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Responsabilità professionale dell’avvocato: come si valuta

30 Aprile 2018
Responsabilità professionale dell’avvocato: come si valuta

Mia figlia, dopo essere stata licenziata nel 2015 dall’azienda per la quale lavorava ha presentato ricorso presso il giudice del lavoro, che ha condannato l’azienda a corrisponderle 9 mensilità ed al pagamento delle spese delle liti. La sentenza è stata però ribaltata in appello, dove peraltro i giudici hanno rilevato delle carenze nella difesa di mia figlia. Come può chiedere mia figlia risarcimento al suo avvocato? Occorre fargli una diffida?

Prima di rispondere al quesito, è bene fare un breve excursus sull’orientamento giurisprudenziale formatosi sulla responsabilità professionale dell’avvocato.

Bisogna partire, come sempre, dalla normativa che all’art. 1176 del codice civile così statuisce: “nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia.

Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”.

E così, la diligenza che la giurisprudenza prende in considerazione per valutare la responsabilità del professionista è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie.

Pertanto, qualsiasi giudice – prima di valutare la responsabilità della condotta del professionista –

valuterà se l’attività esercitata era o meno di particolare difficoltà.

Una volta ottenuto il parametro di difficoltà, il giudice dovrà passare all’esame degli errori commessi dal professionista.

Qui la giurisprudenza ha avuto modo di produrre numerose sentenze abbracciando varie tematiche.

Tuttavia, una regola di principio è stata fissata di recente: “la responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente e, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva” (Cassazione civile, sez. VI, 16/05/2017, n. 12038).

Elemento indefettibile risiede, così, nella prova del nesso eziologico tra la condotta che si invoca errata del legale e l’evento negativo subito dal cliente.

Se si prova questo elemento, si prova l’importanza della negligenza del legale in questione.

Tanto premesso, a parere dello scrivente, per poter valutare un’azione risarcitoria contro l’avvocato della figlia del lettore, occorrerà verificare se quella sentenza, se prontamente impugnata nella parte in cui ha statuito la sussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento, avesse avuto un’alta probabilità di essere riformata in appello.

Bisognerà, cioè, verificare se esisteva o meno la prova del datore di lavoro di non poter adibire la figlia del lettore a mansioni equivalenti, in quanto la relativa posizione lavorativa era occupata da altra dipendente.

Senza questo elemento di prova, sarà veramente dura ottenere una sentenza dichiarativa della responsabilità del professionista, in quanto il giudice adito seguirà il meccanismo disegnato per il risarcimento e, cioè:

FATTO – EVENTO – NESSO DI CAUSALITA’

Se manca uno solo di questi tre elementi, non potrà darsi luogo al risarcimento.

A tal uopo, per eseguire una valutazione obiettiva e completa della fattibilità di un’azione giudiziaria, occorrerebbe avere tutta la documentazione di I grado acquisita in tribunale.

In tal modo, si potrebbe verificare se la prova data da controparte sull’impossibilità di riutilizzo della figlia del lettore all’interno dell’azienda era reale o se, viceversa, una contestazione a tal riguardo avrebbe portato ad una più che probabile riforma della sentenza d’appello.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

 



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