Diritto e Fisco | Editoriale

Malattia, si può azzerare il comporto?

24 Aprile 2018 | Autore:
Malattia, si può azzerare il comporto?

Se il lavoratore assente per malattia rientra al lavoro, il periodo di conservazione del posto riparte da zero?

Sei assente dal lavoro per malattia da tempo e hai paura di perdere il posto di lavoro? Se stai pensando di rientrare al lavoro per azzerare la malattia, o meglio per far ripartire daccapo il conteggio del periodo di comporto (cioè del periodo massimo di conservazione del posto), devi sapere che difficilmente la tua strategia funzionerà. La maggior parte dei contratti collettivi applicati dalle aziende, infatti, prevede un arco di tempo entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite: in questi casi, rientrare in servizio per poi riassentarsi per malattia non può azzerare il comporto.

Ci sono però delle possibilità di allungare il comporto per malattia: molti contratti, ad esempio, prevedono la possibilità di chiedere un’aspettativa non retribuita, terminato il comporto, per non perdere il posto di lavoro.

Ma procediamo per ordine e vediamo come funziona il comporto per malattia e quando si può azzerare o allungare il periodo di conservazione del posto.

Che cos’è il periodo di comporto?

Il periodo di comporto è il periodo massimo, solitamente stabilito dal contratto collettivo applicato, entro il quale il lavoratore si può assentare per malattia senza perdere il posto di lavoro.

Il periodo di comporto non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato.

Comporto secco e comporto per sommatoria

Il comporto può essere di due tipi:

  • secco: in questo caso il periodo massimo di conservazione del posto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 3 mesi di malattia;
  • per sommatoria: in questo caso, il contratto prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, il contratto può prevedere un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno, o, come avviene per i dipendenti pubblici, 18 mesi nell’arco di tre anni; ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Come si conta il comporto per i dipendenti pubblici?

Per la generalità dei dipendenti degli enti locali, il contratto collettivo [2] prevede che, in caso di assenza dovuta ad infortunio (non sul lavoro) o a malattia (non professionale, né riconosciuta dipendente da causa di servizio), il dipendente ha diritto alla conservazione del posto fino alla guarigione clinica e, comunque, non oltre un periodo pari a 18 mesi.

Nello specifico, il dipendente non in prova, assente per malattia, ha diritto alla conservazione del posto per un periodo complessivo di 18 mesi. Ai fini della maturazione del periodo di comporto, si sommano tutte le assenze per malattia intervenute nei tre anni precedenti l’ultimo episodio di malattia in corso. Di conseguenza, interrompere la malattia e riassentarsi non azzera il comporto.

Per stabilire se e quando risulta superato il periodo di comporto, in pratica, è necessario:

  • sommare le assenze intervenute nei tre anni precedenti la nuova malattia;
  • sommare a queste assenze quelle dell’ultimo episodio di malattia.

In parole semplici, per verificare se i 18 mesi sono stati superati bisogna contare a ritroso di 36 mesi rispetto alla data di inizio dell’ultima malattia, poi sommare le giornate di assenza relative all’ultima malattia.

Facciamo un esempio pratico per capire meglio: ipotizziamo che un dipendente sia assente dal 1° gennaio 2018 sino al 30 aprile 2018. È dunque assente per malattia per un totale di 4 mesi. La data di inizio dell’ultima malattia è il 1° gennaio 2018, quindi per controllare il superamento del periodo di comporto bisogna verificare le assenze per malattia del 2017, del 2016 e del 2015.

Nel caso in cui, in questo triennio di riferimento, siano superati i 14 mesi di assenza, risulterà superato il periodo di comporto, pari a 18 mesi totali: difatti, i 18 mesi di assenza devono essere verificati sommando le assenze per malattia verificatesi nel triennio precedente la data di inizio dell’ultima malattia, con le assenze relative all’ultima malattia (quindi, nel caso preso ad esempio, togliendo i 4 mesi dell’ultima malattia dai 18 mesi restano 14 mesi, da verificare nei 36 mesi che precedono la data di inizio dell’ultima assenza per patologia).

Come si azzera il comporto

Nell’ipotesi di comporto secco, il periodo tutelato si azzera una volta terminata la malattia: in pratica, se il dipendente si ammala, ma non supera le giornate previste dal contratto, al verificarsi di una nuova malattia il conteggio parte da zero.

Tuttavia, può succedere che il lavoratore si ammali più volte, per diverse ragioni, e che le singole malattie durino sempre meno del comporto secco. In questo caso, se sommando tutte le giornate di malattia si supera il comporto secco, si deve fare riferimento a due limiti, per determinare il periodo tutelato:

  • la durata prevista dal contratto per il comporto secco;
  • la durata (vigenza) del contratto collettivo.

In pratica, la durata del contratto collettivo è il periodo di riferimento entro il quale sommare più episodi di malattia: se, sommando le malattie che si verificano durante tale periodo, si supera il comporto secco, il lavoratore decade dalla tutela [1].

Facciamo un esempio: un dipendente si ammala 3 volte, una volta per 1 mese, una volta per 2 mesi, ed un’altra volta per 2 mesi, durante il periodo di vigenza del contratto collettivo; il contratto collettivo stabilisce un comporto secco di 4 mesi; in questo caso, il comporto è superato, poiché le malattie verificatesi all’interno del periodo di durata del contratto collettivo, sommate, superano il comporto secco.

Nell’ipotesi di comporto per sommatoria, invece, le situazioni sono differenti, a seconda dell’arco di tempo indicato dal contratto collettivo:

  • se l’arco di tempo è l’anno di calendario, al 31 dicembre il comporto si azzera, ed inizia da gennaio il conteggio di un nuovo periodo;
  • -se l’arco di tempo è espresso in giornate dal contratto, come 365 giorni, si devono contare le giornate a ritroso dall’ultima malattia.

Quali giornate possono essere escluse dal comporto?

Se la malattia è stata causata da un comportamento illegittimo del datore di lavoro, i periodi di assenza sono esclusi dal calcolo del comporto (ad esempio in caso di mobbing o demansionamento).

Sono escluse anche le patologie legate alla gravidanza, e gli infortuni causati dal datore di lavoro.

Per i dipendenti pubblici, sono escluse dal comporto le giornate di assenza per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da Aids; nel dettaglio, sono esclusi dal comporto:

  • i giorni di ricovero ospedaliero;
  • i giorni di day hospital;
  • i giorni di assenza dovuti alle terapie appena menzionate.

Le terapie ed i ricoveri, perché le giornate possano essere escluse dal periodo di comporto, devono essere certificati dalla competente Asl o struttura convenzionata.

Si può sospendere il comporto?

Le ferie durante la malattia sospendono il periodo di comporto: il lavoratore può dunque fare domanda, per evitare che il periodo tutelato termini. Il datore di lavoro, però, non è obbligato a concedere le ferie, nonostante queste siano indispensabili per interrompere la malattia ed evitare che il lavoratore perda il posto.

Si può prolungare il comporto?

Alcuni contratti collettivi prevedono la possibilità di chiedere un periodo di aspettativa non retribuita, terminato il comporto. Il datore di lavoro, però, non è obbligato né a collocare unilateralmente il dipendente in aspettativa, né a sollecitare la richiesta di aspettativa.

Per i dipendenti pubblici, superati i 18 mesi di comporto, al lavoratore può essere concesso, dietro apposita domanda, di assentarsi per un massimo di ulteriori 18 mesi, in situazioni particolarmente gravi, previo accertamento da parte della commissione medica competente delle condizioni di salute.

L’assenza è un’aspettativa non retribuita.

Se cambio lavoro il comporto si azzera?

Generalmente, sia nei casi in cui si applica il comporto secco che nei casi di comporto per sommatoria, devono essere contati solo i periodi di assenza presso il singolo datore di lavoro: in pratica, per chi cambia lavoro il comporto si azzera.

A tal proposito, però, è necessario leggere attentamente le disposizioni del contratto collettivo in merito.

note

[1] Cass. Sent. n. 2599/1985.

[2] Art. 21, Co.1, CCNL del 6.7.1995.


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