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Procedimento disciplinare e difese del lavoratore dipendente

23 Aprile 2018
Procedimento disciplinare e difese del lavoratore dipendente

Il datore di lavoro deve rispettare la richiesta del dipendente di accesso agli atti del procedimento disciplinare da cui è originata la contestazione nei suoi confronti? Ci si può far difendere dall’avvocato?

Sei stato licenziato per aver svolto, nel periodo in cui eri in malattia dal lavoro, delle attività lavorative in favore di un’azienda concorrente. Nel momento in cui ti è arrivata la lettera con l’avviso dell’avvio del procedimento disciplinare ed in cui ti venivano dati i canonici cinque giorni di tempo per difenderti, hai richiesto di essere ascoltato personalmente e di poter prima consultare tutta la documentazione a sostegno degli addebiti che ti sono stati mossi. Tuttavia il datore di lavoro non ha dato seguito a tale richiesta, procedendo con l’irrogazione del licenziamento disciplinare già allo scadere dei cinque giorni. Hai contestato questo comportamento perché, a tuo avviso, lesivo del tuo diritto di difesa; senonché l’azienda si trincera dietro un asserito rispetto della privacy nei confronti di chi ha effettuato la segnalazione e sui documenti aziendali che restano comunque interni e segreti. A questo punto ti chiedi se sia possibile contestare il licenziamento e quali, in caso di procedimento disciplinare le difese del lavoratore dipendente. È davvero possibile mantenere segrete le informazioni e le notizie su cui l’azienda si è basata per infliggere la sanzione disciplinare o il licenziamento? Quali altri mezzi ha l’incolpato per potersi tutelare da una sanzione ingiusta? La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione con una serie di pronunce.

Consultazione della documentazione aziendale

Con una prima sentenza [1] la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla mancata messa a disposizione della documentazione a fondamento della contestazione disciplinare nei confronti del lavoratore e sulla conseguente possibile nullità del procedimento stesso. Il dubbio sorge dal fatto che lo Statuto dei Lavoratori, nel descrivere dettagliatamente come debba svolgersi il procedimento disciplinare nei confronti del lavoratore colpevole o in malafede di un comportamento contrario ai suoi doveri [2], nulla dice a riguardo. Si afferma solo il diritto del dipendente di: a) presentare memorie scritte entro cinque giorni; b) chiedere – in aggiunta alle memorie – di essere ascoltato personalmente; c) di farsi assistere, nel corso di tale audizione orale, da un sindacalista (non invece da un avvocato). Quindi, da nessuna parte si evince il diritto all’accesso agli atti del procedimento sanzionatorio. 

È tuttavia vero, dall’altro lato, che spesso è proprio l’ esame delle carte interne che rende possibile l’esercizio del diritto di difesa.

L’orientamento della Cassazione tenta di trovare una via di mezzo in modo da tutelare le esigenze aziendali e quelle del dipendente. Si sostiene che, seppure la legge non preveda, nell’ambito del procedimento disciplinare, un obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione del lavoratore, la documentazione posta a base della contestazione, in applicazione dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, il datore di lavoro è tenuto ad offrire in consultazione all’incolpato i documenti aziendali solo nel caso in cui l’esame degli stessi sia necessario al fine di permettere al dipendente un’adeguata difesa.

Bisogna, quindi, accertare la necessità di esaminare i documenti posti a base della contestazione (ad esempio, i dati delle presenze) al fine di consentire l’effettivo esercizio del diritto di difesa del dipendente.

Audizione orale

Con una seconda sentenza [3] la Cassazione è stata chiamata a chiarire come debba avvenire l’audizione orale del dipendente nei cui confronti è in corso il procedimento disciplinare. Il problema posto ai giudici è stato quello della possibilità, per l’incolpato, di farsi assistere, nel corso dell’incontro “faccia a faccia” col capo, da un proprio avvocato. La risposta, come già fornita in passato, è stata negativa. Lo Statuto dei lavoratori infatti contempla solo il diritto all’assistenza da parte di un sindacalista dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato. Il legale quindi deve rimanere “fuori dalla porta”. Neppure ha rilievo la circostanza che il lavoratore, per gli stessi fatti oggetto dell’iniziativa disciplinare, sia chiamato a rispondere nell’ambito di un processo  penale, considerata la diversità della sfera di interessi, privati e pubblici, su cui incidono i due distinti  procedimenti. 

In conclusione la Suprema Corte ha ritenuto che non vi è alcuna lesione del diritto di difesa del lavoratore per il sol fatto che, nel corso dell’audizione orale, viene impedito all’avvocato, al quale il lavoratore medesimo abbia conferito mandato, di prendere parte alla discussione concernente i fatti oggetto di contestazione.

Licenziamento disciplinare e utilizzo di agenzie investigative

Chiude i tasselli delle tre recenti sentenze della Cassazione che si sono occupate di procedimento disciplinare e difese del lavoratore dipendente la pronuncia che tratta il delicato tema dell’utilizzo, da parte del datore di lavoro, di agenzie investigative per pedinare i dipendenti dopo l’orario di lavoro [4]. L’utilizzo dei detective è ritenuto ormai lecito dalla giurisprudenza solo se avviene al di fuori dell’azienda (posto, all’interno della stessa, il divieto di controlli). Quindi il lavoratore che, nell’orario di lavoro, timbra il cartellino e poi esce; che, durante la malattia, svolge attività parallele o comunque incompatibili con il suo lamentato stato di salute; che utilizza i permessi dal lavoro per finalità differenti rispetto a quelle previste dalla legge; che denigra l’azienda per cui lavora o svolge attività concorrenti ad essa può essere pedinato e, successivamente, licenziato grazie al resoconto degli investigatori. 

Il documento degli investigatori non ha valore in sé; lo possono avere solo le fotografie prodotte se non contestate esplicitamente (e con adeguata motivazione) da parte del dipendente. In alternativa lo 007 può essere chiamato a testimoniare di quanto a sua conoscenza per averlo visto di persona; nel qual caso, la sua deposizione sarà considerata una valida prova al pari di qualsiasi dichiarazione testimoniale. 

La Cassazione, nel caso di specie, ha ribadito la legittimità di un’attività investigativa se esercitata in luoghi pubblici (nel caso di specie era stato accertato, per 10 giorni, non solo il mancato rispetto dell’orario giornaliero di lavoro ma anche che, in orario di lavoro, al di fuori dell’ufficio, il dipendente non aveva svolto alcuna attività lavorativa). Il controllo dei detective non deve essere diretto a verificare le modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa, bensì le cause dell’assenza del dipendente dal luogo di lavoro, concernenti appunto il mancato svolgimento dell’attività lavorativa da compiersi anche all’esterno della struttura aziendale. Inoltre, precisa la Cassazione, nei limiti evidenziati, il controllo può legittimamente avvenire anche in modo occulto.


note

[1] Cass. sent. n. 7581/2018 del 27.03.2018.

[2] Art. 7 L. n. 300/1970.

[3] Cass. sent. n. 6994/2018.

[4] Cass. sent. n. 8373/2018.

Cassazione civile, sez. lav., 27/03/2018, (ud. 14/11/2017, dep.27/03/2018),  n. 7581

FATTI DI CAUSA

Con ricorso al Tribunale di Sulmona P.D., già dipendente di TRENITALIA spa con qualifica di macchinista, impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli in data 19.3.2012 per avere svolto attività di udienza in qualità di praticante avvocato in più giornate, comprese nel periodo tra il (OMISSIS), in cui risultava presente in servizio ovvero assente per malattia.

Il Giudice del Lavoro, con sentenza del 3.6.2014 (nr. 69/2014), accoglieva la domanda.

La Corte d’Appello di L’AQUILA, con sentenza in data 8.10.2015 nr. 994, rigettava l’appello di Trenitalia spa.

La Corte territoriale confermava la statuizione del Tribunale di nullità del procedimento disciplinare, in quanto TRENITALIA spa non aveva messo a disposizione del P. nel corso del procedimento disciplinare la documentazione da lui richiesta; l’esame dei documenti era propedeutico all’esercizio di una difesa adeguata nella sede disciplinare e non era funzionale semplicemente, come assunto da TRENITALIA, alla comprensione della contestazione.

Nella fattispecie di causa la messa a disposizione dei documenti era necessaria all’esercizio del diritto di difesa: i fatti contestati erano risalenti nel tempo e relativi a condotte episodiche sicchè era verosimile che il lavoratore non ricordasse i singoli fatti (orari di lavoro e giornate di assenza) e fosse per lui necessario visionare quanto meno il prospetto elaborato dal sistema automatico di rilevazione delle presenze.

Restava assorbito il secondo motivo di appello.

Era poi infondato il terzo motivo di appello, relativo alla mancata detrazione dell’aliunde perceptum; nella stessa prospettazione di TRENITALIA il dipendente si era dedicato alla pratica forense, attività di norma non retribuita nè emergeva alcuna prova di una attività professionale remunerativa.

Ha proposto ricorso per la Cassazione della sentenza TRENITALIA spa, articolato in cinque motivi.

Ha resistito con controricorso P.D..

Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo TRENITALIA spa ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione della L. 300 del 1970, art. 7 e degli artt. 1175 e 1375 c.c..

Ha impugnato la sentenza per avere ritenuto la violazione delle garanzie procedimentali di cui alla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 per la mancata messa a disposizione del lavoratore, in esito alla sua richiesta, della documentazione posta a base della contestazione.

La società ha esposto che il lavoratore nella lettera di richiesta della audizione aveva avanzato generica istanza di prendere visione della documentazione a sostegno della contestazione, reiterando la istanza nei medesimi termini nel corso della audizione. Eguale genericità si riscontrava nel ricorso introduttivo del giudizio, nel quale si lamentava la mancata esibizione degli “accertamenti” posti a base dell’ addebito.

La richiesta era generica e si riferiva – piuttosto che ai dati di presenza sul lavoro, come affermato dalla Corte d’Appello – agli “accertamenti” e dunque alle indagini svolte sulla presenza in udienza del dipendente per lo svolgimento della pratica forense in giorni ed orari destinati al servizio; i dati di presenza, invece, non erano contestati nel ricorso introduttivo, nel quale il dipendente, piuttosto, contestava di avere svolto nella giornate oggetto di rilievo la attività di praticante avvocato.

La società ha dedotto che l’obbligo di consentire l’accesso ai documenti era funzionale alla comprensione degli addebiti, specie se formulati con rinvio a documenti esterni ed al conseguente esercizio del diritto di difesa e non già all’esame delle prove, che avrebbero potuto essere fornite dal datore di lavoro anche nella successiva fase giudiziale.

Nella fattispecie di causa la contestazione era invece chiara e non faceva rinvio a documenti esterni.

In ogni caso, in applicazione degli stessi canoni di correttezza e buona fede posti a fondamento dell’obbligo di collaborazione del datore di lavoro, vi era l’onere del lavoratore di specificare i documenti di cui richiedeva l’esame.

Da ultimo, la documentazione rilevante era sicuramente in possesso del lavoratore (verbali di udienza, libretto di partica forense) o era a lui accessibile (dati del sistema informatico delle presenze).

2. Con il secondo motivo parte ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, art. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. per apparenza ed illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta violazione della garanzie procedimentali dell’art. 7 Stat. Lav. nonchè- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – nullità della sentenza per mancanza della motivazione ex art. 132 c.p.c., n. 4.

TRENITALIA spa ha lamentato la illogicità della motivazione, per avere considerato come necessari ad assicurare al lavoratore l’esercizio del diritto di difesa documenti rilevanti unicamente sotto il profilo probatorio.

Ha esposto che l’accertamento posto a base della contestazione non era fondato su documenti come dimostravano le istanze istruttorie, di prova per testi e per ordine di esibizione del libretto di pratica forense.

I due motivi che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono infondati.

Questa Corte ha già enunciato il principio di diritto, che va ulteriormente ribadito (Cassazione civile, sez. lav., 03/01/2017, n. 50; 13/03/2013, n. 6337; n. 15169/12; nr. 23304/10), secondo cui seppure la L. n. 300 del 1970, art. 7, non preveda, nell’ambito del procedimento disciplinare, un obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione del lavoratore nei cui confronti sia stata elevata una contestazione disciplinare, la documentazione su cui essa si basa, il datore di lavoro è tenuto ad offrire in consultazione all’incolpato i documenti aziendali laddove l’esame degli stessi sia necessario al fine di permettere alla controparte un’adeguata difesa, in base ai principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto.

Non può essere condivisa la prospettazione della società ricorrente che limita il diritto del lavoratore ai soli casi in cui la contestazione faccia riferimento ad atti esterni o, comunque, non sia altrimenti comprensibile; non è in questione, infatti, la intelleggibilità dell’addebito, che costituirebbe ex se un vizio del procedimento disciplinare ma piuttosto la ulteriore esigenza di garantire al lavoratore una difesa effettiva ed adeguata e non meramente formale.

In sostanza il discrimen è tra il diritto di accesso ai documenti nella sede disciplinare, che questa Corte ha chiarito non essere tutelato dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 (Cassazione civile, sez. lav., 30/08/2007, n. 18288; 17/03/2008, n. 7153) ed il diritto di difesa, la cui tutela, garantita dal suddetto art. 7, può rendere necessario l’accesso del dipendente agli atti della procedura disciplinare.

Nella fattispecie di causa la Corte di merito si è conformata all’indicato principio di diritto, che ha correttamente applicato sulla base del preliminare accertamento in fatto della necessità dell’esame dei documenti a base della contestazione (in particolare, i dati delle presenze) al fine dell’effettiva possibilità di difesa del lavoratore.

Tale accertamento costituisce un giudizio di fatto, sindacabile in questa sede di legittimità nei limiti di deducibilità del vizio di motivazione.

Nella fattispecie, tuttavia, la denunziabilità del vizio di motivazione resta in radice preclusa dalla disposizione dell’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, applicabile ratione temporis, per la identità delle ragioni di fatto poste a fondamento delle due decisioni rese in senso conforme nei due gradi di merito.

Non sono pertanto esaminabili le contestazioni svolte in ricorso in punto di attinenza dell’accertamento compiuto in sentenza alle difese svolte in causa dal lavoratore.

3. Con il terzo motivo TRENITALIA spa ha assunto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – nullità della sentenza ex art. 112 c.p.c. per omessa pronunzia sul secondo motivo di appello, con il quale essa denunziava la erroneità della sentenza del Tribunale nel punto in cui affermava la mancanza di prova dei fatti contestati.

La società ha censurato l’omesso esame di tale motivo di appello, dichiarato assorbito.

Il motivo è infondato.

Correttamente la Corte di merito ha ritenuto assorbito il secondo motivo di appello, con cui Trenitalia impugnava la sentenza di primo grado nella parte in cui il Tribunale riteneva carente la prova degli addebiti, in quanto la ritenuta violazione del procedimento disciplinare era autonomamente decisiva nel senso della illegittimità del licenziamento; non sussiste, pertanto, il denunziato vizio di omessa pronunzia.

4. Con il quarto motivo TRENITALIA spa ha impugnato la sentenza – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – per violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. ed, in subordine, della L. n. 604 del 1966, art. 3 per non avere la Corte di merito ritenuto la esistenza della giusta causa o del giustificato motivo di recesso nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – per nullità della sentenza derivante dalla assenza di motivazione, in violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 TRENITALIA ha esposto di avere impugnato la sentenza di primo grado anche per la mancata ammissione dei mezzi istruttori e lamentato che sul punto il giudice dell’appello si era espresso con motivazione illogica, fondata sul carattere non remunerativo della attività di pratica forense; ha dedotto che la statuizione- se interpretata come negazione della esistenza della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo del licenziamento -costituiva violazione dell’art. 2119 c.c. e L. n. 604 del 1966, art. 3.

Il motivo è inammissibile, in quanto non conferente ai contenuti della sentenza impugnata.

Il giudice dell’appello non si è pronunziato sulla esistenza degli addebiti e sulla loro sussunzione come giusta causa o giustificato motivo di licenziamento, per il rilievo assorbente della illegittimità del procedimento disciplinare.

Le statuizioni della sentenza censurate con il motivo sono chiaramente riferite al diverso capo sul risarcimento del danno, in relazione al quale il giudice dell’appello affermava carente la prova dell’aliunde perceptum giacchè la attività di pratica forense contestata al P. non era remunerativa.

5. Con il quinto motivo la società ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – nullità della sentenza ex art. 112 c.p.c., per omessa pronunzia sul quarto ed il quinto motivo di appello, relativi alla istanza di acquisizione di documenti ex art. 437 c.p.c. ed all’aliunde perceptum.

La ricorrente ha esposto di avere proposto istanza, con il quarto motivo di appello, di acquisire, ai sensi dell’art. 437 c.p.c., gli estratti delle timbrature del dipendente nel periodo di causa, ove ritenuti indispensabili alla decisione, allegandone copia.

Ha inoltre impugnato la statuizione di rigetto della deduzione dell’aliunde perceptum, assunta nonostante lo svolgimento, non contestato, da parte del proprio dipendente di una attività professionale e senza dare seguito alle istanze istruttorie dell’ordine di esibizione e della richiesta di informazioni.

Il motivo è infondato.

La istanza di acquisizione dei documenti contenuta al punto IV dell’atto di appello non costituiva un motivo di impugnazione ma una istanza istruttoria diretta allo stesso giudice dell’appello (e da questi implicitamente ma chiaramente disattesa perchè non rilevante alla decisione); di qui l’inconfigurabilità del vizio di cui all’art. 112 c.p.c..

La sentenza si è poi espressa sul motivo di appello relativo all’aliunde perceptum sicchè la denunzia attiene ancora una volta, all’omessa ammissione di mezzi istruttori non costituente ragione di violazione dell’art. 112 c.p.c..

Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

Le spese seguono la soccombenza.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il comma 1 quater al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 4.000 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge, con attribuzione all’avv. Marialba Cucchiella.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2018

Cassazione civile, sez. lav., 21/03/2018, (ud. 05/12/2017, dep.21/03/2018),  n. 6994

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Torino, con la sentenza n. 482 del 2016 ha accolto il reclamo principale proposto dall’INPS e ha rigettato quello incidentale proposto da M.S. avverso la sentenza del Tribunale resa tra le parti in sede di opposizione, dichiarando la legittimità del licenziamento irrogato a quest’ultimo con provvedimento del 30 luglio 2014, con effetto dall’8 giugno 2006 e con esclusione di qualsiasi integrazione del trattamento economico erogato durante il periodo di sospensione obbligatoria dal servizio.

Come si rileva dalla sentenza di appello (con dati pacifici come espone il ricorrente a pag. 8 del ricorso), in data 9 gennaio 2004 veniva instaurato e contemporaneamente sospeso il procedimento disciplinare per il fatto oggetto di procedimento penale, consistente in sintesi nella creazione artificiosa di una posizione contributiva in favore di un terzo.

In data 27 febbraio 2014 diveniva irrevocabile la sentenza penale di condanna.

In data 14 maggio 2014, il procedimento disciplinare instaurato il 9 gennaio 2004 veniva riassunto.

Il M. veniva convocato per l’audizione il giorno 16 giugno 2014.

In data 13 giugno 2014 il M. inviava le proprie giustificazioni scritte a mezzo fax; non chiedeva nè un rinvio dell’audizione, nè di essere sentito anche oralmente e personalmente nel contempo rilasciando all’avvocato procura a rappresentarlo e difenderlo ai fini del procedimento disciplinare.

In data 30 luglio 2014 il M. veniva licenziato senza preavviso, con effetto retroattivo dall’8 giugno 2006 (sospensione cautelare dal servizio).

2. Per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello ricorre il M., prospettando 4 motivi di ricorso.

3. Resiste con controricorso e ricorso incidentale articolato in un motivo l’INPS.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione di legge con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 4 del Regolamento di disciplina INPS del 2003, D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 55, 55-bis, art. 11 preleggi, artt. 1339 e 1419 c.c., artt. 24 e 111 Cost., art. 6 della CEDU e, per quanto di ragione, all’art. 4 preleggi, D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, della L. n. 2248, all. E, art. 5 abolitrice del contenzioso amministrativo, e all’art. 653 c.p.c..

E’ censurato la statuizione che ha escluso la lesione del diritto di difesa del

lavoratore in quanto l’avvocato che aveva presenziato alla convocazione in assenza del lavoratore non era stato ammesso alla discussione.

2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta violazione di legge con riferimento (sotto altro profilo) all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 55 e 55-bis e agli artt. 1339 e 1419 c.c., agli artt. 11 e – per quanto di ragione – 4 preleggi, D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, e Art. 5 della LAC.

Il ricorrente censura la sentenza per non aver tenuto conto della specifica ed inderogabile competenza dell’Ufficio procedimenti disciplinari ad irrogare la sanzione, in particolare, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 4.

Il M. deduce che erroneamente la Corte d’Appello ha rigettato la censura con cui aveva dedotto la illegittimità del licenziamento per essere stata assunta la decisione dal Direttore centrale risorse umane, affermando che ciò trovava fondamento nel Regolamento di disciplina del 2003.

3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta violazione di legge in riferimento, sotto ulteriore profilo, all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 55, 55-bis e ter, e agli artt. 1339 e 1419 c.c., agli artt. 11 e – per quanto di ragione – 4 preleggi, D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, e art. 5 della LAC, anche in relazione all’art. 653 c.p.c..

Assume il ricorrente la intervenuta decadenza dall’azione disciplinare in ragione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 4, secondo cui la decorrenza del termine di 120 giorni è fissata alla data di prima acquisizione della notizia di infrazione. Ed infatti, come afferma la stessa sentenza l’Amministrazione aveva notizia del passaggio in giudicato della sentenza penale il 25 marzo 2014 e il provvedimento di recesso era del 30 luglio 2014, dunque oltre il termine di 120 giorni, non potendosi fare riferimento, come aveva fatto la Corte d’Appello, al termine di 180 giorni di cui al Regolamento INPS. Nè poteva ritenersi corretta l’applicazione dell’art. 55-ter effettuato dal giudice di secondo grado.

4. Con il quarto motivo di ricorso è prospettata la violazione di legge con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione, sotto ulteriore profilo, agli artt. 653 c.p.c., comma 1, 4, comma 1, e art. 8, comma 13 del Regolamento di disciplina INPS del 2003, della L. n. 91 del 2001, art. 4, e D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 55, 55-bis e ter, artt. 1339 e 1419 c.c. e agli artt. 11 e per quanto di ragione -4 preleggi, D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, e art. 5 della LAC.

Assume il ricorrente che, erroneamente, il dispositivo della sentenza impugnata fa decorrere il licenziamento dall’8 giugno 2006, allorchè interveniva la sospensione cautelare.

Assume il ricorrente che in ragione della novella di cui alla L. n. 150 del 2009 relativa al procedimento disciplinare non può trovare applicazione il Regolamento INPS che la Corte d’Appello ha posto a fondamento della decorrenza della sanzione espulsiva.

5. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione.

5.1. Va rilevato che, ratione temporis, non trova applicazione nella specie la novellazione della disciplina del procedimento disciplinare per il pubblico impiego privatizzato di cui alla L. n. 150 del 2009.

In proposito, questa Corte si è pronunciata con la sentenza n. 22358 del 2017, la cui motivazione si richiama ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c..

La suddetta pronuncia ha, infatti, affermato che la nuova disciplina procedurale si applica a tutti i fatti disciplinarmente rilevanti per i quali gli organi dell’amministrazione, ai quali è demandata la competenza a promuovere l’azione disciplinare acquisiscono la notizia dell’infrazione dopo il 16 novembre 2009, data di entrata in vigore della riforma.

Dunque sono infondati i motivi di ricorso che prospettano l’applicabilità alla fattispecie in esame del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 55,55-bis e 55-ter, come novellati ed introdotti dalla L. n. 150 del 2009.

Il procedimento disciplinare a carico del ricorrente aperto e sospeso nel 2006 non può ritenersi disciplinato dalle “nuove” regole introdotte dall’art. 55 – ter, ma resta assoggettato alla normativa vigente al tempo in cui esso era stato aperto (gennaio 2004), in virtù del principio per il quale, in difetto di disciplina transitoria, i procedimenti sono regolati dalla normativa del tempo in cui gli atti sono posti in essere (Cass., n. 209 del 2017, n. 11627 del 2016, n. 11985 del 2016).

Disciplina che nella fattispecie in esame va individuata nel Regolamento INPS.

5.2. Tanto premesso va rilevato che l’art. 3 del Regolamento di disciplina INPS del 2003, applicabile ratione temporis, prevede l’audizione del lavoratore a propria difesa con l’eventuale assistenza di un procuratore ovvero di un rappresentante dell’associazione sindacale cui egli aderisca o conferisca mandato.

Dunque, non è ravvisabile il vizio dedotto dal ricorrente richiamando il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, atteso che nel Regolamento INPS è prevista l’audizione del lavoratore di persona, con l’eventuale assistenza, ma non la sostituzione, da parte di un procuratore o di un rappresentate sindacale cui aderisca o conferisca mandato.

Si può, altresì, ricordare che questa Corte ha già ritenuto funzionale a garantire il diritto di difesa la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 che dispone che – nel corso del procedimento disciplinare – il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato ma non menziona la possibile presenza di un avvocato, dal che ne discende che, senza il consenso del datore di lavoro, il professionista in esame non può affiancare il lavoratore.

Questa Corte, infatti, con la pronuncia n. 9305 del 2017, ha affermato che “(…) nel sistema delineato dalla L. n. 300 del 1970, art. 7 il diritto del lavoratore di farsi assistere da un rappresentante sindacale esaurisce la tutela di legge, non essendovi in esso alcun riferimento alla difesa c.d. “tecnica” assicurata da un avvocato, che è normalmente prevista solo per il giudizio e che può essere riconosciuta o meno al di fuori di tale ipotesi in base a valutazione discrezionale del datore, nè ha alcun rilievo la circostanza che il lavoratore, per gli stessi fatti oggetto dell’iniziativa disciplinare sia chiamato a rispondere nell’ambito di un processo penale considerata la diversità della sfera di interessi, privati e pubblici, su cui incidono i due procedimenti, sicchè correttamente la Corte territoriale ha ritenuto legittimo, a fronte del rifiuto del ricorrente di procedere secondo le modalità ordinarie, il superamento da parte della Società di quella fase della procedura”.

6. Per quanto attiene al termine di riattivazione del procedimento a carico del dipendente – procedimento aperto e sospeso nel 2004 – lo stesso, in coerenza con i principi della sentenza di questa Corte n. 12358 del 2017, non può ritenersi disciplinato dalle nuove regole ex lege n. 150 del 2009, trovando applicazione in proposito il Regolamento di disciplina dell’INPS del 2003, che all’art. 6 prevede per la riattivazione il termine di 180 giorni da quando l’Amministrazione ha avuto notizia della sentenza definitiva.

7. Correttamente, quindi, la Corte d’Appello ha ritenuto l’attribuzione, da parte del Regolamento di disciplina INPS del 2003 (artt. 2, comma 11, e 5, comma 2), al Direttore dell’area responsabilità disciplinare della contestazione e dell’istruzione, e al Direttore centrale risorse umane dell’irrogazione del licenziamento con o senza preavviso.

Nè è contestata l’affermazione della Corte d’Appello che l’Area responsabilità disciplinare era sin dall’inizio del procedimento (gennaio 2004) inquadrata nella direzione generale risorse umane, il cui direttore era superiore gerarchico del Dirigente dell’Area responsabilità disciplinare.

Il Direttore centrale risorse umane, dunque, costituiva soggetto competente a sottoscrivere il provvedimento espulsivo, come previsto dal regolamento di disciplina.

Peraltro, con riguardo all’adozione del provvedimento disciplinare si rileva che la giurisprudenza di legittimità (Cass., n. 22487 del 2017) ha statuito che nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 4, non postula l’istituzione “ex novo” dell’ufficio competente, nè una sua individuazione espressa, essendo sufficiente, ai fini della legittimità della sanzione, che all’organo che l’ha irrogata sia stata attribuita, in modo univoco e chiaro, la potestà di gestione del personale.

8. Infine, si rileva che proprio il Regolamento di disciplina INPS del 2003, all’art. 8, comma 13, prevede che quando in ragione della definizione del procedimento penale, il procedimento disciplinare venga riassunto e si concluda con l’inflizione della sanzione del licenziamento, la sanzione espulsiva produce i suoi effetti sin dalla data di adozione della sospensione cautelare dal servizio; ciò anche nel caso in cui sia intervenuta nel frattempo riammissione in servizio per decorrenza del quinquennio di efficacia della sospensione cautelare. Dunque, correttamente la Corte d’Appello ha ritenuto legittima l’irrogazione del licenziamento con effetto dall’8 giugno 2006.

9. Il ricorso deve essere rigettato.

10. Con l’unico motivo del ricorso incidentale l’INPS, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 429 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, contrasto tra motivazione e dispositivo di sentenza chiede di chiarire che in ragione della legittimità del licenziamento non è dovuta alcuna indennità al lavoratore.

11. Il motivo è inammissibile per carenza di interesse, atteso che la dichiarata legittimità del licenziamento irrogato senza preavviso esclude la condanna al pagamento di indennità, che ha come presupposto logico giuridico la illegittimità del recesso.

12. La Corte rigetta il ricorso principale. Inammissibile il ricorso incidentale.

13. In ragione della reciproca soccombenza, le spese di giudizio sono compensate tra le parti.

14. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto, rispettivamente, per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale. Inammissibile il ricorso incidentale.

Compensa tra le parti le spese di giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto, rispettivamente, per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 5 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 marzo 2018

Cassazione civile, sez. lav., 04/04/2018, (ud. 17/01/2018, dep.04/04/2018),  n. 8373 

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza n. 5779/2015 la Corte di appello di Roma ha confermato la pronuncia del 14.1.2014 emessa dal Tribunale della stessa città con la quale era stata respinta la domanda proposta da T.P., ex dipendente Unipol con qualifica di funzionario di terzo grado, volta ad ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore in data 26.9.2011 ed il suo annullamento, con conseguente reintegrazione nel posto di lavoro e condanna della società al risarcimento del danno, in misura pari alle mensilità di retribuzione maturate dalla data del ricorso fino alla data di riammissione in servizio.

2. A fondamento del decisum la Corte territoriale ha rilevato che: a) la contestazione disciplinare, intervenuta dopo 45 giorni, era tempestiva avendo riguardo alla data della effettiva e certa conoscenza dei fatti, al periodo feriale intercorso e alla complessità della organizzazione aziendale; b) la sanzione irrogata era proporzionata rispetto ai fatti contestati; c) la problematica sulla illegittimità dei controlli volti dalla agenzia investigativa, in violazione della L. n. 300 del 1970, artt. 2,3, e 4, era una questione nuova perchè prospettata per la prima volta in appello e, comunque, infondata perchè l’attività investigativa era finalizzata non all’accertamento delle modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa, bensì alla verifica se il dipendente si fosse assentato, senza giustificato motivo o permesso dal luogo di lavoro.

3. Avverso questa sentenza T.P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sette motivi.

4. Ha resistito con controricorso la società.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 77 c.p.c., per non avere i giudici di merito rilevato cha sia la procura alle liti contenuta nella memoria difensiva di primo grado che la procura alle liti contenuta nella memoria difensiva di secondo grado della società erano nulle in quanto furono rilasciate da soggetti privi di validi poteri rappresentativi, senza spendita dei relativi poteri rappresentativi e senza produzione in giudizio di documenti attestanti la sussistenza di tali poteri.

2. Con il secondo motivo il T. sostiene la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 437 c.p.c., per la ritenuta novità, da parte della Corte territoriale, della questione processuale riguardante la inutilizzabilità della relazione investigativa a mente degli artt. 2 e 3 St. Lav., nonchè la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 437 c.p.c., essendo stata ritenuta, sempre dalla Corte distrettuale, non rilevabile di ufficio la questione di una prova vietata dalla legge.

3. Con il terzo motivo si censura l’ingiustizia della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 2,3 e 4 dello St. lav. in ordine al controllo a distanza del lavoratore nonchè degli artt. 2104 e 2106 c.p.c., e consequenziale ulteriore violazione della regola di giudizio del’onere della prova ex art. 2697 c.c., circa l’impiego di indagini svolte da agenzie investigative.

4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4) per violazione delle norme sul principio dispositivo (artt. 99 e 115 cpc), del libero convincimento (art. 116 c.p.c.), della regola generale della tassatività del catalogo dei mezzi di prova nonchè degli artt. 244 e 257 bis cpc in uno alla illegittimità della stessa per violazione e falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3); nonchè degli artt. 2,3 e 4 dello Statuto dei Lavoratori e dell’art. 2699 c.c. e ss., in tema i prova documentale; nonchè del principio per cui le prove atipiche – ad effetto meramente indiziario – devono essere corroborate da prove piene e comunque non sono mai utilizzabili se acquisite in violazione dei divieti posti da norme sostanziali o processuali, con la conseguente ingiustizia della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 3, per ulteriore violazione della regola dell’onere della prova ex art. 2697 c.c.: nella fattispecie in esame la relazione della agenzia investigativa avrebbe dovuto essere avvalorata in giudizio con prove piene.

5. Con il quinto motivo il T. deduce l’ingiustizia della sentenza impugnata per violazione e/o falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3) dell’art. 2697 c.c., sull’onere della prova sia della L. n. 300 del 1970, artt. 2,3 e 4, per essere stata erroneamente rilevata dalla Corte territoriale, la giusta causa del licenziamento, la proporzionalità della misura nonchè per non essere stato considerato che: a) egli era stato impegnato in attività non lavorative al di fuori dell’ufficio; b) non aveva violato il complessivo “monte ore”; c) non era stato verificato se si fosse trattenuto in ufficio oltre il normale orario di lavoro e quali erano stati i risultati raggiunti.

6. Con il sesto motivo si rileva l’ingiustizia della sentenza, in relazione alla proporzionalità tra i fatti contestati e il provvedimento espulsivo, anche sotto il profilo dell’insufficienza della motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 e/o nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, per motivazione totalmente omessa o solo apparente.

7. Con il settimo motivo il ricorrente lamenta l’ingiustizia della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, art. 1, degli artt. 1455,2106,2119 e 2697 c.c., per totale assenza – sia in punto assertivo che dimostrativo – del pregiudizio agli scopi aziendali che la resistente avrebbe subito in conseguenza dell’inadempimento del dipendente.

8. Il primo motivo è inammissibile.

9. Nel processo civile l’invalidità della costituzione di una delle parti non integra una nullità rilevabile di ufficio, senza alcun limite, in ogni stato e grado del giudizio, sicchè è da ritenersi preclusa, in sede di cassazione, la questione della irregolarità della costituzione di una delle parti in primo grado ovvero in secondo grado qualora la questione non sia stata sollevata tempestivamente nei gradi di merito (in termini Cass. 4.4.2008 n. 8806; Cass. 18.5.2017 n. 12461; Cass. 12.1.2006 n. 403).

10. Nella fattispecie in esame, il vizio delle procure di primo e secondo grado è stato eccepito solo nel presente giudizio di cassazione, con la conseguenza che esso è tardivo ed inammissibile.

11. Per ragioni di pregiudizialità logico-giuridica deve essere esaminato dapprima il terzo motivo riguardante, in sostanza, la asserita illiceità dell’impiego delle investigazioni private commesse a terzi, nel caso concreto, perchè finalizzato all’accertamento dell’inadempimento del dipendente alla prestazione lavorativa.

12. Il motivo è infondato.

13. Giova precisare che l’attività del T. si svolgeva non solo nei locali dell’azienda, ma anche esternamente; che era tenuto al rispetto dell’orario di lavoro di 37 ore settimanali e che doveva attestare la propria presenza al lavoro con un’unica timbratura giornaliera del badge, effettuabile nell’arco della giornata, abitualmente all’uscita del lavoro.

14. Orbene, la disposizione dell’art. 2 dello Statuto dei lavoratori, nel limitare la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a tutela del patrimonio aziendale, non precludono a quest’ultimo di ricorrere ad agenzie investigative, purchè queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria riservata dall’art. 3 dello Statuto direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori e giustificano l’intervento in questione non solo per l’avvenuta prospettazione di illeciti e per l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (cfr. Cass. 14.2.2011 n. 3590); inoltre, il suddetto intervento deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero adempimento dell’obbligazione (Cass. 7.6.2003 n. 9167).

15. Le garanzie degli artt. 2 e 3, citati operano, infatti, esclusivamente con riferimento all’esecuzione della attività lavorativa in senso stretto, non estendendosi, invece, agli eventuali comportamenti illeciti commessi dal lavoratore in occasione dello svolgimento della prestazione che possono essere liberamente accertati dal personale di vigilanza o da terzi.

16. Orbene, nella fattispecie il convincimento della Corte territoriale si è basato sull’esito di un’attività investigativa, oggetto anche di prova testimoniale degli investigatori, rientrante nei poteri di controllo datoriale, in quanto esercitata in luoghi pubblici, onde è stato accertato, per 10 giorni, non solo il mancato rispetto dell’orario giornaliero di lavoro ma anche che, in orario di lavoro, al di fuori dell’ufficio, il T. non aveva svolto alcuna attività lavorativa.

17. Deve, pertanto, ritenersi corretto il riferimento dei giudici di seconde cure al fatto che, nel caso in esame, il controllo non era diretto a verificare le modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa, bensì le cause dell’assenza del dipendente dal luogo di lavoro, concernenti appunto il mancato svolgimento dell’attività lavorativa da compiersi anche all’esterno della struttura aziendale.

18. La ritenuta liceità del controllo rende, altresì, prive di fondamento le doglianze sulla violazione degli artt. 2104 e 2106 c.c., perchè il potere dell’imprenditore di controllare direttamente o indirettamente l’adempimento delle prestazioni lavorative, nei limiti sopra evidenziati, non è escluso dalle modalità di controllo che può legittimamente avvenire anche occultamente, senza che vi ostino nè il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti, nè il divieto di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 4, riferito esclusivamente all’uso di apparecchiature per il controllo a distanza (in termini cfr. Cass. 10.7.2009 n. 16196).

19. Il rigetto del terzo motivo rende inammissibile la trattazione del secondo, riguardante la pretesa nullità della sentenza gravata per avere ritenuto questione nuova e, in quanto tale/preclusa in appello, la tematica sulla illegittimità del controllo la quale, riguardando una prova vietata dalla legge, avrebbe dovuto essere valutata in ogni stato e grado ex officio.

20. La pronuncia impugnata è, infatti, sorretta sul punto da due ragioni distinte ed autonome (tardività ex art. 437 c.p.c., della eccezione e liceità del controllo), ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, di talchè essendo divenuta definitiva, come sopra visto, per la infondatezza della relativa doglianza, una delle argomentazioni che la sorreggono, diventa superfluo l’esame dell’altra.

21. A ciò si aggiunga che il ricorrente neanche ha censurato espressamente il richiamo della Corte di merito all’onere che incombeva su parte attrice in prime cure ( T.P.) di attivarsi ex art. 420 c.p.c., comma 1, per essere autorizzato alla modifica della domanda, qualora avesse dimostrato di essere venuto a conoscenza delle modalità di accertamento della illecita condotta, posta a fondamento del licenziamento, solo con la costituzione in giudizio della società: e ciò costituisce un ulteriore profilo di inammissibilità della censura.

22. Il quarto motivo presenta profili di inammissibilità e di infondatezza.

23. E’ inammissibile perchè si fonda sul presupposto della illiceità dell’esito dell’attività investigativa che è stata esclusa in relazione all’esame del terzo motivo.

24. E’ infondato perchè comunque l’attività istruttoria espletata dai giudici di merito non si è limitata alla sola indagine sulla relazione investigativa, ma anche all’escussione dei testi, le cui deposizioni sono state anche riportate in parte nella pronuncia.

25. Del resto, va considerato che non è necessario che il giudice di merito prenda in esame, al fine di condividerle o confutarle, tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che indichi le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in questo caso ritenere implicitamente rigettate tutte le tesi logicamente incompatibili con esse (cfr. Cass. n. 19748/2011; Cass. n. 22801/2009).

26. Analogo discorso vale per la valutazione delle prove, per il controllo di attendibilità e per la scelta tra le risultanze istruttorie di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, spettando al giudice di merito l’apprezzamento dei fatti e delle prove stesse (cfr. tra le altre Cass. 23.12.2009 n. 27162; Cass. 6.3.2008 n. 6064).

27. Il quinto ed il settimo motivo, per le connesse questioni logico-giuridiche che le connotano, devono essere esaminati congiuntamente.

28. Essi sono infondati.

29. La giusta causa di licenziamento, che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, integra una clausola generale che richiede di essere concretizzata dall’interprete tramite valorizzazione dei fattori esterni relativi alla coscienza generale e dei principi tacitamente richiamati dalla norma, quindi mediante specificazioni che hanno natura giuridica e la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, mentre l’accertamento della ricorrenza concreta degli elementi del parametro normativo si pone sul diverso piano del giudizio di fatto demandato al giudice del merito e incensurabile in cassazione se privo di errori logici e giuridici (Cass. 26.4.2012 n. 6498; Cass. n. 5095/2011).

30. Nella fattispecie in esame il ricorrente lamenta proprio, richiamando peraltro la violazione dell’art. 2697 c.c., l’errata valutazione sulla concreta ricorrenza di elementi idonei a costituire la giusta causa di licenziamento e la proporzionalità della sanzione che costituisce accertamento di fatto devoluta al giudice del merito il quale, nel caso de quo, con motivazione corretta sul versante logico e giuridico, e quindi incensurabile in cassazione, ha ritenuto comprovati, sulla base delle risultanze istruttorie offerte (esiti dell’attività investigativa e prove testimoniali raccolte), l’entità notevolissima dei ritardi, la loro sistematicità, il ruolo rivestito in azienda dal ricorrente, l’assenza di qualsiasi giustificazione, l’ostinazione dimostrata nel sottrarsi al rispetto degli obblighi professionali, quali fattori che inducessero a ritenere la condotta del lavoratore di gravità tale da ledere irreparabilmente il vincolo di fiducia, nonostante l’assenza di precedenti disciplinari e la durata ultradecennale del rapporto.

31. Il sesto motivo, infine, è inammissibile, in relazione al denunciato vizio di insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5; infatti, tale ultima disposizione, come riformulata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, consente solo la censura relativa all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, ma non anche la critica sul controllo della motivazione della sentenza. E’ infondato, invece, con riguardo al dedotto vizio ex art. 360 c.p.c., n. 4, e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per motivazione totalmente assente, perchè, secondo il consolidato insegnamento di legittimità, la giuridica inesistenza ricorre solo allorchè il provvedimento manchi di quel minimo di elementi o di presupposti necessari per la produzione dell’effetto di certezza giuridica, proprio del giudicato (tra le altre cfr. Cass. 26.2.1994 n. 1965).

32. Nel caso concreto, la Corte territoriale ha, invece, esaminando il secondo motivo di appello, valutato la proporzionalità tra i fatti contestati ed il provvedimento espulsivo perchè ha ritenuto, con argomentazioni logiche e congrue, richiamando anche l’assunto del primo giudice, che le condotte poste in essere erano inequivocabilmente idonee a far venire meno la fiducia sulla correttezza dei futuri adempimenti e per tale via integravano un fatto che non consentiva la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto.

33. Alla stregua di quanto esposto il ricorso deve essere rigettato.

34. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 17 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 4 aprile 2018


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