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Infortunio sul lavoro: se il dipendente è distratto chi ne risponde?

22 Aprile 2018
Infortunio sul lavoro: se il dipendente è distratto chi ne risponde?

L’azienda è sempre responsabile per gli incidenti avvenuti nel corso dell’orario di lavoro, salvo si dimostri un comportamento abnorme del dipendente, ossia assolutamente imprevedibile.

Ti sei fatto male sul lavoro mentre svolgevi le tue regolari mansioni. Ora dovrai restare a casa diversi giorni per recuperare le forze e rimetterti. Ma la guarigione pagata dall’azienda non esclude, a tuo avviso, le responsabilità del datore di lavoro che ti deve risarcire per l’infortunio e per non aver adottato i corretti sistemi di sicurezza e prevenzione. Alla tua richiesta di indennizzo, però, l’ufficio personale ha risposto “picche”, facendoti sapere che il danno è solo frutto di una tua distrazione e che, peraltro, lo stesso regolamento aziendale metteva in guardia tutti i dipendenti da comportamenti come quello da te realizzato e che ha determinato l’infortunio. Insomma, secondo la visione dell’azienda, la colpa è solo tua e della tua disattenzione; per cui non ti è dovuto alcun risarcimento. Chi ha ragione? In caso di infortunio sul lavoro, se il dipendente è distratto chi ne risponde? Sul punto si è pronunciata, proprio di recente, la Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi.

Prevenzione degli infortuni sul lavoro

Le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione primaria di evitare che si verifichino incidenti collegati all’esercizio dell’attività lavorativa che possano pregiudicare l’incolumità fisica dei dipendenti. La regola generale vuole che, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale distrazione, imprudenza e disattenzione del lavoratore subordinato, a risponderne è sempre il datore di lavoro. Datore che è chiamato a prevenire la possibilità che un proprio dipendente possa perdere la concentrazione o, magari, violare una delle regole di prudenza imposte dall’azienda. Il semplice fatto di aver previsto come obbligatori alcuni comportamenti nel regolamento aziendale, a tutela della stessa sicurezza dei lavoratori, non esclude quindi la responsabilità dell’imprenditore. Sono questi i principi sanciti più volte dalla Cassazione. Insomma, in materia di infortuni sul lavoro non è azzardato dire che il dipendente ha sempre il coltello dalla parte del manico; per cui, se un lavoratore si fa male nell’esercizio delle proprie funzioni spetta al datore dimostrare che l’infortunio è stato determinato da una condotta «abnorme» dell’infortunato, ossia talmente inconcepibile e frutto di audacia e temerarietà che non poteva essere nemmeno preventivata. Solo in questo caso il datore si salva dall’obbligo di risarcimento e dalla eventuale responsabilità penale [2].

Responsabilità civile penale del datore di lavoro

In base al codice civile, il datore di lavoro, nell’esercizio della sua impresa, è tenuto ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, previste dalla normativa in materia di sicurezza ed igiene del lavoro. Per essere esentato da responsabilità nel caso di infortunio sul lavoro, il datore di lavoro deve dimostrare di avere:

  • messo a disposizione del lavoratore strumenti idonei a prevenire il sinistro;
  • sorvegliato e preso le opportune misure antinfortunistiche.

Il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio capitato al lavoratore quando omette di adottare le idonee misure protettive, oppure non accerta e vigila che il lavoratore effettivamente utilizzi tali misure. Il datore è esente da responsabilità solo quando la condotta del lavoratore presenta i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento

Cosa si considera «comportamento abnorme»? È considerata abnorme la condotta non prevedibile dal datore di lavoro, anche se posta in essere nello svolgimento delle mansioni.

La responsabilità penale del datore di lavoro per i reati di omicidio colposo o lesioni colpose commesse da suoi organi di vertice con violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro potrà essere esclusa soltanto dimostrando l’adozione ed efficace attuazione di modelli organizzativi e l’attribuzione ad un organismo autonomo del potere di vigilanza sul funzionamento, l’aggiornamento e l’osservanza dei modelli adottati.

L’imprudenza del lavoratore non esclude la colpa del capo

Le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni. Inoltre, secondo la Cassazione, un eventuale concorso di colpa del lavoratore non esclude la responsabilità dell’addetto alla sicurezza del cantiere per aver violato le prescrizioni di sicurezza previste dalla legge.

La Cassazione ha affermato [3] che «nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento negligente del medesimo lavoratore infortunato che abbia dato occasione all’evento, quanto questo sia da ricondurre comunque alla insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente». Inoltre osserva la Corte che le norme antinfortunistiche devono garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, infatti gli obblighi di vigilanza del datore di lavoro sono funzionali anche rispetto al possibile comportamento negligente o imprudente del lavoratore . Può escludersi la responsabilità del datore di lavoro solo ove sia provata l’abnormità del comportamento che ha causato l’evento. Infine, secondo la Suprema Corte, in ogni caso l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non giustificherebbe il mancato rispetto dell’obbligo di sicurezza in violazione delle norme antinfortunistiche.

Quando il dipendente è responsabile dell’infortunio sul lavoro

Abbiamo detto che, se di norma il lavoratore che subisce un infortunio sul lavoro ha diritto ad essere risarcito, tuttavia se il datore di lavoro riesce a dimostrare che l’incidente è stato causato da un comportamento abnorme di questi, non gli è dovuto alcun indennizzo. I giudici si sono dati animo di spiegare cosa si debba intendere per «comportamento abnorme». 

Secondo il costante orientamento degli Ermellini, incombe sul lavoratore l’onere di provare di aver subito un danno e il nesso causale con lo svolgimento della prestazione. Dimostrate tali circostanze grava sul datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie a impedire il verificarsi del danno.

Di recente la Cassazione ha detto [4] che Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono diretti a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a imperizia, negligenza e imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti o vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore. La condotta di quest’ultimo può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, dell’inopinabilità e dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute. A questo fine è necessaria una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro e con essa dall’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere.


note

[1] Cass. sent. n. 16713/2018.

[2] In particolare l’individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l’evento e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare, ma anche se l’autore della stessa potesse prevedere, in anticipo, quello specifico sviluppo ed attivarsi per evitarlo. 

In materia di responsabilità dell’ente ex art. 25-septies del DLgs. 231/2001, l’interesse e/o il vantaggio vanno letti come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione dei presidi di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all’aumento della produttività non ostacolata dal pedissequo rispetto della normativa prevenzionale.

[3] Cass. sent. n. 48951/17 del 25.10.2017.

[4] Cass. ord. n. 29115/17.

Cass. Sez. IV pen. 16.4.2018 n. 16713

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’impugnata sentenza resa in data 26 aprile 2016 la Corte d’Appello di Salerno, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Salerno in data 29 ottobre 2013, appellata dagli imputati Sossio Cancello ed Apicella Carmine, nonché dalla società LAREK S.r.l, concesse al solo Canciello le circostanze attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto alla aggravante contestata, rideterminava per entrambi gli imputati la pena e revocava la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. Confermava integralmente la decisione di primo grado quanto alla LAREK S.r.l.

La vicenda riguarda l’infortunio mortale occorso in data 12 settembre 2008 a Trotta Salvatore, dipendente della LAREK, precipitato da un’altezza di dodici metri, a seguito dello sfondamento di una lastra di vetro resina posta sul tetto di un capannone ove il predetto Trotta si era portato per effettuare la manutenzione delle grondaie. I giudici di merito individuavano plurime violazioni della normativa antinfortunistica e il nesso causale tra le stesse e l’incidente mortale e ritenevano la penale responsabilità del Canciello, legale rappresentante della LAREK e dell’Apicella nella sua qualità di preposto. Ritenevano poi la responsabilità da reato della LAREK per la cd. “colpa dell’organizzazione” generica e specifica e grave negligenza nella gestione, condannando l’impresa al pagamento della sanzione pecuniaria di 258.230,00 euro.

La Corte territoriale confermava la penale responsabilità dell’Apicella non per la mancata predisposizione delle misure di sicurezza, bensì per aver omesso di vigilare sulla osservanza dei precetti imposti e sulla concreta attuazione delle misure di sicurezza nell’ambito delle proprie attribuzioni e competenze.

In particolare per aver dato disposizioni al Trotta di eseguire i lavori sistemazione delle grondaie, benché quest’ultimo non avesse mai ricevuto adeguata formazione, né fosse mai stato informato dei rischi specifici connessi allo svolgimento di lavori particolarmente pericolosi, come quelli che si effettuano in quota; con ciò violando l’obbligo che grava sul preposto, ex art. 19 lett. b) DLgs 81/2008, di “verificare affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni accedano alle zona che li espongono ad un rischio grave e specifico”.

Altresì, l’Apicella è stato ritenuto responsabile per non aver verificato che i pannelli in vetroresina non erano assolutamente calpestabili. L’art. 148 del DLgs. innanzi citato, prevede, infatti, che prima di procedere alla esecuzione di lavori su lucernari, tetti, coperture e simili, deve essere accertato che questi abbiano resistenza sufficiente per sostenere il peso degli operai e dei materiali di impiego.

Nel caso di dubbia resistenza, devono essere adottati i necessari apprestamenti atti a garantire l’incolumità delle persone addette disponendo, a seconda dei casi, tavole sopra le orditure, sottopalchi e facendo uso di idonei dispositivi di protezione individuale anticaduta. Mancando la verifica del grado di resistenza dei pannelli, l’Apicella prima di accompagnare la squadra sul tetto del capannone, avrebbe quanto meno dovuto assicurare i dispositivi di protezione. Alcun dispositivo di protezione, invece, era stato assicurato; non erano state apposte tavole, né sottopalchi e non era stato controllato l’utilizzo corretto delle misure di protezione individuali anticaduta che avrebbero dovuto essere mantenute per tutta la durata della permanenza sul tetto e fino alla discesa. Il Trotta, infatti, al pari degli altri componenti della squadra, tra cui lo stesso Apicella, terminato il lavoro si liberava delle cinture di sicurezza, dei caschi e delle funi, prima di riprendere il cammino sul tetto per raggiungere il punto di discesa. Ha, altresì, omesso di vigilare sull’osservanza delle prescrizioni idonee a prevenire il pericolo di caduta dall’alto per i lavori in quota, dal momento che, in ogni caso, non era stata seguita la procedura corretta per l’utilizzo delle cinture; sul capannone non era stesa la rete salvavita, ovvero una corda d’acciaio, misura di protezione collettiva che va obbligatoriamente predisposta prima di procedere a lavori su tetti e lucernari ed il dispositivo di protezione individuale anticaduta, per il mancato uso dell’imbracatura munita di gancio da fissare al cavo d’acciaio, era, in ogni caso del tutto inidoneo a garantire l’incolumità delle persone addette ai lavori sul tetto del capannone.

Quanto al Canciello la sentenza impugnata ne evidenziava il ruolo di legale rappresentante della LAREK e la palese violazione delle norme antinfortunistiche contestate. 

Quanto infine aia società riteneva priva di fondamento la tesi della mancanza del nesso causale tra il comportamento omissivo del datore di lavoro e l’intervenuto infortunio a causa del comportamento abnorme dello stesso lavoratore e considerava sussistente la colpa dell’organizzazione di impresa, con particolare riferimento alla mancata nomina del RSSP, alla omessa valutazione del rischio ed alla mancata formazione del lavoratore 

2. Avverso tale decisione ricorrono:

2.1. Apicella Carmine lamentando con un unico motivo mancanza ed illogicità di motivazione quanto alla ritenuta posizione di garanzia; 

2.2. Sossio Canciello deducendo violazione e falsa applicazione della legge penale nonché vizio di motivazione quanto all’affermazione di penale responsabilità, essendosi il fatto verificato per esclusiva iniziativa dell’Apicella che rivestiva i caratteri della eccezionalità e dell’imprevedibilità.

2.3. La LAREK S.r.l. deducendo che l’incidente mortale non era dipeso da responsabilità del legale rappresentante non essendo stata affidata ad essa società la manutenzione del tetto del capannone; che non vi era quindi stata alcuna “colpa di organizzazione”; che era inesistente l’interesse previsto dall’art. 25 septies del decreto legislativo nb. 231 del 2001 necessario ad addebitare la responsabilità da reato all’ente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. La disamina dei proposti motivi impone una triplice comune premessa: in punto di posizione di garanzia del datore di lavoro; in punto di nesso di causalità tra il sinistro e le contestate infrazioni della disciplina antinfortunistica; nonché in punto di idoneità delle eventuali condotte negligenti riferibili al dipendente infortunato (o comunque, come nel caso di specie, ad altro dipendente) ad interrompere, ai sensi dell’art. 41, comma 2, c.p., il nesso di causalità sussistente tra l’omissione colposa di un garante e l’evento mortale (o, più semplicemente lesivo) che ne è derivato.

Sotto il primo profilo, secondo il consolidato indirizzo interpretativo di questa Corte (cfr. Sez. 4, n. 4361 del 21.10.2014, 2015, Ottino, Rv. 263200; sent n. 20595 del 12.4.2005, Castellani ed altro, Rv. 231370), le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione primaria di evitare che si verifichino eventi lesivi della incolumità fisica, intrinsecamente connaturati all’esercizio dell’ attività lavorativa, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale disaccortezza, imprudenza e disattenzione da parte del lavoratore subordinato. Tale conclusione è fondata sulla disposizione generale di cui all’art. 2087 c.c. e di quelle specifiche previste dalla normativa antinfortunistica, secondo le quali, il datore di lavoro o comunque la persona dallo stesso delegata, è costituito garante dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro, con l’ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l’evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall’art. 40 c.p., comma 2.

Ne consegue che il titolare della posizione di garanzia ha il dovere di accertarsi del rispetto dei presidi antinfortunistici e del fatto che il lavoratore possa prestare la propria opera in condizioni di sicurezza, vigilando altresì a che le condizioni di sicurezza siano mantenute per tutto il tempo in cui è prestata l’opera, essendo tale posizione di garanzia estesa anche al controllo della correttezza dell’agire del lavoratore, essendo imposto al “garante” (anche) di esigere dal lavoratore il rispetto delle regole di cautela. Quanto al profilo causale, è indubbio che l’applicazione del principio di colpevolezza esclude qualsivoglia automatismo rispetto all’addebito di responsabilità e si impone la verifica, in concreto, della violazione da parte dell’imputato non solo della regola cautelare (generica o specifica), ma, soprattutto nel caso di specie, della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso, che la regola cautelare mirava a prevenire (la cd. “concretizzazione” del rischio). L’individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare, cioè, non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l’evento (ciò che si risolve nell’accertamento della sussistenza del nesso causale) e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare sia essa generica o specifica, ma anche se l’autore della stessa potesse prevedere, con giudizio “ex ante” quello specifico sviluppo causale ed attivarsi per evitarlo. In tale ambito ricostruttivo, la violazione della regola cautelare e la sussistenza del nesso di condizionamento tra la condotta e l’evento non sono sufficienti per fondare l’affermazione di responsabilità, giacché occorre anche chiedersi, necessariamente, se l’evento derivatone rappresenti o no la “concretizzazione” del rischio, che la regola stessa mirava a prevenire; e se l’evento dannoso fosse o meno prevedibile, da parte dell’imputato (Sez. 4, n. 43966 del 6.11.2009, Morelli, Rv. 245526). Come è noto, infatti, la prevedibilità ed evitabilità del fatto svolgono un articolato ruolo fondante: sono all’origine delle norme cautelari e sono inoltre alla base del giudizio di rimprovero personale. In particolare, per quel che qui maggiormente interessa, l’art. 43 c.p. reca una formula ricca di significato: il delitto è colposo quando l’evento non è voluto e “si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia…”. Viene così chiaramente in luce, e con forza, il profilo causale della colpa, che si estrinseca in diverse direzioni. Il pensiero giuridico italiano ha da sempre sottolineato che la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione della norma, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Tale esigenza conferma l’importante ruolo della prevedibilità e prevenibilità nell’individuazione delle norme cautelari alla cui stregua va compiuto il giudizio ai fini della configurazione del profilo oggettivo della colpa. Si tratta di identificare una norma specifica, avente natura cautelare, posta a presidio della verificazione di un altrettanto specifico evento, sulla base delle conoscenze che all’epoca della creazione della regola consentivano di porre la relazione causale tra condotte e risultati temuti; e di identificare misure atte a scongiurare o attenuare il rischio. L’accadimento verificatosi deve cioè essere proprio tra quelli che la norma di condotta tendeva ad evitare, deve costituire “la concretizzazione del rischio”. Quanto infine alla rilevanza della eventuali condotte negligenti riferibili al dipendente infortunato o ad altro dipendente dell’impresa, occorre osservare che, in tema di cause sopravvenute da sole sufficienti a determinare l’offesa, la giurisprudenza di legittimità ritiene che possano considerarsi tali quelle che diano luogo a una serie causale, sebbene non del tutto autonoma rispetto a quella riferibile all’agente, che si atteggi in termini di assoluta anomalia, eccezionalità e imprevedibilità (Sez. 4, sent. n. 13939 del 30.1.2008, Bauwens, Rv. 239593). In particolare, è stato chiarito (Sez. 4, sent. n. 7267 del 10.11.2009, 2010, Iglina, Rv. 246695) che la condotta colposa del lavoratore non esclude la responsabilità dell’imprenditore, poiché il datore di lavoro è destinatario delle norme antinfortunistiche proprio per evitare che il dipendente compia scelte irrazionali che, se effettuate, possano pregiudicarne l’integrità psico-fisica: l’imprenditore è esonerato da responsabilità soltanto nel caso in cui il comportamento del dipendente sia eccezionale, imprevedibile, tale da non essere preventivamente immaginabile (e non anche nel caso in cui l’irrazionalità della condotta del dipendente sia controllabile, pensabile in anticipo, risolvendosi nel fare proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare per non incorrere in infortuni). Con particolare riferimento alla sicurezza sul luogo di lavoro, la giurisprudenza di legittimità ritiene che presenti efficacia interruttiva del rapporto causale esistente tra la condotta antidoverosa del datore di lavoro e l’offesa soltanto il comportamento abnorme del lavoratore che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte dei 10 soggetti preposti all’applicazione delle misure di prevenzione degli infortuni sul lavoro (Sez. 4, sent. N. n. 14440 del 5.3.2009, Ferraro, Rv. 243881).

Il che certamente deve escludersi nel caso di specie in quanto l’infortunio del Trotta si è verificato mentre questi – unitamente all’Apicella- era intento in un’attività sicuramente non eccentrica rispetto alle mansioni svolte ed all’oggetto dell’intervento da parte della società datrice di lavoro. Sul punto i giudici di merito hanno in particolare opportunamente sottolineato come le condotte dell’Apicella e del Trotta, “non hanno introdotto un rischio nuovo esorbitante rispetto al rischio di impedire cadute per coloro che operino in altezza e che grava sul titolare della posizione di garanzia” e come fosse proprio il rischio di caduta governato in modo assolutamente non appropriato per le carenti dotazioni di sicurezza personali e collettive. Inoltre per contrastare la tesi adombrata dagli imputati ed in particolare dal Canciello, secondo cui la LAREK non era tenuta ad adottare alcuna misura di sicurezza sul tetto, trattandosi di attività non inerente l’oggetto sociale, hanno posto in rilievo come le fatture (emesse da altre società) esibite dalla difesa fossero relative a lavoro eseguiti in periodi diversi da quello in cui si era verificato l’infortunio e come, in ogni caso, al momento del verificarsi dell’incidente, la squadra fosse composta tutta da dipendenti della LAEK:

4. Con specifico riferimento alle posizioni di garanzia, i ricorrenti reiterano le censure già proposte in sede di appello e a cui la Corte territoriale ha dato adeguata risposta. In particolare la gravata sentenza, quanto all’Apicella (il cui ricorso appare peraltro assolutamente aspecifico non confrontandosi adeguatamente con la congrua e coerente motivazione della sentenza impugnata), ha evidenziato il ruolo di preposto di fatto svolto dall’imputato e come l’attività svolta dalla squadra, composta dal Trotta, da altro dipendente della LAREK, Quaranta Pasquale e dallo stesso Apicella fosse impegnata ad eseguire, “su espresso e giammai contestato ordine di quest’ultimo sul tetto del capannone dello stabilimento, cui si accedeva dal solaio della sala compressori, lavori di manutenzione delle grondaie”. In definitiva la responsabilità dell’Apicella è stata confermata non per la mancata predisposizione delle misure di sicurezza, bensì, da un lato, per aver omesso di vigilare sull’osservanza dei precetti imposti e sulla concreta attuazione delle misure di sicurezza, nell’ambito delle proprie attribuzioni e competenze, dall’altro, per aver dato disposizioni al Trotta di eseguire i lavori di manutenzione delle grondaie, benché quest’ultimo non avesse mai ricevuto adeguata formazione, né fosse mai stato informato dei rischi specifici connessi allo svolgimento di lavori particolarmente pericolosi, come quelli che si effettuano in quota.

Con riferimento invece al Canciello la Corte di merito ha sottolineato con motivazione che peraltro non è oggetto di specifica censura, come dall’incontestato ruolo di legale rappresentante della LAREK, derivasse la responsabilità del decesso del Trotta “per la palese violazione delle norme antinfortunistiche al medesimo contestate e che si pongono in evidente rapporto di causalità con l’incidente..” In particolare ha precisato come al Canciello fosse imputabile l’omessa previsione nella redazione del documento di valutazione dei rischi, di quello connesso alla manutenzione dei capannoni ed allo svolgimento di lavorazioni in quota, nonché la mancata nomina del RSPP.

È stato altresì precisato come non fosse emersa nel corso dell’istruttoria alcuna delega di funzioni e che l’attribuzione all’Apicella del “controllo della produzione e del mantenimento in efficienza degli impianti produttivi dello stabilimento di Brignano”, fosse prova ulteriore del ruolo apicale del Canciello nell’organizzazione aziendale e societaria, non contenendo peraltro in sé alcuna delega (la delega richiede un atto formale). Detto incarico se da un lato ha comportato per l’Apicella anche l’assunzione di compiti (quale preposto) previsti dalla normativa a tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, dall’altro non ha esonerato il datore di lavoro. In definitiva, il conferimento di incarico all’Apicella che, di fatto, va inquadrato tra le figure aziendali che collaborano con il datore di lavoro, non ha mai attuato, in assenza di delega specifica, il trasferimento di compiti spettanti al datore di lavoro.

5. Quanto al ricorso della LAREK, previo richiamo di tutte le osservazioni sopra formulate con riferimento alla posizione del legale rappresentante della società si osserva quanto segue: la stessa società ricorrente richiama le norme sulla responsabilità degli enti, introdotte dal decreto legislativo n. 231 del 2001 ed in particolare l’art. 5 che, al comma 1, per l’imputazione della responsabilità, che nel caso di specie concerne un reato colposo di evento, individua i criteri di imputazione oggettiva dell’ente nel fatto che i reati presupposti siano commessi nell’interesse o vantaggio, anche non esclusivo, dell’ente e da persone che rivestano funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione o gestione (anche di fatto) oppure da dipendenti sottoposti alla direzione o vigilanza di uno dei soggetti prima indicati. L’ente non risponde se le persone predette abbiano agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Secondo l’impostazione della ricorrente l’interesse sarebbe elemento sufficiente e necessario per affermare la responsabilità dell’ente, mentre il vantaggio non solo non sarebbe necessario, ma non sarebbe nemmeno sufficiente.

Il citato art. 5 pone il problema della compatibilità tra fattispecie di reato caratterizzate dalla non volontarietà dell’evento (i delitti colposi di evento) e il finalismo della condotta da cui scaturisce la responsabilità dell’ente, nel cui interesse o vantaggio quei reati devono essere stati commessi. Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 38343 del 24.4.2014, Espenhahn e altri, Rv 261112-261113-26114-26115 – dopo aver rilevato che l’introduzione della responsabilità dell’ente con la legge n. 231 ha costituito una grande innovazione nella sfera del diritto punitivo ed ha alimentato una letteratura ormai vastissima; e che non meno rilevante e significativo appare lo sforzo giurisprudenziale volto a concretizzare l’applicazione della nuova normativa – si è soffermata sulla natura del nuovo sistema sanzionatorio e sui profili di legittimità costituzionale dello stesso per poi affermare: -quanto al criterio di imputazione oggettiva (punto 63), che: «L’art. 5 del DLgs. n. 231 del 2001 detta la regola d’imputazione oggettiva dei reati all’ente: si richiede che essi siano commessi nel suo interesse o vantaggio. (…) Secondo l’impostazione prevalente, ispirata anche dalla Relazione governativa al decreto legislativo, i due criteri d’imputazione dell’interesse e del vantaggio si pongono in rapporto di alternatività, come confermato dalla congiunzione disgiuntiva “o” presente nel testo della disposizione. Si ritiene che il criterio dell’interesse esprima una valutazione teleologica del reato, apprezzabile ex ante, al momento della commissione del fatto, e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo; e che il criterio del vantaggio abbia una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ex post, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell’illecito. (…) La tesi dualistica trova accoglimento anche in giurisprudenza (Sez. 2, n. 3615 del 20.12.2005, D’Azzo, Rv. 232957. 17 Sez. 5, n. 10265 del 28.11.2013, dep. 2014, Banca Italease s.p.a., Rv. 258577; Sez. 6, n. 24559 del 22.5.2013, House Building s.p.a., Rv. 255442)»; – quanto al fatto che l’art. 25-septies ha segnato l’ingresso dei delitti colposi nel catalogo dei reati costituenti presupposto della responsabilità degli enti, senza tuttavia modificare il criterio d’imputazione oggettiva, per adattarlo alla diversa struttura di tale categoria di illeciti, che è «insorto il problema della compatibilità logica tra la non volontà dell’evento che caratterizza gli illeciti colposi ed il finalismo che è sotteso all’idea di interesse. D’altra parte, nei reati colposi di evento sembra ben difficilmente ipotizzabile un caso in cui l’evento lesivo corrisponda ad un interesse o vantaggio dell’ente. Tale singolare situazione ha indotto qualcuno a ritenere che, in mancanza di un esplicito adeguamento normativo, la nuova, estensiva disciplina sia inapplicabile. (…) Tali dubbi e le estreme conseguenze che se ne desumono sono infondati. Essi condurrebbero alla radicale caducazione di un’innovazione normativa di grande rilievo, successivamente confermata dal DLgs. 7 luglio 2011, n. 121, col quale è stato introdotto nella disciplina legale l’art. 25-undecies che ha esteso la responsabilità dell’ente a diversi reati ambientali. Il problema prospettato deve essere allora risolto nella sede propria, che è quella interpretativa. I risultati assurdi, incompatibili con la volontà di un legislatore razionale, cui condurrebbe l’interpretazione letterale della norma accredita senza difficoltà l’unica alternativa, possibile lettura: i concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d’evento, vanno di necessità riferiti alla condotta e non all’esito antigiuridico. Tale soluzione non determina alcuna difficoltà di carattere logico: è ben possibile che una condotta caratterizzata dalla violazione della disciplina cautelare e quindi colposa sia posta in essere nell’interesse dell’ente o determini comunque il conseguimento di un vantaggio. (…) L’adeguamento riguarda solo l’oggetto della valutazione che, coglie non più l’evento bensì solo la condotta, in conformità alla diversa conformazione dell’illecito; e senza, quindi, alcun vulnus ai principi costituzionali dell’ordinamento penale. Tale soluzione non presenta incongruenze: è ben possibile che l’agente violi consapevolmente la cautela, o addirittura preveda l’evento che ne può derivare, pur senza volerlo, per corrispondere ad istanze funzionali a strategie dell’ente. A maggior ragione vi è perfetta compatibilità tra inosservanza della prescrizione cautelare ed esito vantaggioso per l’ente».

Successivamente alla sentenza delle Sezioni Unite, questa Sezione (cfr. sent. n. 31003 del 23.6.2015, Cioffi e Italnastri spa) ha riaffermato il principio in detta sentenza affermato (secondo il quale, in materia di responsabilità amministrativa DLgs. n. 231 del 2001, ex art. 25 septies, l’interesse e/o il vantaggio vanno letti, nella prospettiva patrimoniale dell’ente, come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione dello strumentario 18 di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all’aumento della produttività non ostacolata dal pedissequo rispetto della normativa prevenzionale), precisando che nei reati colposi l’interesse/vantaggio si ricollegano al risparmio nelle spese che l’ente dovrebbe sostenere per l’adozione delle misure precauzionali ovvero nell’agevolazione sub specie, dell’aumento di produttività che ne può derivare sempre per l’ente dallo sveltimento dell’attività lavorativa “favorita” dalla mancata osservanza della normativa cautelare, il cui rispetto, invece, tale attività avrebbe “rallentato” quantomeno nei tempi. Sviluppando questo ordine di considerazioni, occorre qui ribadire che i concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d’evento, vanno riferiti alla condotta e non all’esito antigiuridico. È questa l’unica interpretazione che non svuota di contenuto la previsione normativa e che risponde alla ratio dell’inserimento dei delitti di omicidio colposo e lesioni colpose nell’elenco dei reati fondanti la responsabilità dell’ente, in ottemperanza ai principi contenuti nella legge delega: indubbiamente, non rispondono all’interesse della società, o non procurano alla stessa un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di normative antinfortunistiche, mentre è indubbio che un vantaggio per l’ente possa essere ravvisato, ad esempio, nel risparmio di costi o di tempo che lo stesso avrebbe dovuto sostenere per adeguarsi alla normativa prevenzionistica, la cui violazione ha determinato l’infortunio sul lavoro. I termini “interesse” e “vantaggio” esprimono concetti giuridicamente diversi e possono essere alternativi: ciò emerge dall’uso della congiunzione “o” da parte del legislatore nella formulazione della norma in questione e, da un punto di vista sistematico, dalla norma di cui all’art. 12, che al comma 1 lett. a) prevede una riduzione della sanzione pecuniaria nel caso in cui l’autore ha commesso il reato nell’interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo, il che implica astrattamente che il reato può essere commesso nell’interesse dell’ente, ma non procurargli in concreto alcun vantaggio. Ne consegue che (sul punto cfr. Sez. 2, sent. n. 3615 del 20.12.2005, dep. 2006, Rv. 232957) il concetto di “interesse” attiene ad una valutazione antecedente alla commissione del reato presupposto, mentre il concetto di “vantaggio” implica l’effettivo conseguimento dello stesso a seguito della consumazione del reato (e, dunque, una valutazione ex post). Nei reati colposi d’evento, il finalismo della condotta prevista dall’art. 5 DLgs. n. 231/2001 è compatibile con la non volontarietà dell’evento lesivo, sempre che si accerti che la condotta che ha cagionato quest’ultimo sia stata determinata da scelte rispondenti all’interesse dell’ente o sia stata finalizzata all’ottenimento di un vantaggio per l’ente medesimo. Ricorre il requisito dell’interesse quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire un’utilità per la persona giuridica; ciò accade, ad esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito (non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma) di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa: pur non volendo il verificarsi dell’infortunio a danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente (ad esempio far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione). Ricorre il requisito del vantaggio quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza del lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto; il criterio del vantaggio, così inteso, appare indubbiamente quello più idoneo a fungere da collegamento tra l’ente e l’illecito commesso dai suoi organi apicali ovvero dai dipendenti sottoposti alla direzione o vigilanza dei primi. Occorre, perciò, accertare in concreto le modalità del fatto e verificare se la violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro, che ha determinato l’infortunio, rispondesse ex ante ad un interesse della società o abbia consentito alla stessa di conseguire un vantaggio. Tale accertamento, nel caso di specie, risulta essere stato compiuto dai giudici di entrambi i gradi di merito che hanno ritenuto il vantaggio economico indiretto, costituito dal risparmio dei costi non sostenuti, che la società ha tratto dalla mancata adozione delle misure di sicurezza richieste dalla legge per la prevenzione di infortuni sul lavoro (mancata nomina del RSSP, omessa valutazione del rischio specifico, messa in sicurezza del luogo di lavoro, mancata formazione professionale dei lavoratori addetti ecc.).

Quanto poi al profilo dell’imputazione soggettiva, occorre ribadire che il Canciello rivestiva al momento del fatto all’interno della società un ruolo del tutto apicale, rientrante tra quelli previsti dall’art. 5 comma 1 lett. a) DLgs. n. 231/2001. Nel caso di specie, dunque, a norma dell’art. 6, l’ente, per andare esente da responsabilità, avrebbe dovuto provare che: 

a) erano stati adottati ed efficacemente attuati, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; 

b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento era stato affidato ad un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo; 

c) non vi era stata omessa insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b. In altri termini, la responsabilità dell’ente per i reati di omicidio colposo o lesioni colpose commesse da suoi organi apicali con violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro potrà essere esclusa soltanto dimostrando l’adozione ed efficace attuazione di modelli organizzativi (per i quali soccorre il disposto dell’art. 30 del DLgs. n. 81/2008) e l’attribuzione ad un organismo autonomo del potere di vigilanza sul funzionamento, l’aggiornamento e l’osservanza dei modelli adottati. Senonché nel caso di specie non risulta che l’ente abbia provato la sussistenza delle circostanze che avrebbero potuto escluderne la responsabilità ai sensi dell’art. 6 DLgs. n. 231/2001.

6. I ricorsi vanno pertanto rigettati. Ne consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione in favore delle costituite parte civili delle spese sostenute per questo giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali; li condanna inoltre; in solido, a rimborsare alle parti civili Centanni Assunta, Trotta Bianca, Trotta Valeria e Trotta Antonietta, le spese sostenute per questo giudizio che si liquidano in complessivi € 4.000,00, oltre accessori come per legge.

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Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 14 settembre – 25 ottobre 2017, n. 48951 

Presidente Blaiotta – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Caltanissetta, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la sentenza di condanna resa dal G.i.p. del Tribunale di Enna in data 25.11.2013, all’esito di giudizio abbreviato, nei confronti di I.F. , in riferimento al reato di cui all’art. 590, cod. pen..

Al prevenuto si contesta, nelle sua qualità di legale rappresentante della Ditta (…)srl e come responsabile del cantiere ubicato nella contrada (omissis) , di avere cagionato al dipendente D.S. le lesioni gravi indicate in rubrica, per colpa consistita nella violazione di norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (art. 147, comma 1, T.U. 81/2008). In particolare, secondo l’assunto accusatorio, l’imputato ometteva di predisporre parapetti con tavole fermapiede fissati rigidamente a strutture resistenti ed ometteva altresì di verificare che i lavoratori addetti a lavorazioni in quota indossassero i dispositivi di protezione individuale, di talché D. , che nello svolgimento delle mansioni affidategli si trovava su di una scala di legno a forbice, rovinava al suolo, riportando le fratture multiple al tronco e gli altri insulti lesivi.

La Corte territoriale, nel censire le specifiche ragioni di doglianza dedotte dall’appellante, rilevava che l’evento lesivo era riconducibile alla condotta omissiva dell’imputato, che non aveva fornito ai dipendenti i dispositivi di sicurezza necessari in concreto. La Corte distrettuale rilevava che non poteva essere accolta la tesi difensiva, volta a qualificare come abnorme la condotta del dipendente infortunato. Ciò in quanto D. si era limitato a eseguire le mansioni affidategli, se pure utilizzando una scala di sua proprietà. Il Collegio evidenziava che non vi erano dubbi sulla attribuibilità del reato all’imputato, posto che, a prescindere dai rapporti intercorrenti tra le società SAI Costruzioni e (…)presenti in cantiere, I. , nella sua qualità di datore di lavoro, era gravato dall’onere di vigilare sull’osservanza delle prescrizioni antinfortunistiche.

2. Avverso la sentenza della Corte di Appello di Caltanissetta ha proposto ricorso per cassazione I.F. , a mezzo del difensore. Il ricorso è affidato a quattro motivi.

L’esponente, nel contestare l’affermazione di responsabilità penale, con il primo motivo richiama il verbale di contravvenzione redatto dall’Ispettorato Provinciale del Lavoro, nei confronti di I.R. , legale rappresentante della (omissis) srl, società utilizzatrice del lavoratore D.S. , se pure quest’ultimo fosse formalmente assunto dalla (…)srl.

La parte osserva che il cantiere ove ebbe a verificarsi il sinistro era sotto la diretta responsabilità della (omissis) srl; e rileva che sfuggono i presupposti per ritenere che vi fosse un contratto di subappalto tra (omissis) e (…)srl; per l’effetto, ritiene che D. , se pure formalmente dipendente della (…), deve ritenersi dipendente della (…).

Con il secondo motivo l’esponente deduce il vizio motivazionale.

Osserva che all’imbianchino D. era stato affidato il compito di tinteggiare, utilizzando scale interne di accesso, le inferriate della palazzina del lotto n. 2. Considera che erroneamente la Corte di Appello afferma che il dipendente avrebbe potuto accedere ai piani superiori solo dall’esterno.

Il ricorrente rileva che D. , al fine di ripulire una porzione del ballatoio che si era sporcata, mansione estranea dalle sue mansioni, abbandonò il posto di lavoro, si recò all’esterno del cantiere, ove prelevò la propria scala a forbice; quindi, intraprese l’opera di pulizia di un tratto del muro esterno, anziché continuare a pitturare dall’interno, senza informare il responsabile del cantiere.

La parte considera che la Corte territoriale, erroneamente, ha attribuito all’imputato la mancata predisposizione di dispositivi di protezione individuale, atteso che il lavoratore non avrebbe dovuto operare in quota, ma tinteggiare dall’interno del ballatoio; e rileva che il comportamento del D. , che si spostò dal luogo di lavoro per prelevare la scala a forbice personale, costituisce una abnormità non prevedibile.

Con il terzo motivo il ricorrente rileva che la Corte territoriale, per confermare l’affermazione di responsabilità, introduce due nuove presunzioni, illogiche e contraddittorie. Ciò in quanto il Collegio ritiene che l’attività assegnata al D. non potesse che essere svolta dall’esterno; e che l’edificio fosse totalmente chiuso.

L’esponente osserva che si tratta di assunti che contraddicono il tenore del capo di imputazione e la narrazione effettuata dal teste D.L. .

Con il quarto motivo il ricorrente osserva che i giudici di merito hanno riconosciuto le attenuanti generiche, in ragione del concorso colposo nella causazione del reato, da parte della vittima. Osserva che, sul punto, in sentenza si rileva che l’evento non si sarebbe verificato, in caso di osservanza agli obblighi di legge. Il deducente considera che si tratta di ragionamento conforme a quello sostenuto dalla difesa, nel rilevare l’abnormità della condotta del lavoratore.

Considerato in diritto

1. Il ricorso in esame impone i rilievi che seguono.

2. Il primo motivo di ricorso non ha pregio.

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, gli obblighi di osservanza delle norme antinfortunistiche, con specifico riferimento all’esecuzione di lavori in subappalto all’interno di un unico cantiere edile predisposto dall’appaltatore, grava su tutti coloro che esercitano i lavori e, quindi, anche sul subappaltatore interessato all’esecuzione di un’opera parziale e specialistica, il quale ha l’onere di riscontrare ed accertare la sicurezza dei luoghi di lavoro (Sez. 3, Sentenza n. 19505 del 26/03/2013, Rv. 254993).

E bene, nel caso di specie, la Corte di Appello ha rilevato che in cantiere operavano sia la (…) srl, alle cui dipendenze si trovava il D. , sia la (omissis) srl; ha considerato che i rapporti intercorrenti tra le due società erano risultati irregolari, proprio in riferimento al contratto di subappalto, ed al ruolo di pseudo appaltante della (…); e, del tutto legittimamente, in conformità al richiamato insegnamento giurisprudenziale, ha osservato che non era revocabile indubbio la sussistenza della posizione di garanzia in capo a I.F. , nella sua qualità di legale rappresentante della (…)srl e di datore di lavoro del D. .

3. I restanti motivi di ricorso, che si esaminano congiuntamente, sono infondati.

Come noto, la Corte regolatrice ha chiarito che nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento negligente del medesimo lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all’evento, quando questo sia da ricondurre comunque alla insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente. Sul punto, si è osservato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni, con le seguenti precisazioni: che, nel campo della sicurezza del lavoro, gli obblighi di vigilanza che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità; che può escludersi l’esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento; che deve considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro. Deve pure osservarsi che la giurisprudenza di legittimità ha più volte sottolineato che l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l’obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica (cfr. Sez. 4, sentenza n. 3580 del 14.12.1999, dep. il 20.03.2000, Rv. 215686); e ciò con specifico riferimento alle ipotesi in cui il comportamento del lavoratore rientri pienamente nelle attribuzioni specificamente attribuitegli (Sez. 4, Sentenza n. 10121 del 23.01.2007, dep. 9.03.2007, Rv. 236109).

E bene, a questo punto della trattazione deve rilevarsi che la Corte territoriale ha insindacabilmente escluso il carattere abnorme della condotta posta in essere dal lavoratore infortunato, in considerazione del fatto che D. stava eseguendo le mansioni affidategli, nel momento in cui rovinò al suolo. Sul punto, il Collegio ha chiarito che all’imbianchino era stato assegnato il compito di tinteggiare le ringhiere, precisando che il medesimo tecnico che ebbe ad affidare l’incarico di che trattasi aveva ammesso di essersi disinteressato delle modalità con le quali la tinteggiatura sarebbe stata eseguita. Oltre a ciò, la Corte di merito ha sottolineato che l’imbianchino D. aveva riferito di avere utilizzato la propria scala, di legno, in quanto più leggera e sicura, di quelle presenti in cantiere. Il Collego ha pure rilevato che non vi era prova che al D. fosse stata data la possibilità di accedere dall’interno dei ballatoi, per svolgere le operazioni di tinteggiatura.

Sulla scorta di tali rilievi, la Corte di Appello ha del tutto logicamente rilevato che l’imputato non aveva vigilato sull’osservanza delle prescrizioni antinfortunistiche e che non aveva verificato che il dipendente D. svolgesse in totale sicurezza i compiti di tinteggiatura affidatigli. Preme pure considerare che la ritenuta sussistenza di concorrenti profili di colpa lieve, a carico del lavoratore infortunato, che si avvalse di una scala di sua proprietà, non integra un elemento di contraddizione nell’ordito motivazionale sviluppato dalla Corte di merito, ma evidenzia la correttezza dell’analisi svolta, rispetto al concerto contesto fenomenologico di riferimento. Del resto, i profili di colpa lieve ascritti al D. , inidonei a spiegare alcuna efficacia esimente per il datore di lavoro resosi responsabile della inosservanza delle prescrizioni antinfortunistiche di cui sopra si è dato conto, hanno giustificato il riconoscimento delle attenuanti generiche in favore dell’imputato I. .

4. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 13 luglio – 5 dicembre 2017, n. 29115

Presidente Nappi – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

O.T. , vedova del defunto D.R. , in proprio e quale genitore esercente la potestà sui figli minori D.S. ed E. , nonché il figlio maggiorenne D.D. hanno proposto opposizione allo stato passivo del Fallimento (omissis) srl, dal quale era stato escluso un credito risarcitorio per i danni jure hereditatis e iure proprio, patrimoniali e non, da essi congiunti sofferti a causa del grave infortunio sul lavoro occorso a D.R. , in data 30 maggio 2009, che ne aveva provocato la morte dopo cinquanta giorni di agonia.

Il Tribunale di Cuneo, con decreto del 2 novembre 2012, ha accertato, sulla base di varie circostanze emerse all’esito dell’istruttoria compiuta mediante l’assunzione di prove testimoniali e documentali, che il D. , al momento dell’infortunio, stava lavorando alle dipendenze della (…) e che non poteva attribuirsi efficacia causale esclusiva al suo comportamento nel manovrare l’autocarro, essendo state insufficienti le misure di prevenzione adottate dal datore di lavoro; in considerazione del tempo trascorso tra l’incidente e la morte e della sofferenza psichica provata dalla vittima, rimasta lucida durante l’agonia, il Tribunale ha determinato equitativamente il danno morale, a titolo ereditario, in complessivi Euro 270.000,00, da ripartirsi secondo le diverse quote ereditarie, e lo ha ammesso in via privilegiata, a norma dell’art. 2751 bis c.c., in considerazione della natura del danno; ha ammesso in chirografo il danno non patrimoniale subito dai congiunti per lesione del rapporto parentale, quantificato equitativamente in Euro 250.000,00 per ciascuno; ha escluso l’esistenza di un danno patrimoniale differenziale rispetto a quello già indennizzato dall’Inail.

Il Fallimento (…) ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui si sono opposti gli intimati con controricorso.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2727 ss. c.c., 112 e 115 c.p.c., per avere violato il principio secondo cui, ai fini dell’ammissione al passivo del fallimento di un credito risarcitorio derivante da infortunio sul lavoro, è la parte offesa che deve allegare i fatti, indicare i mezzi di prova e dimostrare di avere ottemperato all’obbligo di rendere la prestazione lavorativa nel momento dell’infortunio da rapportare alla mansione effettivamente svolta, in quanto dovuta in virtù del contratto, e non al generico status di dipendente appartenente all’organico dell’imprenditore, mentre, nella specie, non era provato che la presenza del lavoratore in un cantiere estraneo alla sede della propria azienda fosse dovuta all’espletamento della propria attività alle dipendenze di quella stessa azienda.

Con il secondo motivo la (…) ha denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. e 115 c.c., per avere errato nell’attribuire soltanto ad essa l’obbligo di predisporre i mezzi di sicurezza del lavoro e per avere omesso di considerare che il materiale edile presente sul rimorchio non era stato da essa prodotto.

Con il terzo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1227, 2087 c.c., per avere ritenuto irrilevante il comportamento imprudente del lavoratore e, quindi, erroneamente escluso il suo concorso colposo nella causazione dell’evento dannoso.

Il PG ha concluso per il rigetto del ricorso sulla base delle seguenti ragioni:

I primi due motivi, nonostante la rubrica, priva di efficacia vincolante (Cass. n. 7882 del 2006, n. 7981 del 2007), prospetti una violazione di legge, denunciano in buona sostanza vizio di motivazione, in relazione all’accertamento della circostanza che D.R. rimase vittima dell’infortunio, mentre espletava nna prestazione lavorativa per la società fallita, della quale era, peraltro, pacificamente dipendente.

Al ricorso è applicabile il novellato testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c. che, secondo la giurisprudenza di legittimità, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo.

L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (S.U. n. 9032 del 2014, n. 471 del 2015). Neppure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito dà luogo a un vizio denunciabile ai sensi di detta norma, ovvero dell’art. 360 n. 4 c.p.c. (Cass. n. 11892 de12016).

Le argomentazioni sviluppate nel motivo mirano invece, inammissibilmente, proprio ad ottenere il riesame dell’accertamento di fatto, compiutamente e congruamente motivato in ordine alle ragioni che hanno fondato l’affermazione che il D. stava svolgendo un’attività lavorativa per conto della società fallita. Il reiterato riferimento all’erronea applicazione del principio di non contestazione è poi inesatto. La sentenza non ha affatto richiamato ed applicato detto principio, ma si è limitata ad evidenziare che gli eredi del D. sono stati ammessi al passivo per il credito retributivo anche per il giorno dell’infortunio, deducendo, non irragionevolmente, da tale circostanza un elemento a conforto del convincimento che anche in tale giorno il D. stava lavorando per la società fallita.

Nessuna violazione della norma che governa l’onere probatorio (art. 2697 c.c.) è, altresì, riscontrabile. Nel nostro ordinamento, per consolidata giurisprudenza della Corte regolatrice, il principio generale di riparto dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c. deve essere, infatti, contemperato con il principio di acquisizione probatoria, che rinviene solida base, tra l’altro, nel canone costituzionale del giusto processo, in virtù del quale tutte le risultanze istruttorie acquisite al processo (quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale si siano formate) concorrono alla formazione del convincimento del giudice (per tutte, Cass. n. 15162 del 2008, n. 2285 del 2006, n. 1112 del 2003, n. 5126 del 2000). Il Tribunale null’altro ha fatto che interpretare e valutare le risultanze processuali acquisite, pervenendo alla conclusione che le stesse dimostravano che il D. stava lavorando per la società fallita.

Relativamente alla valorizzazione di presunzioni, è sufficiente ricordare che il giudice del merito può fondare, anche in via esclusiva, il proprio convincimento su di esse (ex plurimis, Cass. n. 3837 deI2001; n. 491 de12000) e la presunzione può essere basata anche su un singolo elemento, purché preciso e grave (Cass. n. 4406 del 1999). Con tale ultimo carattere “non si esige (poi) che l’esistenza del fatto (ignoto), dedotta per presunzione, assuma un grado di certezza assoluta, essendo sufficiente (…) una “ragionevole” certezza (anche probabilistica)” (Cass. n. 23079 del 2005, n. 4168 del 2001, n. 9782 del 1999). È possibile “ravvisare ordinaria connessione fra i fatti accertati e quelli ignoti, secondo regole di esperienza, sia pure con qualche margine di opinabilità” (Cass. n. 3837 del 2001), non occorrendo che “l’esistenza del fatto ignoto rappresenti la unica conseguenza possibile”, poiché è applicabile la regola dell’inferenza probabilistica, non quella dell’inferenza necessaria (Cass. n. 2632 del 2014, n. 5082 del 1997), ferma l’impossibilità di attribuire valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici (Cass. n. 2632 del 2014).

L’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione non è censurabile in sede di legittimità, sempre che la motivazione adottata appaia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni (Cass. n. 15219 del 2007, n. 1216 del 2006, n. 3974 del 2002). Tanto si riscontra nella specie, vieppiù in considerazione del testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c. qui applicabile, avendo il Tribunale logicamente argomentato in ordine ai convergenti elementi (molteplici) comprovanti la conclusione resa, anche in ordine alle circostanze oggetto del secondo motivo, che palesemente si risolvono in una mera, inammissibile, critica dell’apprezzamento di fatto del giudice del merito.

Il terzo motivo censura la sentenza nella parte in cui ha accertato la causa dell’infortunio, negando il concorso di colpa del D. .

In ordine a tale motivo, va osservato che nella decisione dello stesso rilevano i seguenti principi, costantemente enunciati dalla giurisprudenza di legittimità:

a) incombe sul lavoratore l’onere di provare di aver subito un danno e il nesso causale con lo svolgimento della prestazione; quando siano state provate tali circostanze, grava sul datore di lavoro l’onere di provare di a vere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del darmo (per tutte Cass. n. 3650 del 2006);

b) il nesso eziologico può e deve ritenersi interrotto:

– dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni (Cass. n. 13954 del 2014);

– dall’avere assunto la condotta del lavoratore il carattere dell’abnormità, sussistente quando la stessa sia anomala ed imprevedibile (Cass. n. 14270 del 2004) e si ricolleghi ad una scelta del lavoratore estranea alla prestazione lavorativa. Il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore, è dunque interamente responsabile dell’infortunio che ne sia conseguito e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggerne l’incolumità nonostante la sua imprudenza o negligenza (Cass. n. 24798 del 2016, n. 1994 del 2012). Egli, in detta ipotesi, può essere esonerato da responsabilità soltanto quando la condotta del dipendente abbia assunto i caratteri dell’abnorrnità, dell’imprevedibilità e dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute e, in difetto degli stessi, è integralmente responsabile dell’infortunio (Cass. n. 27127 del 2013, n. 4656 del 2011, n. 19494 del 2009).

Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore. La condotta di quest’ultimo può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento. A questo fine è necessaria una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere (Cass. n. 2209 del 2016, n. 27127 del 2013, n. 4656 del 2011, n. 22818 del 2009).

Peraltro, neppure è qualificabile come abnorme il comportamento del lavoratore che intervenga, nell’esecuzione delle ordinarie mansioni assegnate, su un macchinario per effettuare una riparazione, qualora ciò sia dettato da una necessità, non solo possibile, ma anche probabile del procedimento lavorativo (Cass. n. 20533 del 2015).

Tali principi, pacifici nella giurisprudenza della Corte, sono stati osservati dal Tribunale che, per affermare la responsabilità esclusiva del datore di lavoro, ha valorizzato l’accertamento contenuto nella perizia assunta nel processo penale (non contestata in quello civile), chiaro ed univoco nel ricondurre l’evento ad “un insieme di situazioni dipendenti dalla inadeguatezza in termini di sicurezza del mezzo utilizzato”, precisamente identificate (consistenti nel difetto della “presa di forza su scambio” e nella modalità di installazione della stessa). È dunque evidente il riferimento a violazioni inerenti le misure antinfortunistiche ascrivibili al datore di lavoro. La circostanza che è stata riscontrata dal perito di “una certa imprudenza del lavoratore” è significativa, ma in senso opposto alla tesi del ricorrente. Essa infatti dimostra l’inesistenza del carattere dell’abnormità della condotta (nei termini dianzi descritti) e, al più, un’imprudenza nell’utilizzazione del “selettore” inidonea ad escludere la responsabilità esclusiva del datore di lavoro, siccome peraltro ricollegata ad una modalità resa possibile dalle carenze (pure evidenziate dal perito) concernenti le misure di funzionamento (e sicurezza) della “presa di forza”.

Queste argomentazioni sono integralmente condivise dal Collegio.

Pertanto, il ricorso è rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 12.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori dovuti per legge.


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