Diritto e Fisco | Editoriale

La prescrizione dei diritti del lavoratore

4 maggio 2018 | Autore:


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Datore di lavoro inadempiente: entro quanto tempo posso far valere i miei diritti ed ottenere tutela

Stai svolgendo mansioni superiori e non ti vengono economicamente riconosciute; sei stato demansionato e vorresti chiedere un risarcimento; l’azienda non ti paga lo stipendio e non versa i contributi; il datore non ti ha pagato il TFR. Queste sono le questioni che possono sorgere nel corso del rapporto di lavoro, oppure al momento della sua cessazione e quando si decide di agire nei confronti dell’azienda potrebbe essere ormai troppo tardi. Per far valere, in un’aula di tribunale, i propri diritti derivanti dal rapporto di lavoro subordinato il lavoratore deve infatti attivarsi entro precisi termini stabiliti dalla legge, altrimenti non potrà più ottenere tutela. Tali termini sono detti “termini di prescrizione”. La prescrizione dei diritti del lavoratore, ossia il periodo di tempo entro il quale devo far valere i miei diritti per non perdere per sempre la possibilità di avere tutela, varia infatti a seconda del diritto che voglio rivendicare e delle dimensioni dell’azienda in cui lavoro. Questo articolo ha dunque lo scopo di orientare il lavoratore che, anche dopo un po’ di tempo, voglia ricevere tutela a fronte di mancanze dell’azienda.

La prescrizione decennale

Si tratta della prescrizione “ordinaria”, che opera salvo diversa previsione di legge.

Si prescrivono in 10 anni tutte le pretese che non riguardano il pagamento di somme, salvo si tratti di importi dovuti a titolo di risarcimento del danno [1].

In particolare, il lavoratore ha tempo 10 anni per chiedere ed ottenere:

  • il riconoscimento del diritto alla qualifica superiore;
  • il risarcimento del danno da omissione contributiva [2], da demansionamento e, in generale, da violazione da parte del datore degli obblighi derivanti dal contratto di lavoro [3].

Ad esempio, il lavoratore ha tempo 10 anni per chiedere all’azienda il risarcimento del danno alla salute derivante dal tipo di lavoro svolto (si pensi i danni derivanti dall’amianto), oppure il risarcimento del danno da infortunio sul luogo di lavoro, o del danno da mobbing.

La prescrizione quinquennale

Viene definita “prescrizione breve”, in quanto matura in un tempo inferiore rispetto a quella “ordinaria”.

Essa riguarda il diritto al pagamento di somme di denaro, diverse da quelle spettanti a titolo di risarcimento.

In particolare, si prescrive in 5 anni [4] il diritto al pagamento della retribuzione, dei contributi previdenziali e delle atre indennità che spettano al lavoratore in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, quali, ad esempio, il T.F.R., o l’indennità sostitutiva del preavviso.

Sempre in 5 anni si prescrive il diritto al pagamento delle differenze retributive maturate per aver svolto mansioni superiori.

Con specifico riferimento allo svolgimento di mansioni superiori si precisa che il diritto al riconoscimento della qualifica superiore si prescrive in 10 anni, mentre il diritto al pagamento delle differenze retributive in 5 anni.

La prescrizione presuntiva

Con riguardo alla prescrizione dei diritti del lavoratore si parla altresì, in alcuni casi, di prescrizione presuntiva: si presume, cioè, secondo gli usi correnti, che determinati crediti spettanti al lavoratore, decorso un certo periodo di tempo, siano stati pagati.

Il termine di prescrizione presuntiva è molto breve e può essere, a seconda dei casi, triennale o addirittura annuale.

Si presumono quindi soddisfatti in:

  • 3 anni [5]: i crediti relativi alle retribuzioni corrisposte per periodi superiori al mese (ad. esempio la tredicesima e la quattordicesima mensilità, i premi di produzione e le provvigioni);
  • 1 anno [6]: i crediti relativi alle retribuzioni corrisposte per periodi non superiori al mese (ad esempio i compensi per lavoro straordinario, o le maggiorazioni per lavoro notturno).

In pratica, sarà il lavoratore a dover rigorosamente provare il mancato pagamento del proprio credito. Altrimenti, se il datore di lavoro conferma di aver pagato (eccepisce, si dice, la prescrizione presuntiva), il lavoratore dovrà rinunciare alla propria pretesa.

Nei fatti, però, nelle controversie di lavoro, l’uso di tale eccezione è particolarmente prudente, visto che la contestazione del rapporto da cui il credito deriva è certamente incompatibile con l’eccezione di prescrizione: in altre parole, se il lavoratore sostiene di aver lavorato 10 ore al giorno e reclama il pagamento di differenze retributive per 2 ore giornaliere, il datore di lavoro, eccependo la prescrizione presuntiva, è, di fatto, costretto ad ammettere che il rapporto di lavoro si è svolto così come descritto dal lavoratore; le 10 ore di lavoro diventano quindi acclarate e non sono più contestabili.

Il decorso della prescrizione

La prescrizione decorre, di regola, dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, quindi dal momento in cui il datore non rispetta gli obblighi derivanti dal contratto di lavoro.

Spesso però il lavoratore, trovandosi in una condizione di inferiorità rispetto al datore di lavoro, non ha la possibilità di rivendicare liberamente i propri diritti, perché ha paura di ritorsioni, o comunque di far sorgere tensioni con l’azienda.

Vediamo allora quando il lavoratore può far valere i propri diritti.

Se il lavoratore deve far valere crediti retributivi (ad es. mancato pagamento della retribuzione, delle differenze retributive per superiori mansioni svolte, dei contributi, ecc…), l’inizio della decorrenza dei termini di prescrizione è diverso, in base alla maggiore o minore tutela di cui gode il lavoratore nell’ambito del rapporto di lavoro [7].

In particolare: se il rapporto di lavoro risulta stabile per l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori o se la stabilità è garantita da altre norme di legge [8] o di contratto, la prescrizione dei crediti retributivi decorre in corso di rapporto.

In questo caso, per fare qualche esempio, per un lavoratore impiegato presso un’azienda che occupa più di quindici dipendenti, oppure per un dipendente pubblico, i suddetti termini di prescrizione inizieranno a decorrere dal momento in cui si verifica la violazione da parte del datore dei propri obblighi, indipendentemente dal fatto che il rapporto di lavoro sia in corso d’esecuzione o sia cessato.

Ove, al contrario, il rapporto di lavoro non offra le garanzie di stabilità sopra indicate, la prescrizione dei crediti retributivi resta sospesa nel corso del rapporto medesimo ed inizia il suo decorso solo alla sua cessazione. Il lavoratore potrà, in quest’ultimo caso, attendere che il rapporto lavorativo cessi e poi, entro i termini sopra indicati, rivendicare i propri diritti retributivi nei confronti dell’ex datore.

I termini di prescrizione dei diritti non retributivi, quindi di quei diritti diversi dal pagamento della retribuzione e delle altre spettanze dovute al lavoratore (ad esempio il diritto al riconoscimento della qualifica superiore, il diritto al risarcimento del danno da demansionamento, da omissione contributiva, il risarcimento del danno derivante da infortunio sul lavoro), invece, decorrono sempre e comunque durante il rapporto di lavoro.

La decadenza

Accanto alla prescrizione, è bene tenere presente che esistono anche dei termini di decadenza, decorsi i quali non è più possibile rivendicare i propri diritti o agire in giudizio per farli valere.

La decadenza, a differenza della prescrizione, non può mai essere interrotta e può essere sospesa solo nei casi espressamente indicati dalla legge, dunque una volta decorsa il diritto di agire è perso per sempre.

E’ importante dunque ricordare i principali termini di decadenza previsti in materia di lavoro:

  • 60 giorni è il termine per impugnare con semplice raccomandata a.r. o pec il licenziamento e decorre dalla ricezione della relativa comunicazione;
  • 180 giorni è il termine per impugnare davanti al giudice del lavoro il licenziamento e decorre dalla data dell’impugnazione di cui al punto che precede;
  • 6 mesi è il termine per impugnare rinunce o transazioni e decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro o, se successiva, dalla data della sottoscrizione della rinuncia o della transazione medesime;
  • 120 giorni è il termine per l’impugnazione del contratto a tempo determinato e decorre dalla cessazione del singolo contratto.

note

[1] Art. 2946 cod. civ: “Salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”.

[2] L’omissione contributiva si verifica quando vi sia un ritardato pagamento dei contributi, risultante dalle registrazioni e dalle documentazioni obbligatorie regolarmente denunciate dal datore di lavoro. Nel caso di omesso o insufficiente versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali, spettano al lavoratore due differenti azioni legali: la richiesta di condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi omessi; il risarcimento del danno (art. 2116 co 2 cod. civ. qualora dalla inadempienza contributiva sia conseguita la perdita totale o parziale del diritto alla prestazione assicurativa: in questo caso, la determinazione del danno risulta dalla differenza tra quanto percepito dal lavoratore a titolo di pensione e quanto lo stesso avrebbe dovuto percepire se i contributi fossero stati regolarmente versati (in tal senso Cass., sent. n. 85/5975);

[3] Casi di cosiddetta “responsabilità contrattuale”.

[4] Art. 2948 cod. civ., nn. 4 e 5 c.c.: “Si prescrivono in cinque anni: 4) gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi; 5) le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro”.

[5] Art. 2956 cod. civ.: “Si prescrive in tre anni il diritto: 1) dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese; 2) dei professionisti, per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese correlative; 3) dei notai, per gli atti del loro ministero; 4) degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempi più lungo di un mese”.

[6] Art. 2955 cod. civ..: “Si prescrive in un anno il diritto: 1) degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni che impartiscono a mesi o a giorni o a ore; 2) dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al mese…”.

[7] C. Cost., sent. n. 63 del 10-06-1996 e n. 174 del 12-12-1972.

[8] Ad esempio nel pubblico impiego.


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2 Commenti

  1. Prescrizione presuntiva, bella roba!
    Se un lavoratore si azzarda a chiedere il pagamento di ore di lavoro straordinario PRETESE dall’azienda, magari riuscirà anche a ottenere quello che gli spetta, ma dopo sarà messo in condizione di doversi licenziare.

  2. Concordo anche a me l’azienda sta facendo in modo da farmi licenziare, con la collaborazione dei colleghi ” fedeli”.

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