Diritto e Fisco | Articoli

Certificato medico generico: è valido per l’assenza dal lavoro

27 Aprile 2018
Certificato medico generico: è valido per l’assenza dal lavoro

Si può sostenere che la malattia sia simulata e applicare una sanzione disciplinare se il certificato medico non fa una diagnosi e non indica la patologia di cui il lavoratore dipendente è afflitto?

Oggi non ti senti bene e non vuoi andare a lavorare. Nell’alzarti dal letto hai avvertito uno stato di malore diffuso, un senso di debolezza, come se ti stesse per venire l’influenza. Le ossa ti fanno male e i muscoli sono indolenziti. Tuttavia non hai la febbre né alcun altro sintomo obiettivo. Così chiami il tuo medico curante e gli riferisci il tuo stato, chiedendogli di farti un certificato per giustificare l’assenza dal lavoro. Lui, però, incapace “su due piedi” di farti una corretta diagnosi, ti confessa che non se la sente di attestare il falso e di riportare sul certificato patologie che non vede o che non hai. Così, con una certa sinteticità, scrive che «Non puoi recarti al lavoro per lamentati motivi di salute dovuti a debolezza». Ti chiedi, però, se un certificato medico generico è valido per l’assenza dal lavoro. La questione è stata decisa qualche giorno fa dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in merito.

«Si attesta che il sig. Mario Rossi ha bisogno di due giorni di riposo per motivi di salute». Un certificato medico del genere sarebbe valido per garantire l’assenza dal lavoro o è necessario specificare la patologia di cui soffre il lavoratore? Non è un problema da poco. A volte i medici curanti si limitano a riportare le condizioni lamentate dal paziente, secondo quanto da questi riferito a voce (spesso anche per telefono), senza una obiettiva diagnosi. Del resto capita spesso che lo stato di indisposizione al lavoro non possa essere accertato da indagini strumentali o obiettive. 

«Mi sento stanco, debole e affaticato»: come fai a dimostrarlo? Il medico dovrebbe certificare una malattia che non vede e non conosce, così compiendo un falso, magari in attesa di indagini più complete (ad esempio le analisi del sangue, la pressione, ecc.). È chiaro allora che, in determinate circostanze, il certificato del medico di famiglia deve essere generico. Ma questo non vuol dire “poco attendibile”. Il dottore resta pur sempre un pubblico ufficiale e quello che certifica si presume vero (restano comunque vietate le diagnosi telefoniche dello stato di malattia). Certo, il medico non può farsi carico delle eventuali bugie riferitegli dal paziente: se questi dice che si sente stanco e invece non lo è, non sarà certo il sanitario ad essere responsabile delle false dichiarazioni. In tali casi resta sempre il meccanismo di controllo della visita fiscale e, soprattutto, la possibilità di verificare che il dipendente stia davvero a casa. Perché se un detective delegato dall’azienda (cosa pienamente lecita, stando alla Cassazione) dovesse trovare il lavoratore “stanco e affaticato” nel bel mezzo di una passeggiata – anche al di fuori delle fasce di reperibilità – allora sarebbe facile sostenere la falsità della malattia; con conseguente irrogazione della sanzione disciplinare. Già perché, a scanso di equivoci, è bene ricordare che la reperibilità serve solo per rendere possibile la visita al medico dell’Inps ma non significa che, un secondo dopo si può uscire (anche perché, oggi, sono ben possibili due visite fiscali nella stessa giornata). Laddove le attività svolte dal dipendente al di fuori della reperibilità risultino incompatibili con la malattia o tali da non agevolare una rapida guarigione, il lavoratore sarebbe suscettibile di un procedimento disciplinare che, nei casi più gravi, potrebbe confluire anche nel licenziamento. 

La sentenza della Cassazione si sofferma proprio su questi principi. In verità, i giudici fanno capire che è sempre bene che il certificato medico indichi una diagnosi e non sia generico. Un certificato medico che si limiti ad attestare la presenza del lavoratore presso un ambulatorio oculistico per presunti e improvvisi disturbi visivi è da considerare sì incompleto – e quindi censurabile – ma non per questo necessariamente falso. Allora siamo sul piano delle semplici irregolarità formali e non sostanziali. Con la conseguenza che anche la sanzione disciplinare non può essere particolarmente severa (nel caso di specie è stato ritenuto eccessivo un giorno di sospensione dal lavoro). 

Una cosa è non specificare la patologia sofferta, un’altra è invece una simulazione della malattia, simulazione che – lo ricordiamo – deve essere il datore di lavoro a dimostrare. Al dipendente basta infatti presentare il semplice certificato per essere in regola. I giudici hanno escluso che «la produzione di documentazione medica insufficiente ad attestare l’esistenza di una patologia» sia tale da «dimostrare la simulazione della malattia». Di conseguenza, esclusa l’ipotesi della «simulazione», il comportamento del lavoratore è ritenuto sicuramente censurabile, ma non punibile con la sanzione disciplinare della «sospensione dal servizio».


note

[1] Cass. sent. n. 10086/2018 del 24.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 31 gennaio – 24 aprile 2018, n. 10086
Presidente Manna – Relatore Garri

Rilevato che

1. Con sentenza in data 4 dicembre 2012 la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva rigettato il ricorso proposto da Poste Italiane s.p.a. teso ad ottenere l’accertamento della legittimità della sanzione disciplinare di un giorno di sospensione dal servizio irrogata al dipendente St. An. in relazione alla contestata assenza ingiustificata dal posto di lavoro in data 3 agosto 2007. La Corte territoriale ha ritenuto, al pari del giudice di primo grado, che la certificazione presentata dal lavoratore per giustificare l’assenza si limitava ad attestare che la presenza presso l’ambulatorio oculistico era da riferire ad “improvvisi disturbi visivi”. Non era certificata una malattia né era riportata una prognosi di durata per l’intera giornata, rilevante a fini retributivi e previdenziali. Riteneva perciò integrata la violazione dell’art. 43 del contratto collettivo di settore che impone al dipendente di comunicare lo stato di malattia e l’impossibilità a prestare servizio inviando nei due giorni successivi la certificazione medica. Tuttavia, il giudice di appello – pur dando atto del fatto che al dipendente era stata contestata una recidiva, in relazione ad una pregressa multa per rifiuto di eseguire mansioni (29.1.2005) e ad una sospensione di 4 giorni per una incauta custodia di beni aziendali (28.10.2006) – ha escluso che fosse ravvisabile la fattispecie prevista dall’art. 56 del contratto collettivo che giustificava l’irrogazione della sanzione della sospensione dal servizio.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso Poste Italiane s.p.a. affidato ad un unico motivo al quale ha opposto difese St. An. con controricorso.

Considerato che

3. Con l’unico motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione in relazione all’art. 360 primo comma n. 3 cod. proc. civ. degli artt. 1218, 2106 e 2697 cod. civ. e 43, 55 e 56 c.c.n.l. dell’11 luglio 2007. Sostiene la ricorrente che la Corte territoriale avrebbe erroneamente interpretato le disposizioni collettive richiamate (art. 43 e 56 c.c.n.l.) escludendo, apoditticamente, la simulazione della malattia sebbene il lavoratore si fosse assentato per l’intera giornata documentando un impedimento di sole due ore e senza inviare una certificazione, neppure successiva, della patologia da cui era affetto. Tale rifiuto è stato ricondotto dalla società ad un tentativo di eludere le disposizioni contrattuali finalizzate al controllo della malattia (l’art. 43 comma 6 del c.c.n.l. impone l’invio del certificato medico entro due giorni dall’inizio della malattia e l’omissione comporta la perdita dell’indennità e può essere sanzionato disciplinarmente, comma 9) e punito doverosamente con la sospensione dal servizio per un giorno, il minimo previsto, essendo comminabile la sospensione fino a quattro giorni.
4. Tanto premesso il ricorso è infondato.
4.1. la Corte territoriale ha esaminato le varie ipotesi per le quali è prevista la sospensione da uno a quattro gg. ed ha escluso che la condotta contestata fosse riconducibile ad una di esse perciò ritenendo che, sebbene provata la condotta, questa non rientrasse nell’ipotesi della simulazione di malattia o di altri impedimenti ad assolvere gli obblighi di servizio (lett. b) in assenza della prova della simulazione.
4.2. Ciò posto, va sottolineato che è onere della parte che eccepisce la condotta simulata allegare e provare le circostanze di fatto a sostegno di tale assunto. La valutazione delle allegazioni delle parti e la ricostruzione dei fatti è demandata al giudice di merito e non è censurabile davanti al giudice di legittimità a meno che non sia ravvisabile un omesso esame di fatti principali o secondari decisivi che se presi in esame avrebbero determinato un esito diverso del giudizio. Orbene nel caso in esame la Corte di appello, confermando la ricostruzione operata già dal giudice di primo grado, ha escluso che la produzione di documentazione medica insufficiente ad attestare l’esistenza della malattia fosse sufficiente a dimostrare la simulazione della malattia medesima ed ha quindi proceduto a verificare se la condotta contestata potesse essere ricondotta ad una delle altre ipotesi sanzionate dalla disposizione collettiva con l’irrogazione della sospensione dal servizio, motivatamente escludendone la sussistenza. La Corte di merito nel verificare la sussistenza delle condizioni per applicare la sanzione della sospensione dal servizio ai sensi dell’art. 56 c.c.n.l., esclusa la prova della simulazione della malattia, ha poi verificato in concreto se la condotta tenuta rivestisse quei caratteri di particolare gravità che giustificano l’irrogazione della sanzione (la più grave tra quelle conservative previste) ed in esito ad un’accurata ricostruzione delle modalità della condotta è pervenuta al convincimento, attentamente argomentato, che tale non fosse l’assenza rimasta ingiustificata per alcune ore di un solo giorno lavorativo, evidenziando che la norma collettiva indica tra le condotte sanzionabili con la sospensione l’assenza arbitraria per tre/sei giorni lavorativi. Inoltre ha accertato che, con riguardo all’ipotesi di recidiva (art. 56 lett. a), le condotte in precedenza sanzionate erano del tutto eterogenee e, dunque, non valorizzagli nei termini indicati dal citato art. 56 lett. a) del c.c.n.l.. In definitiva la Corte di appello nella sua ricostruzione ha correttamente interpretato le disposizioni collettive rilevanti nel caso in esame ed ha escluso, con ricostruzione dei fatti insuscettibile di un nuovo e diverso esame davanti a questa Corte, che la condotta accertata vi rientrasse sotto i diversi profili considerati. 5. In conclusione , per le ragioni su esposte, il ricorso deve essere rigettato. Quanto alle spese queste seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo. Va poi dichiarata la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002 per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art.13 comma 1 bis del citato D.P.R..

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio che si liquidano in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi , 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 comma 1 bis del citato D.P.R..


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube