Diritto e Fisco | Articoli

Ammissione di debito: quando è una confessione

23 Aprile 2018
Ammissione di debito: quando è una confessione

L’ammissione di debito determina l’inversione dell’onere della prova; invece la confessione è una prova legale che obbliga il giudice a decidere in base a quanto dichiarato dal debitore.

Una persona presta una somma a un’altra e questa si impegna a voce a restituirgliela entro una certa data. Alla scadenza, però, non si fa più viva. Il creditore la rincorre, la sollecita, ma non ottiene nulla. Perdurando l’inadempimento, riesce almeno a farsi firmare una scrittura privata in cui il debitore si impegna a restituirgli i soldi non appena avrà le capacità economiche per farlo. Che valore ha una dichiarazione di questo tipo, anche se priva di termini per adempiere? Si può considerare una semplice promessa, una ammissione o una vera e propria confessione? Sembrano termini quasi equivalenti eppure, per il diritto, ci sono delle differenze enormi. A chiarire come stanno le cose è stata una recente sentenza della Cassazione [1]  secondo cui, in alcuni casi, l’ammissione di debito è una confessione. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire… come si incastra un debitore.

Se hai letto il nostro articolo Ammissione di debito: come funziona saprai di certo che una promessa di pagamento, fatta per iscritto, è essa stessa prova del credito. Significa che il creditore, che agisce in causa contro il debitore per ottenere la restituzione dei soldi a lui dovuti, non deve dimostrare il proprio diritto: gli basta esibire la promessa di pagamento firmata e consegnatagli dal debitore. Spetta eventualmente a quest’ultimo dimostrare il contrario, ossia l’inesistenza del debito. È ciò che la legge chiama inversione dell’onere della prova.

Esemplificando, se una persona fa un prestito a un’altra senza firmare un contratto, ma il debitore successivamente sottoscrive una scrittura privata in cui si impegna a restituire i soldi, tale foglio è già esso stesso una prova, anche se il prestito è avvenuto oralmente. Facciamo un ulteriore esempio che ci servirà anche più in là per dimostrare gli importanti sviluppi della sentenza della Cassazione. Giovanna entra in un negozio, vede delle scarpe rosse che le piacciono molto, ma non ha dietro i soldi per pagare. Il negoziante le fa credito e gliele vende ugualmente, fidandosi della parola di questa e del fatto che sarebbe passata il giorno successivo a estinguere il debito. Invece, anche l’indomani Giovanna non si fa viva. Dopo una settimana il negoziante rivede Giovanna e si fa firmare da lei una promessa di pagamento. Ebbene, questo documento ha lo stesso valore di un contratto: è una prova della vendita, per cui il creditore non deve più dimostrare di aver dato le scarpe e di vantare il diritto al corrispettivo (cosa che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a provare).

Da un punto di vista processuale, dunque, l’ammissione di debito esonera il creditore dall’onere di dimostrare il proprio diritto ad avere i soldi.

Ma attenzione a quello che dice la Cassazione perché potrebbe avere implicazioni ancora più incisive sul debitore. Se nella promessa di pagamento il debitore non si limita ad ammettere il proprio debito, ma ne indica anche la ragione, ossia la causa che lo ha generato (ad esempio «Devo pagare il sig. Mario per aver acquistato, dal suo negozio, un paio di scarpe rosse che non ho potuto pagare al momento della vendita»), allora non parliamo più di una semplice promessa di pagamento ma di una vera e propria confessione. La differenza tra «promessa di pagamento» da un lato e «confessione» dall’altro è abissale.

La promessa di pagamento, infatti, come detto, comporta la possibilità per il debitore di dimostrare il contrario, ossia l’estinzione del debito. Ad esempio, se Giovanna, dopo aver preso le scarpe e firmato al promessa di pagamento, dovesse aver pagato la commessa del negozio quando il titolare era fuori, potrebbe sempre chiamare a testimoniare un’amica che l’ha vista dare i soldi; così il suo debito sarebbe estinto.

Viceversa, la confessione è ciò che il diritto chiama «prova legale»: non sono ammesse prove contrarie se non che è stata emessa per un grave errore o sotto minaccia o violenza fisica [2]. In pratica, davanti a una confessione il giudice non ha margini di manovra e deve dare per “assodata” l’esistenza del debito. Quindi, se la promessa di pagamento indica la ragione del debito si trasforma in una confessione e il creditore difficilmente potrà essere in causa battuto dal debitore.


note

[1] Cass. sent. n. 9880/18 del 20.04.2018.

[2] Art. 2732 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 21 dicembre 2017 – 20 aprile 2018, n. 9880
Presidente Mazzacane – Relatore Federico

Esposizione del fatto

Con citazione ritualmente notificata D.G.M. conveniva innanzi al Tribunale di Torino P.M. per sentir dichiarare la nullità, per mancanza di forma, della donazione in favore della convenuta, contenuta nella scrittura del 2.12.2005, avente ad oggetto parte del ricavato della vendita di due alloggi a sé intestati, ovvero per sentir accertare la natura indebita del versamento da lui effettuato in favore della convenuta di 130.095,00 Euro, trattandosi di adempimento di obbligazione nulla per mancanza di giustificazione causale.
Con la scrittura suddetta il D.G. , proprietario dell’immobile sito in (omissis) , dichiarava che “l’acquisto dell’appartamento suddetto, avvenuto con atto del 18.2.2005 per notaio M. , era stato fatto, in realtà, con denaro della signora P.M. e con l’accensione di un mutuo ipotecario, tale immobile sarà venduto come da proposta d’acquisto con atto da farsi entro il 15.3.2006 al prezzo di 280.000,00 Euro ed il signor D.G. si impegnava a versare tale somma, detratto l’importo del mutuo, alla signora P.M. alla data del rogito notarile”.
La convenuta, costituitasi, resisteva e chiedeva in via riconvenzionale la condanna del D.G. al pagamento di 4.905,00 Euro, corrispondente alla differenza tra quanto versato dal D.G. alla convenuta, e quanto lo stesso avrebbe dovuto versare in base alla scrittura del 2.12.2005.
Il Tribunale di Torino respingeva la domanda del D.G. ed, in accoglimento della domanda riconvenzionale spiegata dalla P. , condannava l’attore al pagamento di 4.905,00 Euro oltre ad interessi legali.
La Corte d’Appello di Torino confermava la sentenza di primo grado.
Il giudice di appello, in particolare, confermando la valutazione del primo giudice, attribuiva valore confessorio alla scrittura del 2.12.2005, cui era estraneo l’animus donandi, risultando dalla stessa una precisa e diversa causa restitutoria, la cui sussistenza escludeva la natura indebita del pagamento dedotta dall’attore.
Da ciò l’impossibilità di impugnare tale scrittura per simulazione, posto che la confessione può essere unicamente revocata per violenza o errore di fatto, dovendo dunque escludersi, in assenza di uno di tali tassativi casi, la rilevanza della diversa ricostruzione dei rapporti economici tra le parti da parte dell’attore.
La Corte escludeva, inoltre, in forza della decurtazione dalle somme dovute alla P. dell’ammontare del mutuo, la causa donandi in quanto l’odierno ricorrente si era assicurato, quale intestatario, l’importo capitale corrispondente alle rate già pagate, si da non risentire di alcuna diminuzione patrimoniale in conseguenza dell’intera operazione.
Non poteva inoltre ritenersi configurabile, in capo al ricorrente, la dedotta perdita di un vantaggio derivante dalla vendita dell’immobile, la cui intestazione in suo favore era stato concordato tra le parti.
Anche in ordine alla domanda subordinata, di indebito, la Corte territoriale evidenziava l’efficacia assorbente della confessione, in cui era ben precisata la causa di restituzione, incompatibile con la natura indebita dello spostamento patrimoniale.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il D.G. , con tre motivi.
P.M. resiste con controricorso, illustrato da memorie ex art. 378 cpc.

Ritenuto in diritto

Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2730 e ss. c.c., dell’art. 1324 e 1362 e ss. c.c. ex art. 360 n.3) cpc, nonché l’omesso esame della confessione resa in giudizio dalla controparte circa la mancanza di provvista, quale fatto decisivo della controversia ex art. 360 n.5) cpc.
Il ricorrente deduce, in particolare, che il contenuto della dichiarazione, ai sensi dell’art. 2734 c.c., dev’essere considerato per intero, stante il principio di indivisibilità, con la conseguenza che le allegazioni confessorie contenute nella scrittura del 2.12.2005 avrebbero dovuto essere valutate unitamente all’esistenza del mutuo contratto dal ricorrente, pure desumibile dalla scrittura medesima.
Secondo il ricorrente la corte territoriale avrebbe travisato il contenuto della scrittura del 2/12/2005, dovendo escludersi l’esistenza di una precisa causa restitutoria fondata sull’appartenenza alla P. delle somme impiegate per l’acquisto dell’immobile, perfezionatosi già il 18/2/2005.
In particolare la scrittura del 2/12/2005, successiva al su menzionato atto di compravendita contrasterebbe, ad avviso del ricorrente, con la quietanza di pagamento, rilasciata dalla P. e contenuta nell’atto pubblico di vendita assumendo, pertanto, natura di controdichiarazione, seppure posteriore alla stipula dell’atto.
Inoltre, la Corte territoriale avrebbe omesso di valutare la dichiarazione confessoria, contenuta nella comparsa di costituzione della P. , di non disporre, prima del rogito del 18/2/2005, della somma di denaro necessaria ad acquistare l’immobile.
L’articolato motivo è destituito di fondamento.
È pacifico che la pretesa restitutoria del ricorrente si fonda sulla scrittura del 2/12/2005, che il ricorrente qualifica come donazione o comunque attribuzione nulla per carenza di valido titolo, con la quale il ricorrente medesimo, premesso di essere proprietario di un immobile sito in (omissis) , dichiarava che l’acquisto del suddetto appartamento avvenuto con rogito del 18/2/2005 era stato in realtà fatto con denaro di P.M. ed accensione di un mutuo ipotecari, impegnandosi conseguentemente a corrispondere alla P. a titolo restitutorio l’intero ricavato dalla vendita, pari a 280.000,00 Euro, dedotto l’ammontare del mutuo di 130.000,00 Euro.
Alle dichiarazioni contenute in tale scrittura la Corte territoriale ha invece attribuito natura confessoria, sul rilievo che nella stessa era specificato il rapporto sottostante la promessa di restituzione.
La statuizione è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte.
Se infatti, in linea generale, la promessa di pagamento, che secondo il più recente orientamento di questa corte ha natura negoziale (Cass. 15 luglio 2016 n.14533), possiede una rilevanza unicamente processuale, dispensando colui a cui favore tale dichiarazione è stata fatta dall’onere di provarne i fatti costitutivi c.d. relevatio ab onere probandi (ex multis Cass. 13.6.2014 n.13506), nel caso in cui la promessa coesista con l’indicazione del fatto costitutivo del debito suddetto, tale indicazione ha natura di confessione, la quale, avendo valore di prova legale, può essere vinta soltanto a mezzo revoca della stessa, provando, secondo quanto previsto dall’art. 2732 c.c., l’errore di fatto o la violenza che ha determinato la dichiarazione (Cass. 5 ottobre 2017 n.23246).
Ciò posto, si osserva, quanto alla dedotta violazione di legge, che il motivo è inammissibile, in quanto non coglie la ratio della pronuncia impugnata, che ha fatto discendere, dalla portata confessoria delle dichiarazioni del D.G. , contenute nella scrittura del 2.12.2005, la possibilità di impugnarle nei soli limiti della “revoca” di cui all’art. 2732 c.c., impugnazione che non risulta proposta dall’odierno ricorrente.
Quanto invece all’omesso esame di un fatto decisivo in relazione alla dedotta efficacia di confessione giudiziale delle ammissioni contenute nella comparsa di costituzione della P. , si osserva che tali dichiarazioni, per assumere il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua di quanto previsto dagli artt. 228 e 229 c.p.c., avrebbero dovuto essere sottoscritte dalla parte personalmente, con modalità tali da rivelare inequivocabilmente la consapevolezza delle specifiche dichiarazioni dei fatti sfavorevoli contenute nell’atto.
Di conseguenza, risulta a tale scopo inidonea la mera sottoscrizione della procura scritta, a margine o in calce all’atto contenente le dichiarazioni suddette, la quale, sebbene riportata nel medesimo foglio costituisce atto da esse giuridicamente distinto, benché collegato (Cass. 24539/2016).
Esclusa dunque l’efficacia confessoria di tali ammissioni, e fermo restando che l’interpretazione degli atti difensivi è riservata al giudice di merito, da un lato non sussiste la dedotta decisività di tali dichiarazioni, in quanto le stesse sono ogni caso inidonee ad inficiare l’efficacia di prova legale della confessione stragiudiziale contenuta nell’atto del 18.2.2005.
Tali dichiarazioni, in ogni caso, sono state prese in esame e valutate dal giudice di appello, onde non sussiste la dedotta omissione.
Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1273, 1203 n. 2), 1241 e 1242 c.c., in riferimento all’art. 360 n. 3) cpc, e l’omesso esame del fatto, pacifico, dell’accollo da parte del ricorrente del debito che gravava sulla P. nei confronti della banca, già creditrice ipotecaria, ai sensi dell’art. 360 n. 5) cpc.
Pure tale censura, che si articola sul duplice piano della violazione di legge e dell’omesso esame di un fatto decisivo è inammissibile.
Avuto riguardo alla dedotta violazione delle disposizioni in materia di accollo, surrogazione legale e compensazione, il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio della pronuncia impugnata.
La Corte territoriale ha infatti affermato la tardività dell’eccezione di compensazione, che costituisce eccezione in senso stretto (Cass. 12302/2016), fermo restando che l’esposizione delle circostanze indicate dal ricorrente nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, riportate in ricorso, non risultano idonee a dimostrare la rituale proposizione dell’eccezione di compensazione.
Neppure risulta specificamente censurata l’ulteriore autonoma ratio decidendi, secondo cui l’eccezione di compensazione, per come formulata in appello dal ricorrente, aveva ad oggetto una posta creditoria estranea alla scrittura del 2 dicembre 2005 e non dedotta dall’attore nell’atto introduttivo.
Da ciò discende l’inammissibilità dell’ulteriore doglianza, di omesso esame di un fatto decisivo ex art. 360 n.5) cpc, posto che le circostanze dedotte dal ricorrente risultano, in virtù delle su menzionate rationes decidendi, prive di rilevanza.
Il terzo motivo denuncia la violazione delle disposizioni di legge in materia di mutuo (1813 e 1814 c.c.), di compravendita (1470 c.c.), di elementi essenziali ed interpretazione del contratto (1325 e ss., 1362 e ss), di efficacia probatoria della promessa di pagamento (1988 c.c.), di indebito (artt. 1481 e 2033 c.c.) nonché delle disposizioni in materia di valutazione della prova (2697 c.c., 113, 115 e 116 cpc), in riferimento all’art. 360 n.3) cpc.
Il motivo è inammissibile in quanto propone, sotto diversi profili, censure di merito, che non attingono la ratio della pronuncia impugnata.
La sentenza della Corte territoriale ha infatti affermato, in conformità al consolidato indirizzo di questa Corte, l’efficacia confessoria delle dichiarazioni contenute nella scrittura del 2.12.2005.
A fronte della confessione, da parte del ricorrente, del fatto costitutivo dell’obbligazione di restituzione, che, come già evidenziato, può essere superata solo a mezzo revoca, per errore di fatto o violenza ex artt. 2732 c.c., appare irrilevante, ed anzi conferma e rafforza la natura confessoria delle dichiarazioni contenute nella scrittura del 2.12.2005, il fatto che la stessa sia intervenuta successivamente alla stipula del negozio traslativo cui essa specificamente si riferisce.
Il ricorso va dunque respinto e le spese, regolate secondo soccombenza, si liquidano come da dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, che liquida in 3.700,00 Euro, di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario per spese generali in misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube