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Vendita immobile in comunione senza autorizzazione del coniuge

23 Aprile 2018
Vendita immobile in comunione senza autorizzazione del coniuge

Casa in comproprietà dei coniugi in comunione legale dei beni: che succede se il marito firma il compromesso senza dire nulla alla moglie (o viceversa)?

Tu e tuo marito siete in regime di comunione dei beni. Sino ad oggi non avete mai avuto attriti di sorta, ma alcuni recenti problemi economici hanno creato un po’ di ansia e preoccupazioni, soprattutto in lui che teme di perdere il lavoro. Un giorno scopri che tuo marito ha firmato un compromesso per la vendita di una seconda casa che avete, sino ad oggi, dato in affitto. Lui ha bisogno di liquidità e vorrebbe pertanto disfarsene. Il fatto che lo abbia fatto senza dirti nulla ti ha indispettito. Ti senti tagliata fuori da una decisione che andava presa insieme: non solo perché così previsto dalle norme del codice civile sulla comunione legale dei beni (circostanza che vi vede automaticamente cointestatari di ogni mobile o immobile acquistato dopo il matrimonio, anche coi soldi di uno solo), ma anche per una questione di rispetto e dignità. Così ti chiedi qual è la sorte della vendita di un immobile in comunione senza autorizzazione del coniuge. La questione è stata di recente decisa da una interessante sentenza della Cassazione [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici.

La questione sulla validità della vendita di una casa in comunione fatta da un coniuge senza il consenso dell’altro va stabilita a seconda che, nel compromesso, il venditore abbia dichiarato o meno di essere in comunione legale dei beni e che, pertanto, l’immobile è cointestato. Le due ipotesi vanno trattate separatamente. 

Se nel compromesso si menziona la comunione dei beni

Se Mario firma un compromesso per la vendita di una casa della quale dichiara di essere comproprietario in comunione legale dei beni con la moglie Giovanna, il contratto non produce alcun effetto se Giovanna non lo firma. Infatti manca il consenso di uno dei contitolari. In questo caso la regola è piuttosto rigida ed a favore del coniuge estromesso dall’atto di vendita. Infatti non c’è alcun motivo per tutelare il potenziale acquirente, il quale viene messo a conoscenza, nello stesso contratto preliminare, di una situazione di comproprietà; questi può quindi esigere la sottoscrizione anche dell’altro coniuge. Se non lo fa, rendendosi così (consapevolmente anche se involontariamente) partecipe della causa di nullità, non può poi sollevare contestazioni. 

In sintesi, se nel compromesso viene specificato che la casa, promessa in vendita dal marito, è in realtà in regime di comunione con la moglie, il contratto è nullo e non produce alcun effetto. La conseguenza è che il venditore potrà anche sottrarsi all’obbligo della stipula del rogito definitivo (ferma restando la possibilità per l’acquirente di chiedergli un risarcimento del danno per le trattative non portate a buon fine):

Se nel compromesso non si menziona la comunione legale dei beni

Diversa è invece la soluzione nel caso in cui Mario, nel firmare il compromesso, tace sul fatto che la casa è in comunione legale dei beni con la moglie. In tal caso il contratto è provvisoriamente valido ed efficace, ma l’altro coniuge – quello cioè che non ha firmato il preliminare – ha un anno di tempo per impugnare la promessa di vendita (azione di annullamento [2]). Se non lo fa, il compromesso resta valido e la casa andrà venduta al terzo. In particolare il codice civile dispone che l’azione di annullamento va proposta dal coniuge non partecipante al contratto entro un anno dal giorno in cui egli ha avuto conoscenza dell’atto e, se è un atto trascritto nei registri immobiliari, entro un anno dalla data della trascrizione. 

La vendita di immobili in comunione legale dei beni dei coniugi

La regola per l’amministrazione straordinaria dei beni in comunione legale dei coniugi (tra cui vi rientra la vendita) richiede il consenso sia del marito che della moglie. Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili registrati. Questa norma, però, secondo la Cassazione, si applica solo nel caso in cui l’acquirente non sappia nulla sull’appartenenza del bene alla comunione legale.

Chi conclude un contratto con un’altra persona ha un limitato onere di indagine sull’appartenenza del bene che vuole acquistare al regime di comunione legale dei beni. 

Pertanto, se il contratto non è firmato da entrambi i coniugi:

se il regime di comunione legale non viene dichiarato nel contratto, l’acquisto del terzo è momentaneamente valido ed efficace, ma “traballante” per un anno: entro tale  termine, infatti, il coniuge che non ha firmato il contratto può chiederne al giudice l’annullamento (salvo il diritto al risarcimento del danno, da parte del terzo, per la proclamata invalidità del contratto);

se il regime di comunione è invece noto al terzo acquirente perché esplicitato nel contratto, detto contratto è inefficace sin dall’inizio perchè non firmato da tutti i proprietari del bene [3]. 

Non si può invece pensare che, in caso di mancata firma del preliminare da parte di uno dei due coniugi, ad essere venduta è solo la quota appartenente al firmatario [4]. 

Il coniuge che abbia venduto in nome proprio un bene della comunione può agire da solo per la risoluzione del contratto per inadempimento dell’acquirente, essendo comunque il contratto valido nei suoi confronti [5]. 


note

[1] Cass. sent. n. 8525/18 del 6.04.2018.

[2] Art. 184 cod. civ.

[3] Dice la Cassazione: «l’applicabilità del disposto dell’articolo 184 C.c. (nel predisporre la specifica tutela del coniuge dissenziente) presuppone l’avvenuta effettiva autonoma disposizione di un bene comune da parte di uno solo dei coniugi; situazione, questa, non certamente equiparabile a quella di specie, in cui la mancata prestazione del consenso da parte di uno dei coniugi, espressamente indicato nell’atto quale contraente, non ha mai consentito il sorgere di una valida obbligazione neppure a carico dell’altro, attesa la nullità del contratto per mancanza di tale requisito essenziale (articoli 1325 e ss. C.c.)».

[4] Cass. sent. n. 284/1997

[5] Cass. sent. n. 4890/2006

Corte di Cassazione, Sezione 2 civile Sentenza 6 aprile 2018, n. 8525

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22476-2013 proposto da:

(OMISSIS), rappresentato e difeso dagli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), ed elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio del secondo;

– ricorrente – contro

(OMISSIS), nella qualita’ di erede di (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), ed elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio del secondo;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS), nella qualita’ di erede di (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), ed elettivamente domiciliati in

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 (OMISSIS), presso lo studio del secondo;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS), nella qualita’ di erede di (OMISSIS); – intimato –

avverso la sentenza n. 1975/2012 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 19/09/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/12/2017 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

uditi l’Avvocato (OMISSIS) per il ricorrente che ha concluso per l’accoglimento del ricorso; gli Avvocati (OMISSIS) per il controricorrente (OMISSIS) e (OMISSIS), per il controricorrente (OMISSIS), che hanno concluso per il rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA

Con atto notificato il 4 settembre 2002, (OMISSIS) conveniva dinanzi al Tribunale di Verona, sezione distaccata di Legnago, (OMISSIS), in proprio e quale tutore della moglie interdetta (OMISSIS), chiedendo l’adempimento ex articolo 2932 cod. civ. (dichiarandosi disposto al pagamento del saldo del prezzo e chiedendo il rilascio del bene) del preliminare stipulato il 19 giugno 2001, con cui il (OMISSIS) aveva promesso in vendita all’attore un terreno in comproprieta’ tra il (OMISSIS) medesimo e la moglie.

Si costituiva (OMISSIS), quale protutore della (OMISSIS), che eccepiva la nullita’ del preliminare per il mancato consenso della stessa, chiedendo il rigetto della domanda e, in via riconvenzionale subordinata, l’annullamento del contratto ex articolo 184 e/o 377 cod. civ., stante anche la mancata autorizzazione del Tribunale alla stipulazione dell’atto.

Si costituiva anche (OMISSIS), il quale concludeva in modo analogo, chiedendo il rigetto della domanda, previo accertamento della nullita’ del contrato preliminare, o in via riconvenzionale l’annullamento.

Interrotta la causa per morte di entrambi i convenuti ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) la stessa veniva riassunta dal (OMISSIS) nei confronti degli eredi ( (OMISSIS), quale erede di (OMISSIS), e (OMISSIS) e (OMISSIS), quali eredi di (OMISSIS)) che si costituivano ribadendo le precedenti difese svolte dai rispettivi danti causa.

Il Tribunale adito, con sentenza n.44/08 depositata il 26 febbraio 2008, accoglieva la domanda attorea, rigettando le difese dei convenuti, in quanto l’annullabilita’ ex articoli 375 e 377 cod. civ. non ricorreva, non avendo (OMISSIS) agito come tutore, ed essendo tardiva la domanda di annullamento ex articolo 184 cod. civ. (la cui disciplina presentava carattere di specialita’ rispetto a quella della comunione ordinaria) perche’ proposta oltre l’anno da quando il protutore aveva avuto notizia del contratto; per l’effetto disponeva il richiesto trasferimento del bene, condannava l’attore al pagamento del prezzo residuo ed i convenuti al rilascio, e compensava le spese.

Con atto notificato l’8 aprile 2009, la sentenza veniva impugnata davanti alla Corte d’appello di Venezia da (OMISSIS), chiedendone la riforma, previa inibitoria ex articolo 283 cod. proc. civ., nonche’ il rigetto delle domande avversarie e l’accoglimento delle proprie istanze e difese non accolte il primo grado.

Si costituivano il (OMISSIS), chiedendo il rigetto dell’appello e dell’istanza di inibitoria; e (OMISSIS) (rimanendo contumace (OMISSIS)), che si associava alle conclusioni dell’appellante.

Sospesa l’efficacia esecutiva della impugnata sentenza del Tribunale di Verona (sezione distaccata di Legnago), la Corte d’appello di Venezia, con sentenza n. 1975/2012, depositata il 19/09/2012, in riforma della decisione di primo grado rigettava le domande proposte da (OMISSIS) nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS).

Per la cassazione di tale sentenza (OMISSIS) ha proposto ricorso sulla base di tre motivi. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno resistito con rispettivi controricorsi. Tutte le parti in giudizio hanno depositato memorie.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di norma di diritto in tema di comunione legale tra coniugi. In particolare violazione dell’articolo 184 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3”, poiche’ la Corte d’appello ha ritenuto fondato (e assorbente) l’argomento con cui l’appellante aveva riproposto l’eccezione di nullita’-inefficacia del contratto preliminare di vendita di un immobile, appartenente a due coniugi, in regime di comunione legale, per mancata adesione al medesimo di uno dei due coniugi comproprietari, entrambi indicati in intestazione come parti dello stesso, con conseguente inapplicabilita’ dell’articolo 184 cod. civ. (sentenza pag. 12).

Il ricorrente deduce l’erroneita’ della decisione di appello che avrebbe ritenuto l’inapplicabilita’ dell’articolo 184 c.c., che a giudizio della Corte di merito deriverebbe dal fatto che tale norma disciplina l’ipotesi in cui il coniuge disponga autonomamente del bene comune, e quindi troverebbe applicazione nei differenti casi in cui il coniuge non riveli la situazione di comunione, presentandosi come unico proprietario, ovvero dichiari di agire anche per conto dell’altro senza averne i poteri.

1.2. – Il motivo non e’ fondato.

1.3. – La Corte d’appello di Venezia ha richiamato il principio di diritto (pronunciato rispetto ad identica fattispecie negoziale, e mai specificamente negato dalla successiva giurisprudenza di legittimita’) in virtu’ del quale, “in regime patrimoniale di comunione legale, il disposto di cui all’articolo 184 cod. civ. (secondo cui “gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell’articolo 2683″) presuppone l’effettiva autonoma disposizione di un bene comune da parte di uno solo dei coniugi, pertanto non si applica nel caso in cui, come nella specie, tutti i contraenti siano a conoscenza della comunione dei beni tra i coniugi e questi ultimi figurino entrambi nel contratto come venditori, atteso che in tal caso il mancato consenso di uno dei due impedisce il sorgere di una valida obbligazione neanche a carico dell’altro” (Cass. n. 3647 del 2004).

La Suprema Corte – nel ritenere (appunto) non fondata la pretesa dei ricorrenti di veder affermata la validita’ del contratto di compravendita per essere decorso il termine annuale concesso al coniuge dall’articolo 184 c.c. per far annullare l’atto stipulato senza il suo consenso – ha precisato che, in quella occasione (come nell’odierna), le parti avevano predisposto un contratto in cui figuravano in qualita’ di venditori sia il marito che la moglie, senza tuttavia mai ottenere la sottoscrizione di questa, sicche’ non poteva dirsi che il primo avesse disposto autonomamente di un bene della comunione, essendo pacifico che tutte le parti erano consapevoli della comunione vigente sui beni e la comune volonta’ di tutti era orientata alla stipula di un contratto in cui entrambi i titolari del bene avrebbero dovuto prestare il consenso alla vendita.

1.4. – Orbene, e’ incontestato in atti che la “promessa di vendita” in questione prevedesse, testualmente, che tra ” (OMISSIS), nato a (…) e (OMISSIS) da una parte, e il signor (OMISSIS) nato a (…) dall’altra, si conviene e stipula quanto segue: articolo 1) il signor (OMISSIS) e (OMISSIS) promette di vendere al signor (OMISSIS) che promette di acquistare (…)”; ed altrettanto non controverso e’ che, nella medesima scrittura, manchi la sottoscrizione della signora (OMISSIS).

Anche nel presente giudizio, dunque, la Corte d’appello ha correttamente esclusa (in coerenza col precedente principio espresso dalla Cassazione) l’applicabilita’ del disposto dell’articolo 184 c.c., il quale (nel predisporre la specifica tutela del coniuge dissenziente) presuppone l’avvenuta effettiva autonoma disposizione di un bene comune da parte di uno solo dei coniugi; situazione, questa, non certamente equiparabile a quella di specie, in cui la mancata prestazione del consenso da parte di uno dei coniugi, espressamente indicato nell’atto quale contraente, non ha mai consentito il sorgere di una valida obbligazione neppure a carico dell’altro, attesa la nullita’ del contratto per mancanza di tale requisito essenziale (articoli 1325 c.c. e ss.).

1.5. – Non si tratta dunque di rifarsi alla peculiare natura della comunione legale tra coniugi ed agli effetti del consenso del coniuge, rimasto estraneo all’atto di disposizione posto in essere dal solo altro coniuge; ne’ alla qualificazione del consenso quale negozio unilaterale autorizzativo, atto a rimuovere il limite all’esercizio del potere dispositivo sul bene (come affermato dalla giurisprudenza richiamata dal ricorrente: Cass. sez. un. n. 17952 del 2007; Cass. n. 12849 del 2008; Cass. n. 14093 del 2010; Cass. n. 12923 del 2012); e neppure agli effetti nei confronti dei terzi del contratto stipulato in assenza del consenso del coniuge pretermesso (Cass. n. 2202 del 2013). Ne’ soccorre il richiamato orientamento secondo cui, “per l’esecuzione in forma specifica, a norma dell’articolo 2932 cod. civ., di un preliminare di vendita di un bene immobile rientrante nella comunione legale dei coniugi, non e’ necessaria la sottoscrizione di entrambi i promittenti venditori, ma e’ sufficiente il consenso del coniuge non stipulante, traducendosi la mancanza di detto consenso in un vizio di annullabilita’, da far valere, ai sensi dell’articolo 184 cod. civ., nel rispetto del principio generale della buona fede e dell’affidamento, entro il termine di un anno, decorrente dalla conoscenza dell’atto o dalla trascrizione” (Cass. n. 12923 del 2012, gia’ cit.; conf. a Cass. n. 2202 del 2013, cit.; Cass. n. 1385 del 2012, Cass. n. 14093 del 2010, cit.; Cass. n. 88 del 2007 e Cass. 16177 del 2001; laddove il riferimento alla fattispecie decisa dalla gia’ evocata Cass. n. 12923 del 2012 attiene al diverso caso in cui il coniuge pretermesso era semplicemente “presente” alla stipulazione dell’atto da parte dell’altro coniuge, senza parteciparvi, e non lo aveva sottoscritto).

Del tutto correttamente, pertanto, la Corte d’appello ha evidenziato la peculiarita’ della fattispecie in esame che – peraltro in assenza di alcun riferimento nell’atto sia al regime patrimoniale dei coniugi promittenti venditori, sia a poteri rappresentanza volontaria e/o legale (anche in ragione dello stato di interdizione della contraente signora (OMISSIS)) in capo al coniuge firmatario diversamente dai richiamati precedenti riguarda specificamente il caso in cui il coniuge sia parte contraente a tutti gli effetti, il cui nome appaia nell’intestazione come nel contento dell’atto, senza che poi ne segua la sottoscrizione, cosi’ configurandosi una figura contrattuale rispetto alla quale e’ del tutto estranea la disciplina dei rimedi approntata dall’articolo 184 c.c.; e cio’ (come correttamente evidenziato dalla Corte d’appello) in mancanza di alcuna ragione di privilegiare l’affidamento del terzo contraente e sottoscrittore dell’atto, ben consapevole della incompletezza dell’accordo raggiunto e, quindi,  dell’inefficacia dell’atto.

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “violazione dell’articolo 1387 c.c. in relazione all’articolo 357 c.c., richiamato dall’articolo 424 c.c., nonche’ violazione dell’articolo 183 c.c., comma 3, che esclude il coniuge interdetto dall’amministrazione dei beni comuni: l’interdizione di (OMISSIS) impediva la di lei sottoscrizione del preliminare di vendita immobiliare – Violazione delle cennate norme di diritto in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3”. L’errore di diritto sarebbe consistito nel non aver considerato che il potere di rappresentanza di (OMISSIS) in capo al coniuge tutore (OMISSIS) era a questi conferito dalla legge e nel non avere tenuto conto che l’articolo 183 c.c., comma 3, esclude il coniuge interdetto dall’amministrazione dei beni comuni.

2.1. – Il motivo non e’ fondato.

2.2. – Proprio la scelta di utilizzare una figura contrattuale in cui entrambi i coniugi figurano come contraenti, promittenti venditori, nonche’ di escludere dal contenuto dell’atto qualunque riferimento allo stato di interdizione legale della signora (OMISSIS), e quindi alla sua esclusione di diritto dalla amministrazione dei beni comuni (ai sensi dell’articolo 183 c.c., comma 3), ovvero al potere di rappresentanza conferito dalla legge al tutore, dimostrano la chiara volonta’ delle parti di predisporre il contratto preliminare de quo per la partecipazione al negozio di entrambi i comproprietari; e non gia’ per la partecipazione di uno solo di essi quale tutore e rappresentante legale della interdetta.

Correttamente dunque la Corte d’appello di Venezia – sulla base dell’interpretazione del contratto, riservata al giudice di merito (Cass. n. 16181 del 2017), operata in riferimento alla comune intenzione dei contraenti, appalesata dall’inequivoco senso letterale delle parole (verificate alla luce dell’intero contesto negoziale ai sensi dell’articolo 1363 c.c., nonche’ ai criteri d’interpretazione soggettiva di cui agli articoli 1369 e 1366 c.c.), e volta a consentire l’accertamento del significato dell’accordo in coerenza con la relativa ragione pratica o causa concreta e ad escludere interpretazioni cavillose deponenti per un significato in contrasto con gli interessi che le parti hanno voluto tutelare mediante la stipulazione negoziale (Cass. n. 7927 del 2917) – ha valorizzato e posto a fondamento della propria decisione, il fatto che la scrittura privata in questione, cosi’ come testualmente redatta dalle parti, aveva il fine di permettere la partecipazione all’atto di entrambi i comproprietari.

2.3. – E per tale ragione la Corte d’appello ha, altrettanto correttamente, attribuito carattere e valenza assorbente alla eccezione di nullita’/inefficacia, per vizio del consenso, del contratto preliminare di vendita di immobile, appartenente ai due coniugi in regime di comunione legale, per mancata sottoscrizione del medesimo di una dei due coniugi comproprietari, indicata insieme all’altro coniuge, nella intestazione e nel contenuto dell’atto, come parte dello stesso.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce (in via subordinata al mancato accoglimento dei due precedenti) la “violazione della tariffa professionale vigente pro tempore ( Decreto Ministeriale 8.4.2004 n. 127 in G.U. 18.5.2004), in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3. Applicazione del Decreto Ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, articolo 41 alla presente controversia”. Il ricorrente contesta il superamento dei limiti tariffari massimi nella determinazione delle spese processuali liquidate in favore delle controparti vittoriose in appello.

3.1. – Il terzo motivo e’ inammissibile.

3.2. – Va preliminarmente osservato che la fattispecie dedotta in giudizio (nella quale viene contestato l’ammontare delle spese di lite determinate nella sentenza della Corte di appello di Venezia depositata il 19.9.2012) e’ regolata, ratione temporis, dal Decreto Ministeriale 20.7.2012 (il cui articolo 41 recita: “Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”), posto che alla data di entrata in vigore di tale decreto (23.8.2012) la prestazione professionale del cui compenso si discute non si era ancora conclusa e che, come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 17405/12, la nozione di compenso rimanda ad un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata, ancorche’ iniziata e parzialmente svolta sotto il vigore di discipline tariffarie previgenti (conf. Cass. 4949/17).

Inoltre, nella specie trova applicazione la disposizione di cui all’articolo 1, comma 7, del suddetto decreto 140/2012, alla cui stregua “In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”; disposizione questa rispetto alla quale e’ stato peraltro precisato che il giudice e’ tenuto ad indicare le concrete circostanze che giustificano le deroga ai minimi e massimi stabiliti dal medesimo d.m. (cfr. Cass. n. 18167 del 16/09/2015; Cass. 11 gennaio 2016 n. 253; Cass. 3 agosto 2016, n. 16225).

3.3. – Cio’ premesso, va rilevato che, nei termini in cui risulta formulato il motivo di appello, la denuncia di violazione della tariffa professionale vigente pro tempore sembrerebbe riferita alle tariffe di cui al Decreto Ministeriale 8 aprile 2004, n. 127; laddove solo in un secondo momento si rappresenta l’applicabilita’ nella definizione delle spese del giudizio a quo del Decreto Ministeriale n. 140 del 2012, articolo 41.

Peraltro, a supporto dell’assunto del superamento del massimo tariffario, il ricorrente confusamente ne deduce, prima, la non coerenza in riferimento a non meglio precisati parametri tariffari (che, per dare senso al richiamo contenuto nella sintesi del motivo, sembrerebbero presumibilmente quelli dettati dal richiamato Decreto Ministeriale n. 127 del 2004); e, solo dopo aver rappresentato l’applicabilita’ ratione temporis delle tariffe di cui al Decreto Ministeriale n. 140 del 2012, osserva che e’ su detta nuova normativa che “va parametrato il compenso per l’intero presente giudizio, in tutti i gradi nei quali ha trovato svolgimento”.

 Tale rappresentazione delle doglianze espresse dal motivo, e l’assenza di sicuri parametri di riferimento delle singole voci di tariffa rispetto alle specifiche attivita’ effettivamente svolte nei diversi gradi di giudizio, comporta (in mancanza di autosufficienza del motivo) l’impossibilita’ di operare una sicura valutazione della legittimita’ o meno della contestata quantificazione operata dal giudice di appello. Secondo il principio affermato da questa Corte, la parte, la quale intenda impugnare per cassazione la liquidazione delle spese, dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, per pretesa violazione dei minimi tariffari, ha l’onere di specificare analiticamente le voci e gli importi considerati in ordine ai quali il giudice di merito sarebbe incorso in errore, con la conseguenza che deve ritenersi inammissibile il ricorso che contenga il semplice riferimento a prestazioni che sarebbero state liquidate in eccesso rispetto alla tariffa massima (Cass. n. 18086 del 2009; conf. Cass. n. 3651 del 2007; n. 2626 del 2004).

4. – Il ricorso pertanto va rigettato.

4.1. – Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Va emessa altresi’ la dichiarazione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente grado di giudizio, che liquida per ciascuno dei controricorrenti in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per rimborso spese vive, oltre al rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

 


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