Diritto e Fisco | Editoriale

Quando è stalking?

26 Aprile 2018
Quando è stalking?

Perché si possa configurare lo stalking non è necessario un certificato medico: basta il comportamento della vittima che dimostri lo stato d’ansia.

È un luogo comune dire che, per mandare in carcere una persona, basta una parola della presunta vittima. Anche se un avvocato o un giudice non ammetteranno mai che è così, perché c’è il garantismo e tutte le tutele che la legge offre per l’accertamento della responsabilità (che, lo ripetiamo, deve essere sopra ogni ragionevole dubbio), esistono di fatto una serie di principi e di interpretazioni, nell’ambito del diritto penale, che pongono il soggetto accusato di fronte a grosse difficoltà quando si deve difendere. Lo stalking è uno di questi casi perché gli atti persecutori non vengono individuati con una condotta precisa ma con gli effetti che essi determinano sulla vittima. Come dire: «Non importa cosa hai fatto: se la vittima dimostra ansia o è stata costretta a cambiare le sue abitudini, sei colpevole». Senza contare il fatto che la vittima è testimone mentre l’accusato no. Quindi, già solo per questo, si parte da una condizione di non perfetta parità. Una recente sentenza della Cassazione [1] ci ricorda quando è stalking e come avviene l’accertamento della responsabilità. È bene ripercorrerne gli aspetti fondamentali perché daranno modo di comprendere quanto sia facile, in teoria (ma spesso anche in pratica) cadere in un’accusa del genere.

Prima di spiegare quand’è stalking, dobbiamo chiarire cos’è lo stalking. Anche se, per individuare questo reato usiamo un inglesismo, il nome corretto dell’illecito penale è «atti persecutori». A prevederlo è il codice penale [2] che stabilisce quanto segue (è importante prestare attenzione a ogni singola parola della norma perché è poi sull’analisi di queste che la giurisprudenza ha identificato i tratti distintivi del reato): 

«È punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo:

  1. da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura 
  2. ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva
  3. ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Come visto, la legge non descrive il comportamento del colpevole (come invece succede in tutti gli altri tipi di reato), ma la reazione della vittima. È da quest’ultima che si può desumere quando è stalking e quando invece non lo è. Il che è anche come dire che a decidere la colpevolezza è proprio la vittima. Qualsiasi condotta che si estrinsechi in reiterati episodi di minacce o molestie e che possa determinare uno qualsiasi dei tre tipi di eventi appena elencati è tale da potersi definire stalking. Si comprende quindi come nel calderone possano finire una serie pressoché infinita di ipotesi anche se, a conti fatti, le situazioni che generano lo stalking sono sempre le stesse: pedinamenti, telefonate ossessive, messaggini sul cellulare o sulle chat, appostamenti sotto casa o all’uscita del lavoro, email e lettere lasciate nella cassetta della posta, ecc.

Le condotte reiterate

Il primo aspetto che va considerato per capire quando è stalking è quello della reiterazione delle condotte moleste o delle minacce. Qui la Cassazione è molto ampia di maniche e ritiene che scatta il reato di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi sia la causa effettiva di uno dei tre eventi indicati dal codice penale (nella specie, gli appostamenti, i pedinamenti e gli apprezzamenti nei confronti della vittima si erano svolti nell’arco di tre giorni) [3].

Pertanto, anche due soli episodi sono ritenuti sufficienti a configurare la reiterazione di atti persecutori.

Una volta presentata la querela, non c’è bisogno di ripeterla per ogni successivo atto persecutorio commesso dal colpevole. Basta già una singola querela per punire tutti gli atti anteriori o posteriori. Come ha chiarito la Cassazione, il carattere del delitto di atti persecutori, quale reato abituale improprio, a reiterazione necessaria delle condotte, rileva anche ai fini della procedibilità, con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui il presupposto della reiterazione venga integrato da condotte poste in essere anche dopo la proposizione della querela, la condizione di procedibilità si estende anche a queste ultime, poiché, unitariamente considerate con le precedenti, integrano l’elemento oggettivo del reato [4].

Peraltro, ai fini della rituale contestazione del reato di “stalking” non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e le conseguenze per la persona offesa [5].

Le molestie per lo stalking

Le molestie vanno intese come  «manifestazioni seriali, non necessariamente violente ma comunque manifestamente sgradite in quanto violative della dignità della persona offesa e creative di un clima non soltanto intimidatorio ma anche ostile ed offensivo». Si è ritenuto integrare lo stalking anche con il reiterato invio alla persona offesa di messaggi postati sui social network (ad esempio Facebook), nonché la divulgazione attraverso questi ultimi di filmati ritraenti rapporti sessuali intrattenuti dall’autore del reato con la medesima.

Perdurante stato d’ansia o di paura per lo stalking

Il primo dei tre effetti sintomatici dello stalking è il perdurante e grave stato d’ansia o di paura. La Cassazione ha detto che tale circostanza non deve essere necessariamente provata con certificati medici che dimostrino, ad esempio, le turbe psichiche della vittima o le conseguenze sulla salute della fobia generata dalla persecuzione. Basta rilevare semplici elementi sintomatici di tale turbamento psicologico che possono essere ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente e anche da quest’ultima. Ecco che di nuovo torna in evidenza il “potere” che la legge finisce per attribuire alla vittima dello stalking e alle sue dichiarazioni (che comunque dovranno sempre essere sottoposte a vaglio di credibilità da parte del giudice). 

Non è la prima volta che la Cassazione stabilisce che, ai fini della configurabilità del reato di stalking, la sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima. 

Ne deriva che, in un eventuale processo, la prova dello stalking non richiede una certificazione sanitaria attestante una “patologia” determinata dal comportamento persecutorio (ad esempio, un certificato medico attestante una sindrome ansioso depressiva). La prova dell’alterazione, infatti, può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

L’alterazione delle abitudini di vita per lo stalking

Anche il terzo dei presupposti dello stalking, ossia l’alterazione delle abitudini di vita della vittima lascia a quest’ultima un ampio potere di gestire le prove del reato. Un’ipotesi del genere si verifica quando la parte lesa è portata ad evitare di uscire il più possibile di casa, nel timore di subire aggressioni fisiche e verbali.

Come chiarito dalla giurisprudenza può essere condannato per stalking un soggetto anche sulla scorta delle sole dichiarazioni della persona offesa, purché queste siano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico [6]. Addirittura, secondo la Cassazione [7], l’alterazione delle abitudini di vita non consiste solo nel costringere la vittima a cambiare strada o a farsi accompagnare da qualcuno all’uscita del lavoro, ma anche a cancellare il proprio account Facebook nel caso di continui messaggi inviati tramite il social network.

Lo stalking dell’ammiratore

La Cassazione [8] ha stabilito che il delitto de quo è integrato quando la stessa vittima a causa delle molestie reiterate subite, manifesti lo stato d’ansia sopraddetto escludendo che possa parlarsi in tali circostanze semplicemente di un mero pressante corteggiamento come tale penalmente irrilevante. Ed ancora, sempre nella stessa sentenza si legge come si possa parlare di atti persecutori in presenza di ripetuti atti molesti costituiti dal seguire la vittima, avvicinarla, indirizzarle frasi d’amore.


note

[1] Cass. sent. n. 14200/2018 del 28.03.2018.

[2] Art. 612bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 104/2017.

[4] Cass. sent. n. 1930/2017.

[5] Cass. sent. n. 28623/2017. econdo il costante orientamento giurisprudenziale il delitto in esame, in quanto reato necessariamente abituale, non è configurabile in presenza di un’unica, per quanto grave, condotta di molestie e minaccia, neppure unificando o ricollegando la stessa ad episodi pregressi oggetto di altro procedimento penale attivato nella medesima sede giudiziaria, atteso il divieto di bis in idem (Sez. V, 6 novembre 2012, n. 10388, in C.E.D. Cass., n. 255360; Sez. V, 19 febbraio 2014, n. 18999, ivi, n. 260410; Sez. V, 24 settembre 2014, n. 48391, ivi, n. 261024; Sez. III, 16 gennaio 2015, n. 922, ivi, n. 262517).

Come rilevato dalla Cassazione nella sentenza in esame, è dalla reiterazione degli atti che deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio, il quale, degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme previste dalla norma incriminatrice.

Di conseguenza, ai fini della rituale contestazione del delitto di stalking, avendo lo stesso natura di reato abituale, non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori (Sez. V, 25 ottobre 2012, n. 7544, in C.E.D. Cass., n. 255016). In particolare, a consentire un adeguato diritto di difesa sono sufficienti la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. V, 25 ottobre 2012, n. 7544, ivi, n. 255016).

[6] Trib. Bari. sent. n. 2703/2017.

[7] Cass. sent. n. 55041/2016.

[8] Cass. sent. n. 45453/2015.

CASSAZIONE SENT. n. 14200/2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente

Dott. MAZZITELLI Caterina – Consigliere

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Consigliere

Dott. TUDINO A. – rel. Consigliere

Dott. BORRELLI Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 02/02/2017 della CORTE APP.SEZ.MINORENNI di MESSINA; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRINA TUDINO;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. PASQUALE FIMIANI; Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’;

Udito il difensore.

RITENUTO IN FATTO

1.Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Messina ha confermato la sentenza del Tribunale per i Minorenni in sede del 16 giugno 2016, con la quale l’imputato e’ stato condannato alla pena di giustizia per i reati di atti persecutori, minaccia e percosse, aggravati anche dalla finalita’ di discriminazione e di odio etnico e razziale, in danno di (OMISSIS) e della figlia minore, (OMISSIS).

2. Avverso la sentenza, ha proposto ricorso l’imputato, per mezzo del difensore, articolando diversi ordini di censure.

2.1 Con il primo motivo, deduce violazione di legge e correlato vizio motivazionale. Il giudice di merito avrebbe errato nell’effettuare il giudizio prognostico di imputabilita’, omettendo i necessari accertamenti sulla personalita’ e sulla capacita’ a delinquere dell’imputato, all’epoca appena quattordicenne, in riferimento alla concreta fattispecie ed ai fattori socio-ambientali di riferimento, che avrebbero dovuto condurre ad escluderne la capacita’ di discernimento. L’impossibilita’ di espletare l’accertamento in concreto a causa del tempo decorso e della maturita’ acquisita si risolve in mancato accertamento dell’imputabilita’, non essendo ammesso a riguardo il ricorso a presunzioni.

2.2 Censura, con il secondo motivo, il travisamento della prova, non avendo il giudice di merito fatto corretta applicazione dei principi che governano la valutazione della prova indiziaria e delle dichiarazioni della persona offesa, di cui e’ stata omessa la necessaria verifica di attendibilita’, soprattutto con riferimento alla ritenuta riconducibilita’ ai fatti per cui si Procede dell’insorgenza di un disturbo post traumatico da stress, rispetto al quale e’ stata omessa la valutazione di fattori causali alternativi.

2.3 Lamenta, con il terzo motivo, violazione degli articoli 187 e 192 cod. proc. pen. in riferimento alla aggravante di cui al Decreto Legge n. 122 del 1993, articolo 3, ritenuta sussistente alla stregua delle sole dichiarazioni della persona offesa, senza operare una puntuale analisi differenziale tra percezione soggettiva della finalita’ di discriminazione e l’oggettiva portata delle espressioni censurate, non riconducibili a manifestazione di odio razziale.

2.4 Affida al quarto motivo di ricorso censure inerenti il trattamento sanzionatorio, avendo il giudice di merito disatteso la richiesta di applicazione delle attenuanti generiche con motivazione solo apparente e che non ha tenuto conto dei principi declinati a riguardo dalla giurisprudenza di legittimita’.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso presenta molteplici profili di inammissibilita’.

2. Il secondo motivo di ricorso e’ inammissibile per avere ad oggetto una censura non consentita.

2.1 Devesi, innanzitutto, rilevare come la responsabilita’ dell’imputato sia stata affermata all’esito di un duplice conforme accertamento operato dal Tribunale e dalla Corte di Appello. Ed e’ noto come, in tal caso, la sentenza impugnata e quella di appello si integrino vicendevolmente in un unicum organico ed inscindibile, formando una sola entita’ logico – giuridica, alla quale occorre fare riferimento per valutare la congruita’ della motivazione, tanto che il giudice di appello, in caso di pronuncia conforme a quella appellata, puo’ limitarsi a rinviare per relationem a quest’ultima sia nella ricostruzione del fatto sia nelle parti non oggetto di specifiche censure (cfr., Sez. 2, 19.3.2013 n. 30.838; Sez. 2, 13.2.2014 n. 19.619, Bruno).

Per altro verso, questa Corte ha piu’ volte avuto modo di chiarire come, in ipotesi di cosiddetta “doppia conforme”, il vizio del travisamento della prova per utilizzazione di un’ informazione inesistente nel materiale processuale o per omessa valutazione di una prova invece decisiva puo’ essere dedotto con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti – con specifica deduzione che il dato probatorio asseritamente travisato e’ stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado (cfr., Sez. 5, 13.2.2017 n. 18.975, Cadore; Sez. 2, 18.11.2016 n. 7.986, La Gumina; Sez. 2, 24.1.2007 n. 5.223, Medina).

Nel caso in esame, sia il Tribunale per i minorenni che la Corte di Appello hanno congruamente motivato con riguardo a tutte le condotte oggetto di contestazione, mentre le censure del ricorrente si limitano a ribadire la tesi difensiva gia’ respinta nei due gradi di merito tornando, ancora in questa sede, a sottolineare la inadeguatezza della provvista probatoria.

La motivazione della sentenza impugnata si confronta, invece, esplicitamente con le censure articolate nell’atto di gravame, operando la ragionevole valutazione di attendibilita’ della persona offesa, la coerente lettura degli ulteriori elementi di prova e la corretta qualificazione giuridica dei fatti. Di guisa che le censure sollevate esorbitano dal novero di quelle sottoponibili al sindacato di questa Corte di legittimita’, attingendo questioni di merito affrontate nel giudizio di appello con argomentazioni complete e plausibili.

2.2 La censura relativa alla valutazione della prova ritenuta “travisata” si fonda, inoltre, sul richiamo di testimonianze del cui contenuto si assume il travisamento, sostanzialmente importando nel giudizio di legittimita’ parte dell’istruttoria di merito su cui si richiede impropriamente alla corte di esprimersi, con cio’ evidenziando un ulteriore ed insuperabile profilo di inammissibilita’ della doglianza. A fronte delle argomentate considerazioni svolte nelle sentenze di merito, il ricorrente prospetta una critica frammentaria ed atomistica delle singole fonti di prova, formulando interrogativi alternativi su prospettate letture di diverso segno, senza che a cio’ segua l’allegazione di specifici punti di contrasto e omettendo uno scrutinio serio e complessivo della tenuta logica della motivazione censurata. E siffatta modalita’ di formulazione della doglianza rende ex se inammissibili le censure con la stessa proposte, anche sotto il profilo della necessaria autosuffienza del ricorso, atteso che “In tema di ricorso per cassazione, sono inammissibili, per violazione del principio di autosufficienza e per genericita’, i motivi che deducano il vizio di manifesta illogicita’ o contraddittorieta’ della motivazione e, pur richiamando atti specificamente indicati, non contengano la loro integrale trascrizione o allegazione”. (Sez. 2, Sentenza n.20677 del 11/04/2017 Ud. (dep. 02/05/2017) Rv. 270071, N. 26725 del 2013 Rv. 256723, N. 43322 del 2014 Rv. 260994, N. 46979 del 2015 Rv. 265053).

Risulta, in particolare, che i giudici di merito abbiano fatto corretta applicazione dei principi che

governano l’apprezzamento delle dichiarazioni della persona offesa, scrutinandone puntualmente l’attendibilita’ anche attraverso il richiamo alle ulteriori fonti dimostrative, con motivazione diffusa e persuasiva.

2.3 Ed anche in riferimento alla ricostruzione causale dell’evento del delitto di atti persecutori, la corte territoriale ha operato valutazioni razionalmente giustificate e giuridicamente corrette.

Ed invero, in tema di atti persecutori, “la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneita’ a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui e’ stata consumata” (Sez. 5, Sentenza n.17795 del 02/03/2017 Ud. (dep. 07/04/2017) Rv. 269621, N. 14391 del 2012 Rv. 252314, N. 24135 del 2012 Rv. 253764, N. 20038 del 2014 Rv. 259458, N. 50746 del 2014 Rv. 261535).

3. Il terzo motivo e’ manifestamente infondato.

3.1 Secondo il consolidato orientamento di legittimita’ “la circostanza aggravante della finalita’ di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso e’ configurabile non solo quando l’azione, per

le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori, ma anche quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorita’ di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell’agente” (Fattispecie in cui alla persona offesa e’ stata indirizzata l’espressione “negra puttana…”) (Sez. 5, Sentenza n.13530 del 08/02/2017 Ud. (dep. 20/03/2017) Rv. 269712 N. 38591 del 2008 Rv. 242219, N. 38597 del 2009 Rv. 244822, N. 49694 del 2009 Rv. 245828, N. 22570 del 2010 Rv. 247495, N. 43488 del 2015 Rv. 264825).

Il tratto essenziale dell’aggravante risiede nella consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volonta’ di escludere condizioni di parita’ per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalita’ o religione (Sez. F, Sentenza n.38877 del 20/08/2015 Ud. (dep. 24/09/2015) Rv. 264786; Sez. 5, Sentenza n.43488 del 13/07/2015 Ud. (dep. 28/10/2015) Rv. 264825), che si manifesta attraverso espressioni che, al di la’ del loro intrinseco carattere ingiurioso, appaiano sintomatiche dell’orientamento discriminatorio della condotta (Sez. 5, Sentenza n. 43488 del 13/07/2015 Ud. (dep. 28/10/2015) Rv. 264825).

E siffatta finalita’ discriminatoria si apprezza non solo attraverso l’intrinseco tenore semantico delle espressioni utilizzate, ma anche con riferimento alle modalita’ della condotta e della dinamica dell’aggressione (Sez. F, Sentenza n. 38877 del 20/08/2015 Ud. (dep. 24/09/2015) Rv. 264786), restando irrilevanti le ragioni, che possono essere anche di tutt’altra natura, alla base della condotta (Sez. 5, Sentenza n.30525 del 04/02/2013 Cc. (dep. 15/07/2013) Rv. 255558).

3.2 La corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei principi citati, richiamando non solo l’inequivoco ed esplicito tenore delle espressioni ingiuriose, semanticamente rivolte a sottolineare, in senso fortemente dispregiativo, la nazionalita’ della persona offesa, ed il significato irridente della mimica grottesca alla stessa rivolta, bensi’ il generale contesto persecutorio nel cui ambito le stesse manifestazioni di odio razziale sono state ripetutamente e consapevolmente rese.

Sul punto, il ricorrente non si confronta con le argomentazioni rassegnate nella sentenza impugnata, limitandosi ad invocare l’esclusione dell’aggravante omettendo l’analisi degli indicatori, puntualmente evidenziati nel percorso giustificativo del giudice di merito.

4. Del tutto generica si appalesa anche la censura che lamenta l’omesso accertamento dell’imputabilita’.

4.1 Secondo il consolidato orientamento di legittimita’, “ai fini dell’accertamento della non

imputabilita’ derivante da immaturita’, l’indagine sulla personalita’ del minore non richiede necessariamente un accertamento di tipo psichiatrico, in quanto l’esame della maturita’ mentale del minore puo’ legittimamente essere condotto attraverso la valutazione degli esperti o delle persone che abbiano avuto rapporti con l’imputato – attivita’ indicate dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 1988, articolo 9, comma 2, – ed in base a tutti gli elementi desumibili dagli atti e, tra questi, dalle modalita’ del fatto, esaminate anche in considerazione dell’eta’ del minorenne, le quali dimostrino la sussistenza di detta imputabilita'” (In motivazione la S.C. ha precisato che l’incapacita’ di intendere e di volere da immaturita’ ha carattere relativo nel senso che, trattandosi di qualificazione fondata su elementi non solo biopsichici ma anche socio – pedagogici, relativi all’eta’ evolutiva va accertata con riferimento al reato commesso, sulla base degli elementi, offerti dalla realta’ processuale) (Sez. 1, Sentenza n.18345 del 21/12/2016 Ud. (dep. 11/04/2017) Rv. 269815; N. 27243 del 2011 Rv. 250918, N. 27243 del 2011 Rv. 250918).

Ed a tale accertamento la corte non si e’ sottratta, enucleando la valenza senz’altro consapevole delle ripetute condotte vessatorie portate in danno della persona offesa e della figlioletta, reiterate in serrata sequenza temporale ed indotte da fine ritorsivo (quale reazione a precedente denuncia), qualificate dall’esplicitazione di manifestazioni d’odio razziale e rafforzate dal coinvolgimento nella persecuzione di altri giovani, univocamente ispirati dal medesimo intento. Di guisa che non e’ stato, ragionevolmente, accreditato alcun dubbio sulla capacita’ di discernimento dell’imputato.

Non risultano, peraltro, dedotte specifiche circostanze atte a contrastare la valutazione di imputabilita’ effettuata in primo grado, rispetto alle quali la corte territoriale abbia immotivatamente rigettato il relativo accertamento (Sez. 2, Sentenza n.19989 del 12/05/2005 Ud. (dep. 27/05/2005) Rv. 231877).

5. Analogamente inammissibile, per avere ad oggetto una censura non consentita, e’ il quarto motivo di ricorso, con cui il ricorrente lamenta il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche che, a fronte di specifica deduzione, la Corte territoriale ha escluso alla luce della personalita’ dell’imputato e della odiosita’ del fatto per cui si procede.

Devesi, a riguardo, richiamare il consolidato orientamento di legittimita’ secondo cui, in tema di attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione e’ insindacabile in sede di legittimita’, purche’ sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’articolo 133 cod. pen., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione (cfr., cosi’, tra le tante, Cass. Pen., 5, 13.4.2017 n. 43.952, Pettinelli), non essendo imposto l’esame di tutti i parametri di cui all’articolo 133 cod. pen. (cfr., in tal senso, Cass. Pen., 2, 18.1.2011 n. 3.609, Sermone; Cass. Pen., 3, 19.3.2014 n. 28.535, Lule; Cass. Pen., 2, 20.1.2016 n. 3.896, De Cotiis).

Ed anche sotto siffatto profilo, la sentenza impugnata appare immune da censure, avendo la corte territoriale puntualmente richiamato i parametri valutati, operandone una ponderazione ispirata a razionalita’ e coerenza, che si sottrae a censure in questa sede di legittimita’.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Oscuramento dei dati.


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