Diritto e Fisco | Editoriale

Mantenimento al figlio non riconosciuto: a chi spetta?

23 Aprile 2018
Mantenimento al figlio non riconosciuto: a chi spetta?

Il riconoscimento giudiziale della paternità, il rimborso delle somme spese dalla madre per il mantenimento del figlio non riconosciuto e il risarcimento del danno al figlio per la perdita della figura paterna.

Si crede spesso che i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio siano diversi rispetto a quelli nati da una coppia sposata. La convinzione, oltre ad essere sbagliatissima, è frutto di retaggi di un’epoca antica, quando i cosiddetti “figli naturali” avevano meno diritti di quelli “legittimi”. Le recenti riforme hanno equiparato le due figure sicché oggi le regole che riguardano l’affidamento, il mantenimento, le visite e i rapporti con le famiglie dei due genitori sono identiche per entrambe le categorie. Non c’è dubbio quindi che se una coppia di fatto ha avuto un figlio, al padre spetti non solo l’obbligo di riconoscerlo, ma anche di mantenerlo. E se tra i genitori scoppia un conflitto, a decidere la misura del mantenimento sarà il giudice. La questione può complicarsi (di fatto, ma non sotto l’aspetto giuridico) nel momento in cui il padre “fugge” e non vuole riconoscere come proprio il bambino. In questi casi, cosa prevede la legge? A chi spetta il mantenimento del figlio non riconosciuto? Ecco come si risolve il problema.

Figlio riconosciuto: a chi spetta mantenerlo?

La nostra indagine ha a riferimento una comune coppia di conviventi, non sposata. Se i due genitori continuano a vivere sotto lo stesso tetto e, quindi, il nucleo familiare è “integro”, il mantenimento dei figli spetta a entrambi i genitori secondo le rispettive possibilità economiche (nel caso della casalinga, si può provvedere ai bisogni di un figlio anche solo badando alla sua assistenza materiale e non necessariamente procurando un reddito).

Nel caso in cui la coppia si separi, dovrà trovare un accordo sulla misura dell’assegno di mantenimento che il genitore non convivente con la prole dovrà versare a quello con cui invece i figli andranno a vivere. Oltre a questo contributo, che serve per coprire le spese ordinarie, bisognerà concordare una percentuale per la divisione delle spese straordinarie, quelle cioè imprevedibili (come nel caso di una necessità medica urgente). Di solito la divisione avviene al 50%.

Se i due genitori non si mettono d’accordo, a decidere sarà il giudice su ricorso di uno dei due.

Figlio non riconosciuto: a chi spetta mantenerlo?

Nel caso in cui il figlio non sia riconosciuto alla nascita dal padre, l’altro genitore di fatto anticiperà tutte le spese per il mantenimento del bambino. Ma questi ha il diritto di:

  • avviare un’azione di riconoscimento giudiziale del padre, anche se quest’ultimo non vuol sottoporsi all’esame del sangue. Il rifiuto ingiustificato al test del Dna costituisce una tacita ammissione di paternità e il giudice accerta il legame di sangue tra l’uomo e il figlio nonostante il dissenso del primo;
  • avviare un’azione per ottenere il rimborso di tutte le spese sostenute per il figlio. Il padre, dopo numerosi anni, potrebbe dover sborsare somme particolarmente elevate.
  • A ciò si aggiunge anche la possibilità del figlio, una volta divenuto maggiorenne, di agire contro il padre naturale per avergli negato il diritto ad avere un genitore. Questo danno derivante dalla privazione della figura paterna è stato più volte riconosciuto come danno non patrimoniale dalla giurisprudenza.
  • Insomma, chi non riconosce un figlio si vedrà non solo oggetto di un’azione di riconoscimento “coattivo”, ma anche destinatario delle richieste di risarcimento da parte dell’ex compagna e del figlio, posto che sin dalla nascita sorge il diritto ad essere mantenuti, istruiti ed educati da entrambi i genitori.

La dichiarazione giudiziale di paternità 

Vediamo più da vicino come funziona la dichiarazione giudiziale di accertamento della paternità.

Mentre nel matrimonio si presume che il marito sia il padre del figlio concepito o nato in costanza di matrimonio, nel caso di figlio concepito o nato fuori dal matrimonio vi è la necessità di un atto di riconoscimento dello stesso da parte dei genitori.

Il riconoscimento può avvenire mediante una dichiarazione apposta sull’atto di nascita, oppure, in seguito alla nascita o al concepimento, davanti all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui è trascritto l’atto di nascita stesso, ovvero ancora essere contenuto in un atto pubblico o in un testamento.

In difetto di tale spontaneo riconoscimento, la paternità e la maternità potranno essere accertate giudizialmente ossia chiedendo al Tribunale che dichiari il rapporto di filiazione.

I soggetti che possono richiedere la dichiarazione giudiziale di maternità o paternità sono:

  • il figlio; in questo caso l’azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità è imprescrittibile. Se il figlio muore prima di avere iniziato l’azione, questa può essere promossa, entro due anni dalla morte, dagli eredi;
  • il genitore che esercita la responsabilità genitoriale;
  • il tutore; questi deve, però, chiedere l’autorizzazione del giudice, il quale può anche nominare un curatore speciale.

Nel caso in cui il figlio abbia compiuto i quattordici anni, occorre il consenso di quest’ultimo per promuovere o per proseguire l’azione.

La prova può essere data con ogni mezzo. Non è ovviamente sufficiente la sola dichiarazione della madre o la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento.

In questi casi la prova regina è costituita dall’esame del Dna. Non è previsto l’obbligo di sottoporsi a detto esame ma il rifiuto costituisce un comportamento liberamente apprezzabile dal Giudice, che, da esso, può, comunque, trarre “elementi” di prova.

Il procedimento instaurato si conclude con la pronuncia della sentenza che dichiara il rapporto di filiazione e produce i medesimi effetti del riconoscimento.

Il giudice, con la pronuncia della sentenza che dichiara la filiazione, può anche dare i provvedimenti che ritiene utili per l’affidamento, il mantenimento, l’istruzione e l’educazione del figlio e per la tutela degli interessi patrimoniali di quest’ultimo.

Il genitore che ha sostenuto per intero le spese per il mantenimento del figlio dalla nascita sino al successivo riconoscimento potrà agire presso il competente Tribunale per ottenere il rimborso della quota delle spese sostenute per il figlio, allo stesso spettante, che, secondo l’orientamento giurisprudenziale oramai consolidato, decorre dal momento della nascita del figlio e non dall’atto del riconoscimento o della domanda giudiziale.

Alla domanda dovranno essere allegate le prove di tali esborsi nonché del fatto che siano stati effettivamente compiuti nell’interesse del figlio. Il giudice potrà, comunque, decidere secondo equità.

L’inadempimento dell’obbligo di mantenimento ha rilevanza sul piano penale dal momento che integra costituisce una «violazione degli obblighi di assistenza familiare» che è un reato e implica un procedimento penale.



2 Commenti

  1. In sostanza,
    una qualsiasi donna può autoinseminarsi magari raccogliendo il materiale organico dal preservativo…ed il resto lo fa la legge. Casa e Assegno…

    Ormai la figura del padre è fortemente discriminata in questi casi.

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