Diritto e Fisco | Articoli

Quando la casa coniugale viene restituita al marito

29 Aprile 2018
Quando la casa coniugale viene restituita al marito

Sono proprietaria al 75% della casa coniugale (mio marito al 25%). Ci siamo separati consensualmente, stabilendo di comune accordo l’assegnazione a me della casa e il pagamento del mutuo secondo le percentuali di proprietà. Il mutuo di 50.000€ è quasi estinto. Sono autosufficiente, non percepisco nessun assegno di mantenimento. Mio figlio maggiorenne autosufficiente vuole trasferirsi da casa. Mio marito vuole il divorzio e chiede che io riscatti il suo 25% della proprietà. Possiamo ottenere il divorzio mantenendo ognuno la propria quota di casa e mutuo? Dal momento che mio figlio non abiterà più con me corro il rischio che mio marito chieda che la casa venga assegnata a lui?

 Il marito della lettrice non può obbligarla al riscatto della quota, né può chiedere al giudice di provvedere in tal senso.

Il giudice del divorzio (così come quello della separazione) non può imporre la vendita di beni mobili o immobili al fine di riequilibrare le posizioni reddituali dei coniugi. Soluzione questa che egli potrà tutt’al più suggerire alle parti in conflitto.

Diversamente potrebbe accadere se i coniugi raggiungessero un accordo di divorzio da sottoporre poi al giudice con ricorso congiunto oppure da realizzare mediante procedura di negoziazione assistita con l’assistenza dei reciproci avvocati. Va detto che questa soluzione non è da sottovalutare, atteso che anche la separazione è avvenuta consensualmente. Un divorzio consensuale permetterebbe alla lettrice di regolare gli aspetti economici di comune accordo, con benefici per entrambi.

Anche in riferimento all’immobile in cui è vissuta la famiglia prima della separazione, il magistrato non ha un potere assoluto: egli, infatti, può decidere della sola assegnazione della casa coniugale, cioè stabilire a chi fra i coniugi attribuire il godimento del bene.

L’assegnazione della casa coniugale costituisce un diritto personale di godimento e non è in alcun modo assimilabile ad un diritto reale.

Orbene, v’è da dire che l’assegnazione non è perpetua, ma normalmente cessa nel momento in cui il figlio, una volta divenuto maggiorenne, raggiunge l’autosufficienza economica (o si sposa) e/o l’assegnatario (figli compresi) smette di abitare l’immobile.

Il giudice dispone l’assegnazione tenendo conto, in primis, delle esigenze della prole. Così dice l’art. 337- sexies: «Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli».

Come anticipato, di norma il provvedimento del giudice di assegnazione della casa familiare si protrae finché i figli non raggiungano la loro indipendenza economica e, dunque, finché la finalità del provvedimento di assegnazione stesso non venga meno.

Lo stesso articolo, però, dice anche che «Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della

casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio».

In maniera quasi analoga, l’art. 6 della legge sul divorzio stabilisce che «L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole».

Di conseguenza, nel caso di specie il giudice potrebbe continuare a favorire la lettrice nell’assegnazione, essendo quest’ultima proprietaria al 75% dell’immobile, oppure revocare la stessa e non attribuire il godimento esclusivo ad alcuno, non essendovi più i presupposti (legati sostanzialmente alla prole).

È da escludere che la casa possa essere assegnata al marito della lettrice, non essendovi sufficienti ragioni collegate alla prole né ad altre esigenze indicate dalla legge, a meno che questi non disponga di redditi propri; sembra però un’ipotesi poco probabile.

In ogni caso, a meno che durante la fase giudiziale (oppure stragiudiziale, se si dovesse optare per una consensuale) non si sia raggiunto un accordo, le quote di proprietà resterebbero intatte, così come la partecipazione al mutuo, cui entrambi i coniugi sono vincolati da contratto. In pratica, la lettrice continuerebbe a condividere l’immobile con suo marito, alle quote da lei indicate, in regime di comunione ordinaria dei beni.

In buona sostanza, quindi, se nessun accordo dovesse essere raggiunto, il giudice del divorzio non potrebbe disporre della proprietà dell’immobile, il quale rimarrebbe “scisso” secondo le quote di spettanza. Una soluzione non del tutto conveniente, poiché in futuro, per ottenere la divisione in mancanza di accordo, occorrerebbe un nuovo giudizio (di divisione, appunto).

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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