelle invece non vietate. 

L’ingiusto danno della minaccia

Dalla lettura della norma si comprende che l’elemento essenziale della minaccia è l’ingiusto danno. Si deve porre la vittima nella condizione di scegliere tra il compiere l’azione richiesta dal colpevole e il subire una conseguenza ingiusta, non ammessa dalla legge. 

Il «danno deve essere ingiusto» significa che la reazione non deve essere consentita dall’ordinamento: «Se non mi paghi ti buco le ruote dell’auto» oppure «Se non mi paghi ti sparo», o ancora «Se non mi paghi te la faccio amaramente pagare». A quest’ultimo proposito c’è da dire che, per configurare il reato di minaccia non c’è bisogno di prospettare una specifica conseguenza; anche un male generico e indeterminato, tale però da incutere timore, può costituire reato.

Chi dice «Se non mi paghi ti faccio causa» non sta commettendo reato, visto che l’azione giudiziale è una conseguenza riconosciuta dal diritto. Non sarebbe punibile neanche se, in una visione più ampia della vicenda processuale, dicesse «Se non mi paghi ti faccio causa, così poi mi dovrai pagare gli interessi e ti verrò a pignorare il conto corrente o la casa». Anche queste sono ipotesi verosimilmente verificabili e del tutto lecite. Insomma minacciare di adire le vie legali non è reato.

Anche la minaccia di far valere davanti al giudice una pretesa palesemente infondata non può integrare gli estremi dell’estorsione: anch’essa infatti non è sufficiente a coartare la volontà della presunta vittima, la quale può comunque scegliere di difendersi proprio avvalendosi della tutela offerta da un regolare procedimento. Ad esempio, se una persona ha regalato dei soldi a un’altra e questa glieli chiede indietro, minacciandola di farle causa (magari sostenendo che si è trattato di un prestito), non c’è minaccia. Infatti, il giudizio vede sempre rimessa al giudice la decisione finale e se l’azione è palesemente infondata, questi condannerà la parte attrice non solo al rimborso delle spese legali (cosiddetta condanna alle spese processuali) ma anche al risarcimento dei danni (cosiddetta condanna da lite temeraria).

Attenzione però: l’azione legale deve essere inerente alla medesima vicenda. Non si può minacciare una persona di farle causa per un’altra ragione mettendo sullo stesso piano vicende diverse. Ad esempio è minaccia dire «Se non testimonierai a favore mio in un giudizio di separazione, ti farò causa per quel credito che ancora non mi hai pagato». La minaccia di adire le vie legali è lecita solo se formulata con il fine di tutelare proprio il diritto relativo alla contestazione. Invece la minaccia di esercitare un proprio diritto è estorsione quando la condotta, anche se apparentemente giusta, sia strumentalizzata per la realizzazione di un fine diverso da quello per il quale esso è riconosciuto.  

Dire «Se non fai quello che ti dico ti denuncio» non è estorsione anche se la querela potrebbe essere del tutto infondata ed è rivolta nei confronti di un soggetto che si sa essere innocente. Difatti, il diritto consente a quest’ultimo un mezzo di difesa: la controquerela per calunnia. Attenzione anche qui: sporgere una denuncia o una querela senza che ve ne siano i presupposti giuridici o di fatto è reato solo quando si agisce in malafede, nella consapevolezza cioè dell’altrui estraneità ai fatti. Se invece non si hanno le prove di ciò che si afferma davanti alla polizia ma si è ugualmente in buona fede, non c’è né estorsione, né minaccia, né calunnia.

La capacità intimidatoria della frase

La minaccia deve incutere timore e far temere la vittima che essa venga realizzata. Quindi, una frase come «Ti butto giù la casa» non può essere considerata minaccia, specie se proferita da una persona anziana, che non ha alcun rapporto con la delinquenza organizzata e, quindi, sarebbe incapace di mettere una bomba su un palazzo.

Se la frase è priva di effettiva idoneità intimidatoria, tale cioè da non essere credibile o da non incutere timore, non si può querelare. Questo non vuol dire che si verrà controquerela per calunnia, atteso che il fatto è vero, ma il processo penale si chiuderà con l’assoluzione perché la frase non è considerata reato. 

Dire invece «Se non mi paghi, ti spacco tutte le ossa» fa di certo scattare il penale, poiché – anche se è inverosimile rompere a una a una tutte le ossa della vittima – è verosimile che si realizzi un male ingiusto.

La capacità intimidatoria deve essere valutata rispetto a una persona media dello stesso sesso ed età della vittima. Per cui dire «Ti picchio» a una donna può avere maggiore valore intimidatorio rispetto a un uomo di stazza massiccia.

La capacità intimidatoria non deve necessariamente risiedere in una frase ma può consistere in un semplice atteggiamento o comportamento. È quella che, in gergo comune, viene detta velata minaccia. Si pensi a una persona che si reca dal vicino di casa con una spranga di ferro in mano e gli dica «La notte non devi fiatare, altrimenti…». Brandire un’arma o un qualsiasi altro oggetto contundente, facendo capire che lo si potrà usare contro la vittima, è reato.

Il male deve dipendere dall’agente

Ultimo elemento: il male ingiusto, prospettato da chi minaccia, deve dipendere dalla sua volontà e non da elementi accidentali, dal caso o dal tempo. Dire «Se non paghi i tuoi debiti ti farò fallire» non è reato perché il fallimento dipende piuttosto da altre circostanze e un privato, a meno che non abbia un credito superiore a 30mila euro e non ricorrano una serie di altri elementi, non può determinarlo da solo. Dire «Se non mi paghi ti verrà una brutta malattia» non è reato perché la superstizione, gli anatemi e le macumbe non rientrano nella realtà considerata dal diritto. Dire «Se non mi dai ciò che ti chiedo, invecchierai e resterai per sempre da solo, e nessuno vorrà più stare con te; morirai povero e in solitudine» non è neanche reato perché anche qui l’evento minacciato non dipende dalla volontà dell’agente. 

Per la stessa ragione la minaccia irrealizzabile non è reato. Dire a una persona che vive all’estero, in un posto lontano: «Ti vengo a prendere e te la faccio pagare» ha certamente poche possibilità di far scattare un procedimento penale.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 6 febbraio – 18 aprile 2018, n. 17470
Presidente Lapalorcia – Relatore Scotti

Ritenuto in fatto

1. Il Giudice di Pace di Pontedera con sentenza del 27/2/2015, ha assolto T.M. dall’imputazione per il reato di cui all’art.594 cod.pen, perché il fatto non sussisteva e dall’imputazione per il reato di cui all’art. 612 cod.pen. perché lo stesso non costituiva reato.
In particolare, per quanto rilevante in questa sede, T.M. era accusato di aver minacciato il fratello Gino di ingiusto danno, dicendogli che avrebbe tirato giù la casa; secondo il Giudice, la minaccia proferita non era concretamente realizzabile e non era tale da turbare la libertà della persona offesa, tenuto conto anche dell’età del suo autore (63 anni) e della mancanza di effetto intimidatorio del destinatario, stando a quanto dallo stesso riferito.
2. Ha proposto ricorso il Procuratore della Repubblica di Pisa, lamentando, in riferimento all’assoluzione dal reato di cui all’art.612 cod.pen., erronea applicazione della legge penale e contraddittorietà e illogicità manifesta della motivazione.
Ai fini della configurazione del reato era necessaria la potenziale capacità intimidatoria del male ingiusto prefigurato, da valutarsi ex ante, e non già l’effettiva intimidazione della persona offesa.
La minaccia rappresentata, tale ritenuta contraddittoriamente dallo stesso Giudice, era stata giudicata irrealizzabile per mancanza di strumenti idonei ma non impossibile.
3. Con ordinanza del 15/6/2017 la Settima Sezione penale, ritenuta l’insussistenza di una causa di inammissibilità del ricorso, come ravvisato in sede di esame preliminare, ha rimesso gli atti alla 5° Sezione competente tabellarmente, ai sensi dell’art.610, comma 1, ultima parte, cod.proc.pen..
4. Con memoria del 31/5-7/6/2017 il difensore dell’imputato ha eccepito l’intervenuta prescrizione del reato il 30/7/2015.
5. All’udienza del 6/2/2018 sia il Procuratore generale sia il difensore hanno chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per essere il reato estinto per intervenuta prescrizione.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato e quindi inammissibile.
1.1. Il reato di minaccia è un delitto contro la libertà individuale nel particolare aspetto della libertà psichica e si concreta nel prospettare a taluno un male ingiusto, il cui avverarsi dipende dalla volontà dell’agente (Sez. 5, n. 7571 del 22/04/1999, Marsilia V, Rv. 213642).
Il male ingiusto evocato deve apparire idoneo, in considerazione delle concrete circostanze di tempo e di luogo, ad ingenerare timore nel destinatario (Sez. 5, n. 51246 del 30/09/2014, Marotta, Rv. 261357).
Si tratta di un reato di pericolo che non presuppone la concreta intimidazione della persona offesa, ma solo la comprovata idoneità della condotta ad intimidirla. Non è quindi necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito, ma è sufficiente che la condotta posta in essere dall’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale del soggetto passivo (Sez. 1, n. 44128 del 03/05/2016, Nino, Rv. 268289; Sez. 5, n. 46528 del 02/12/2008, Parlato e altri, Rv. 242604; Sez. 1, n. 47739 del 06/11/2008, Giuliani, Rv. 242484; Sez. 5, n. 4633 del 18/12/2003 – dep. 2004, Puntorieri, Rv. 228064; Sez. 6, n. 14628 del 18/10/1999, Cafagna G, Rv. 216321).
1.2. Nel caso in esame l’astratta capacità intimidatrice del male prefigurato (tirare giù la casa) non è stata negata dal Giudice di Pace di Pontedera, che non ha disconosciuto la proposizione della minaccia, in sé e per sé, ma la sua concreta realizzabilità, avuto riguardo al complessivo contesto, oggettivo e soggettivo, in cui la stessa frase è stata pronunciata, in cui T.M. per età, caratteristiche fisiche e mezzi a disposizione, non aveva alcuna possibilità di tradurla in atto.
Di conseguenza, quella che in astratto avrebbe potuto rappresentare una minaccia non è stata ritenuta tale in riferimento al complessivo contesto in cui in concreto è stata pronunciata, che la privava di effettiva idoneità intimidatoria.
È solo in questo quadro argomentativo che il Giudice del merito ha valorizzato anche le dichiarazioni del destinatario della frase, per confermare l’assenza di effetto intimidatorio, non concepibile e comunque non prodottosi.
1.3. In passato questa Corte ha ascritto rilievo alla realizzabilità effettiva della minaccia profferita e ha così ritenuto integrare piuttosto il delitto di ingiuria e non quelli previsti dagli artt. 336 o 337 cod. pen. il profferire all’indirizzo di agenti di polizia intenti a compiere il proprio dovere una frase dall’apparente contenuto minaccioso di un male non concretamente realizzabile ma tale da integrare offesa ai destinatari mediante manifestazione di disprezzo (Sez. 1, n. 13374 del 05/03/2013, Oliano, Rv. 255340). Nel caso in esame la minaccia irrealizzabile non possiede apprezzabile contenuto offensivo, anche a prescindere dall’intervenuta depenalizzazione del reato di cui all’art. 594 cod.pen..
1.4. La valutazione in concreto operata dal Giudice del merito è esente da vizi logici, neppur denunciati.
2. Di conseguenza il ricorso del Procuratore della Repubblica di Pisa deve essere dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.


2 Commenti

  1. oggi 17/11 un auto è arrivata velocemente e vicino alle strisce,normalmente e senza insulto alcuno ho fatto notare di rallentare perchè c’erano appunto le strisce e il guidatore è sceso con un crick minacciando di spaccarmi il cranio (testuali parole) e insultandomi.
    come posso procedere?
    ho preso la targa dell’auto,c’è buona probabilità che un individuo del genere venga punito o devo parlare con i presenti per esser sicuro siano disposti a testimoniare?

  2. Salve. Nel contesto ecclesiale sto subendo per più volte, almeno quattro, minacce velate e palesi. Si strumentalizza la morte dei martiri e si dice: se continui a parlare, ovviamente alludendo alla denuncia pubblica di fatti scomodi e oscene situazioni di degrado morale, fai la fine dei martiri.
    Sono minacce che hanno causato danni concreti, come l’abbandono del corso di studi.

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