Diritto e Fisco | Editoriale

Pignoramento casa per evasione fiscale

29 Aprile 2018
Pignoramento casa per evasione fiscale

Per una mia presunta evasione fiscale effettuata negli ultimi 10 anni con una ditta con sede in paradisi fiscali, mi aspetto una cartella di circa 800.000 euro fra tasse e multe, a fronte di una accusa di “fatturazione soggettivamente falsa”. Di mia proprietà ho: 1) il 50% di un appartamento “prima casa” (l’altro 50% è di mia moglie con cui siamo in separazione dei beni) del valore totale di ca.180.000 euro. Questo appartamento è stato messo 2 anni fa in un fondo patrimoniale (abbiamo una figlia adolescente); 2) il 50% della nuda proprietà dove abita mia mamma. Non ho altre proprietà né soldi investiti o su conti correnti. Ho solo uno stipendio di 1.500 euro netti al mese Può il fisco pignorare la mia prima casa? Se si, cosa posso fare per evitarlo? A quale tipo ed entità di pena vado incontro nel caso di processo penale? Attualmente sono incensurato.

Con riguardo al I quesito, dalle notizie ricevute telefonicamente, la società accusata di fatturazione soggettivamente falsa sarebbe una “limited” con sede all’estero. Queste società, con riguardo alle responsabilità patrimoniali dei soci, s’atteggiano alla stessa stregua delle società a responsabilità limitata italiane. E così, in caso di debiti accumulati dalla compagine societaria, i creditori potranno rivalersi, per il recupero di quanto loro spettante, solo sulla quota conferita dai soci al momento della costituzione societaria, non essendo il socio responsabile illimitatamente con tutti i suoi beni presenti e futuri. Se ogni singolo socio, per entrare in società, ha conferito un capitale di $ 5.000, il creditore potrà pignorare solo quel conferimento, non essendo permesso dalla legge andare oltre. Questo significa che, nel caso di specie, non potranno né pignorare al lettore il 50% della quota degli immobili di sua proprietà, né tantomeno potranno trattenergli il quinto dello stipendio attualmente percepito dal datore di lavoro. Diverso sarebbe stato il caso in cui la società non avesse avuto la natura di “limited”; in questo caso i soci, nei confronti dei creditori della società, avrebbero pagato con tutti i loro beni presenti e futuri, senza limite di quota. Tanto premesso, l’unica azione a disposizione del fisco sarà quella di agire nei confronti della società e, in caso di mancanza di fondi utili per il soddisfacimento delle pretese, intraprendere un’azione internazionale per la dichiarazione di fallimento della stessa.

Con riguardo al II quesito, la questione della responsabilità penale riguardante i reati societari è stata molto dibattuta in giurisprudenza. Una relazione della Commissione Europea ha precisato espressamente che la responsabilità penale gravante sulla persona giuridica non esclude quella individuale delle persone fisiche coinvolte nel medesimo illecito.

E così, nel 2000, in conformità a quanto preteso dall’Unione Europea, è stato emanato il decreto legislativo n. 74/2000 che all’art. 8, intitolato “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”statuisce che è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. 2. Ai fini dell’applicazione della disposizione prevista dal comma 1, l’emissione o il rilascio di più fatture o documenti per operazioni inesistenti nel corso del medesimo periodo di imposta si considera come un solo reato”. Pertanto, l’eventuale formalizzazione di questo reato da parte della Procura della Repubblica, porterebbe l’amministratore della società a subire un procedimento penale. Se l’amministratore risulta incensurato, l’ammontare della pena, sulla base dell’orientamento dei tribunali di merito, non dovrebbe essere superiore ai due anni; in questo modo, non sconterebbe alcuna reclusione, poiché la pena sarebbe sospesa grazie all’istituto della condizionale previsto all’art. 163 del codice penale. Nel caso peggiore, se la pena dovesse superare i due anni ed essere inferiore a quattro anni, l’amministratore avrebbe, comunque, la possibilità di commutare la pena espiandola in lavori di pubblica utilità, che sarebbero disposti dal giudice del tribunale al momento della sentenza. Da non sottovalutare anche l’eventuale incombenza della prescrizione che per questi reati matura dopo sei anni dal fatto commesso, se non sono intervenute interruzioni processuali; altrimenti, maturerebbe comunque dopo sette anni e mezzo, considerate tutte le eventuali interruzioni avvenute giudizialmente.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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