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Integrazione del pignoramento in estensione: ecco cosa fare

28 Aprile 2018
Integrazione del pignoramento in estensione: ecco cosa fare

Esecuzione mobiliare e vendita infruttuosa dei beni pignorati. Il procedente chiede l’estensione del pignoramento a verbale. Nessun provvedimento del GE, ma nuovo precetto in estensione con relativi diritti a carico del debitore e altro pignoramento mobiliare. Non avvedutosi di ciò, il debitore esecutato stesso ricorre per la conversione, all’udienza senza che siano sollevate eccezioni, il GE (così tardivamente) autorizza l’estensione del pignoramento (senza la previa autorizzazione), concede la conversione, calcola capitale, interessi, rate ecc. Questo pignoramento in estensione, il secondo precetto (forse non necessario) e questa seconda fase della procedura esecutiva originaria (non è stata distinta da diverso R.G.E.) sono irrituali e opponibili per nullità e/o altro?

A parere dello scrivente, con riferimento alla normativa e alla giurisprudenza prevalente:

– il pignoramento in estensione e il rinnovamento del precetto non devono essere interpretati come seconda fase rispetto a quella originaria, in quanto, proprio perché inserite nel medesimo procedimento con medesimo RGE, sono azioni volte alla soddisfazione della parte creditrice.

– Il creditore è libero, sino al pagamento totale da parte del debitore, di intimare tanti precetti quanti ritenuti necessari purchè non chieda, in quelli successivi, le spese, i compensi e gli accessori per i precetti precedenti. Pertanto tale ultimo precetto sarebbe opponibile non nella sua interezza ma solo con riferimento a queste spese.

Quanto evidenziato, viene affermato per i seguenti motivi.

L’art. 540 bis cpc, che disciplina l’integrazione del pignoramento, statuisce che Quando le cose pignorate risultano invendute a seguito del secondo o successivo esperimento ovvero quando la somma assegnata, ai sensi degli articoli 510, 541 e 542, non è sufficiente a soddisfare le ragioni dei creditori, il giudice, ad istanza di uno di questi, provvede a norma dell’ultimo comma dell’articolo 518. Se sono pignorate nuove cose, il giudice ne dispone la vendita senza che vi sia necessità di nuova istanza. In caso contrario, dichiara l’estinzione del procedimento, salvo che non siano da completare le operazioni di vendita.

In altre parole, quando i beni mobili pignorati, a seguito di due o più esperimenti di vendita, risultano invenduti o la somma ricavata non riesce a soddisfare i creditori, è possibile chiedere l’integrazione del pignoramento ad estensione di nuovi beni al fine di ottenere una vendita più remunerativa. Tale estensione non può essere disposta d’ufficio ma deve provenire da una istanza espressa di almeno un creditore legittimato (pignorante o intervenuto e dotato di titolo esecutivo.) L’istanza di integrazione del pignoramento non deve avere necessariamente forma scritta e può essere presentata anche durante l’udienza di comparizione delle parti a seguito degli esperimenti di vendita.

La regola generale stabilisce che il giudice, con apposito provvedimento, autorizza l’integrazione del pignoramento dopo avere verificato la presenza dei presupposti di legge. Con l’autorizzazione, i creditori interessati possono rivolgersi all’ufficiale giudiziario e richiederne l’individuazione di altri beni pignorabili mediante l’accesso ai luoghi del debitore. Con il pignoramento di nuove cose, il giudice dell’esecuzione ne dispone la vendita in maniera automatica, senza il bisogno di ulteriori istanze in quanto implicitamente inserite nell’istanza principale di integrazione del pignoramento.

Il creditore è libero, sino al pagamento totale da parte del debitore, di intimare tanti precetti quanti ritenuti necessari purchè non chieda, in quelli successivi, le spese, i compensi e gli accessori per i precetti precedenti. Pertanto tale ultimo precetto sarebbe opponibile non nella sua interezza ma solo con riferimento alle spese.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

Il termine di novanta giorni, previsto dall’art. 481 c.p.c., entro cui l’esecuzione deve essere iniziata per ovviare alla comminatoria di inefficacia del precetto, è un termine di decadenza e non di prescrizione, attenendo all’inattività processuale del creditore e non all’effetto sostanziale del precetto. Ne consegue che, se entro il termine suddetto viene iniziata l’esecuzione, esauritasi la funzione del termine di decadenza, è possibile instaurare, anche dopo il decorso dei novanta giorni ed in base all’unico precetto, altre procedure espropriative col solo temperamento del divieto di cumulo eccessivo”. Cass. civ., 28 aprile 2006 n. 9966.

Deve infatti ribadirsi che la rinnovazione del precetto configura senza dubbio un’attività legittima (quand’anche possa effettivamente comportare la revoca del precedente: Cass. 5 gennaio 1966, n. 114; Cass. 9 giugno 1981, n. 3736; Cass. 10 marzo 1990, n. 1985; Cass. 9 maggio 2006, n. 10613; Cass. 7 agosto 2012, n. 14189), purché non comporti un ingiustificato incremento delle spese precettate, con la richiesta di quelle dei precedenti, se non altro quando non altrimenti giustificabili. E tanto non costituisce affatto, a differenza del frazionato azionamento di un credito unitario (Cass. 9 aprile 2013, n. 8576), abuso del diritto di agire esecutivamente, proprio perché al creditore spetta il diritto di proseguire il processo esecutivo fintantoché il debitore esecutato non abbia pagato per intero l’importo dovuto, in forza del titolo esecutivo posto a base dell’esecuzione” Cassazione civile, sez. III, 29 agosto 2013, n. 19876.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta



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