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Lo sai che? Certificato medico: basta per provare l’assenza per malattia?

Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2018

Sono assente dal lavoro di dipendente scolastico dallo scorso agosto per depressione maggiore e sono in cura presso il locale C.S.M. Due mesi fa per la prima volta ho ricevuto la visita fiscale. Ho presentato l’ultimo certificato del medico di base valido sino al 31 marzo 2018, peraltro già inviato all’INPS e al datore di lavoro, ma il medico fiscale sostenendo che questo da solo non bastava a riconoscere la malattia, ha preteso che gli fornissi quello del CSM. La visita si è conclusa bene perché avevo anche quella certificazione. È corretto quello che asseriva il medico fiscale?

Come dal lettore correttamente evidenziato, ai sensi dell’art.55-septies, DLT 30/03/2001, n. 165, relativo ai controlli sulle assenze dei lavoratori del pubblico impiego: Nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. I controlli sulla validità delle suddette certificazioni restano in capo alle singole amministrazioni pubbliche interessate. In tutti i casi di assenza per malattia la certificazione medica è inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Istituto nazionale della previdenza sociale, secondo le modalità stabilite per la trasmissione telematica.

In altri termini, in caso di malattia il lavoratore, attraverso il proprio medico di famiglia o la struttura sanitaria in cui si trova in cura, fa pervenire in via telematica la certificazione attestante lo stato di salute, incompatibile con lo svolgimento dell’attività lavorativa. Il medico fiscale ha il compito, attraverso la visita presso il domicilio del lavoratore, di verificare la veridicità di quanto affermato nell’attestazione. Poiché la depressione, al pari delle altre patologie, riduce la capacità lavorativa condizionando anche la vita di relazione, per un trattamento efficace che porti alla piena guarigione, richiede un congruo periodo di riposo. Tuttavia, per la particolarità dei sintomi, a differenza di altre problematiche, non vincola al rispetto delle fasce orarie previste in quanto, come evidenziato anche da una recente sentenza della Cassazione, il paziente depresso potrebbe curarsi efficacemente, oltre che con i farmaci e la terapia, anche con attività ludiche all’aperto, passeggiate e sport. Per questa ragione, a parere dello scrivente, tenendo conto della normativa vigente, la certificazione presentata dal lettore era già di per sé sufficiente a dimostrare le sue attuali condizioni di salute, non essendo necessario depositare anche l’attestazione del CSM. Probabilmente, cercando di comprendere il comportamento severo, e poco collaborativo, del medico fiscale, tale ulteriore richiesta potrebbe essere derivata dalla circostanza che, purtroppo, in molti casi riguardanti il pubblico impiego, non solo la diagnosi della patologia depressiva è tutt’oggi complessa da effettuare ma, soprattutto in passato, molti lavoratori se ne dichiaravano affetti proprio per evitare i propri impegni lavorativi e trascorrere un periodo di riposo aggiuntivo a casa. Pertanto, dal momento che il compito di controllo del medico fiscale, come evincente dall’art.55-septies, DLT 30/03/2001, n. 165, è volto a provare quanto dichiarato dal lavoratore circa il suo effettivo stato di salute, tale ulteriore richiesta deve essere interpretata, a parere dello scrivente, come conferma e specificazione del certificato del medico di famiglia.

In altri termini, poichè “Le pubbliche amministrazioni dispongono per il controllo sulle assenze per malattia dei dipendenti valutando la condotta complessiva del dipendente e gli oneri connessi all’effettuazione della visita, tenendo conto dell’esigenza di contrastare e prevenire l’assenteismo”, nonostante l’inoltro telematico della certificazione medica sia adempimento necessario e sufficiente da parte del lavoratore, stante la particolarità della malattia e la difficoltà della diagnosi, tale richiesta aggiuntiva può essere intesa come specificazione supplementare delle condizioni di salute presentate. La giurisprudenza conferma quanto detto “Ai finì della legittimità dell’assenza per malattia, non è sufficiente che il lavoratore ne informi il datore di lavoro, ma il lavoratore deve attivare, rivolgendosi per l’accertamento del proprio stato di salute ad una struttura sanitaria pubblica o ad un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, il procedimento di cui all’art. 55-septies, commi 1 e 2, che si conclude con l’inoltro (e la ricezione) della certificazione medica al datore di lavoro da parte dell’INPS.” Cass. civ. Sez. lavoro, 26/09/2016, n. 18858.

In tema di pubblico impiego privatizzato, in caso di assenza per malattia, il dipendente è tenuto ad attivare la procedura prevista dall’art. 55-septies del d.lgs. n. 165 del 2001, che si conclude con l’inoltro della prescritta certificazione medica al datore di lavoro da parte dell’Inps, sicché non costituiscono idonea giustificazione i referti ottenuti all’esito della visita fiscale.” Cass. civ. Sez. lavoro, 26/09/2016, n. 18858.

L’assenza del prestatore di lavoro dal suo domicilio durante le fasce orarie di reperibilità non assume in sé e per sé rilevanza disciplinare, soprattutto qualora, come nella specie, tale assenza sia giustificata dalla natura della patologia (specificamente sindrome depressiva ansiosa), ovvero dalla necessità sopravvenuta di rivolgersi al sanitario di fiducia per l’insorgere improvviso di un evento morboso diverso da quello inizialmente diagnosticato.” Cass. civ. Sez. lavoro, 21/10/2010, n. 21621.

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente:

– il certificato del medico curante è sufficiente ad evidenziare lo stato di depressione maggiore.

– L’ulteriore richiesta del medico fiscale può essere interpretata come specificazione supplementare delle condizioni di salute presentate.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta


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