Diritto e Fisco | Editoriale

Trattenuta oltre il quinto dello stipendio: è possibile?

29 Aprile 2018
Trattenuta oltre il quinto dello stipendio: è possibile?

Quando il datore di lavoro può effettuare un “pignoramento dello stipendio” oltre il quinto previsto dalla legge nel caso di danni prodotti dal lavoratore o di  dimissioni senza giusta causa.

Ti è stato detto che un pignoramento è possibile fino a massimo un quinto dello stipendio, tuttavia il datore di lavoro ti sta operando una trattenuta sullo stipendio per somme superiori al 20% dello stipendio stesso. La motivazione da lui addotta è per alcuni danni che il tuo comportamento avrebbe procurato all’azienda. La questione non è di poco conto: difatti, sei convinto che, se ti avesse fatto causa e ti avesse pignorato lo stipendio, non sarebbe mai potuto andare oltre questo tetto. Così ti chiedi se è legittimo un comportamento del genere, se cioè è possibile una trattenuta oltre il quinto dello stipendio. La questione è stata analizzata diverse volte dalla Cassazione [1].

Quando il datore di lavoro è creditore nei confronti del lavoratore per somme da questi dovute a titolo di risarcimento del danno, può effettuare autonomamente una trattenuta sullo stipendio, a condizione che il danno sia certo e sia stato contestato al dipendente. Questa trattenuta si chiama tecnicamente «compensazione». La compensazione scatta tutte le volte in cui due soggetti sono reciprocamente creditori e debitori l’uno dell’altro. Ad esempio se Mario è creditore di Giovanni di 50 euro e, nello stesso tempo però, gli deve anche pagare 70 euro, potrà compensare le due partite versandogli solo 20 euro (70 – 50). Si è a lungo discusso sulla possibilità di utilizzare questo meccanismo nell’ambito del rapporto di lavoro per i danni prodotti dal dipendente. Il dubbio si è posto perché una cosa sarebbe il contratto e il diritto allo stipendio (garantito dalla costituzione), un altro invece il diritto al risarcimento per atti illeciti. In verità, però, la Cassazione ha detto che il rapporto è unico e deriva dal contratto di lavoro. Dunque Il datore di lavoro può compensare l’entità del danno causato dal lavoratore trattenendogli dalla retribuzione netta parte della stessa, a condizione che il danno sia stato preventivamente contestato al lavoratore.

A questo punto, però, bisogna confrontarsi con una disposizione del codice di procedura civile [2] in base alla quale il creditore può pignorare lo stipendio del lavoratore dipendente o parasubordinato ma entro massimo un quinto del suo ammontare (i restanti quattro quinti devono restare in mano al debitore-lavoratore). Questa disposizione vale anche se il pignoramento avviene sul conto corrente: le mensilità che, dopo la notifica del predetto pignoramento, l’azienda versa sul conto del debitore possono essere trattenute dalla banca e versate al creditore sempre entro massimo un quinto.

Stando a questa regola, il datore di lavoro, creditore del dipendente per via dei danni da questi prodotti, che compensa dal suo stipendio le somme dovutegli dovrebbe comunque rispettare il limite del quinto pignorabile. E invece non succede così. Difatti, come ha chiarito la Cassazione, tutte le volte in cui il datore di lavoro effettua una trattenuta sullo stipendio del dipendente a compensazione dei danni da questi prodotti all’azienda, non è tenuto a rispettare il limite del quinto (limite che invece riguarda qualsiasi altro pignoramento sulla retribuzione).

Difatti, i contrapposti crediti (quello del lavoratore e quello del datore di lavoro) hanno origine da un unico rapporto, quello lavorativo, sicché la valutazione delle singole pretese comporta solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico. In particolare, il limite del pignoramento del quinto non vale se il datore vuole compensare il proprio credito – a titolo di risarcimento per danni prodotti dal lavoratore poco diligente – col credito retributivo vantato dal lavoratore.

Si legge in una sentenza della Suprema Corte [3]: «Il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti del lavoratore con suoi debiti non si applica quando il datore di lavoro operi il conguaglio tra un credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente e un credito retributivo vantato dal prestatore. Il limite in questione torna tuttavia a operare quando una clausola di contratto collettivo lo preveda».

Il fatto che il lavoratore abbia commesso un illecito a discapito dell’azienda legittima il datore di lavoro a proporre un’azione di risarcimento e a ottenere la compensazione dei danni subiti con i crediti del lavoratore, ma non gli dà il diritto di ridurre le retribuzioni dovute a titolo risarcitorie.

Alcuni contratti collettivi prevedono una particolare disciplina e possono disciplinare le modalità con le quali deve avvenire la trattenuta, prevedendo – ad esempio – una rateizzazione del debito del lavoratore verso l’azienda; tale rateizzazione è volta a garantire che la retribuzione mensile del lavoratore non subisca una riduzione superiore ad una determinata percentuale del suo importo.

Un caso tipico di trattenuta sullo stipendio del lavoratore dipendente è quella nel caso in cui questi si dimetta senza giusta causa senza dare il preavviso. Il datore di lavoro può allora compensare l’indennità sostitutiva del preavviso sul Tfr o sulle ultime retribuzioni. Infatti essa va considerata quale penale per la mancata prestazione durante il periodo di preavviso.

In ogni caso la trattenuta può avvenire entro massimo 10 anni, oltre i quali si compie la prescrizione.


note

[1] Cass. sent. n. 1245 del 6.02.1987; Cass. ord. n. 10132/18 del 26.04.2018.

[2] Art. 545 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 9904/2003: « L’esistenza di crediti contrapposti nascenti dallo stesso rapporto di lavoro dà luogo invece a un mero « accertamento contabile del dare e dell’avere » (per tutte Cass. 11 aprile 1990, n. 3067, cit.) non soggetto ad alcuna limitazione, ovvero a una « compensazione atecnica ». Se è vero inoltre che nel rapporto di lavoro, intorno al nucleo sinallagmatico del contratto, consistente nella corrispettività fra la prestazione di facere e la corresponsione della retribuzione, si dispone « una costellazione di situazioni giuridiche soggettive accessorie o strumentali, le quali, pur senza identificarsi con la relazione obbligatoria principale…, compongono il contenuto complesso del rapporto globalmente considerato » (cfr. Grandi, voce Rapporto di lavoro, Enc dir, XXXVIII, Milano, 1987, 314), il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro attiene a ridottissime ipotesi, ovvero solo a quelle in cui il credito del datore di lavoro sorga per cause estranee al rapporto di impiego». La sentenza in esame conferma in pieno l’orientamento maggioritario di giurisprudenza e dottrina. La Corte, infatti, dopo aver ribadito che il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro non si applica « quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, sì che la valutazione delle singole pretese importi solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico », afferma che « non vale perciò il detto limite quando il datore di lavoro voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore » (v. anche Cass. 5 maggio 1995, n. 4873; in dottrina, v. per tutti Ichino, Il contratto di lavoro, II, Tratt CM, 2003, 245). Tale posizione della Corte appare condivisibile. Nel caso concreto, in primo luogo, è evidente l’attinenza dei due crediti contrapposti (quello risarcitorio vantato dal datore di lavoro e quello retributivo – un trattamento di fine rapporto – dovuto al lavoratore) a un unico rapporto giuridico, quello di lavoro subordinato. In secondo luogo, appare poco ragionevole che il datore di lavoro non possa « appianare » il suo credito risarcitorio corrispondendo al lavoratore i quattro quinti del trattamento di fine rapporto per poi promuovere un’azione giudiziale per recuperare il resto del suo credito.

La stessa Corte aggiunge che il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro « torna tuttavia ad operare, anche nel caso di compensazione atecnica ossia di mero calcolo dare-avere, quando una clausola di contratto collettivo lo permetta, salvi restando sempre i diversi accordi individuali » (v. anche Cass. 4 luglio 1997, n. 6033, cit.).

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Cassazione civile, sez. lav., 20/06/2003,  n. 9904 

Fatto

Con ricorso del14 luglio 1993 al Pretore di Venezia la s.p.a.

Banco di Napoli proponeva opposizione contro un decreto ingiuntivo emesso a favore di Attilio Mario Lagalante ed avente ad oggetto somme dovute per effetto di un rapporto di lavoro subordinato. L’opponente non negava il debito ma deduceva in compensazione un maggior credito per risarcimento di danni arrecati dal Lagalante con numerosi atti asseritamente illeciti e commessi nell’esercizio delle mansioni di preposto all’agenzia n. 2 della suddetta città.

Costituitosi l’opposto, il Pretore rigettava l’opposizione ma accoglieva la domanda riconvenzionale e compensava i crediti fino a concorrenza del minor importo con decisione del 22 luglio 1998, in parte riformata, su appello del Lagalante, con sentenza del 17 dicembre 1999 dal Tribunale, il quale riteneva che i crediti fossero compensabili soltanto nei limiti di un quinto della somma dovuta al lavoratore (un trattamento di fine rapporto), stante il divieto risultante dagli artt. 1246 cod. civ. e 545, quarto comma, cod. proc. civ.. Era vero infatti che tali divieti non operavano, in linea di principio, quando, come nella specie, si trattasse non di compensazione in senso tecnico ma di mero calcolo di dare – avere; era però altrettanto vero che l’art. 64 del vigente contratto collettivo per le aziende di credito escludeva la detta ed illimitata compensazione atecnica, salvi specifici accordi individuali, nella specie non risultanti. Tornava perciò a valere il limite posto dagli artt. 545 e 1246 citt..

Contro questa sentenza ricorre per cassazione la s.p.a. Banco di Napoli, mentre l’intimato Lagalante non si è costituito.

Memoria della ricorrente.

Diritto

Motivi della decisione

Con l’unico motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1241, 1242, 1243, 1246, 1252, 1322, 1362, 1372 cod. civ. con riferimento al contratto collettivo per le aziende di credito del 22 novembre 1990, e degli artt. 420, 437, 545 cod. proc. civ. nonché vizi di motivazione.

Delle diverse censure in cui si articola il motivo dev’essere presa in considerazione anzitutto, per ragioni di buon ordine espositivo, quella in cui la ricorrente, dopo aver constatato che la sentenza impugnata ha ritenuto operanti nella specie i limiti alla compensabilità dei crediti, previsti negli artt. 545 cod. proc. civ. e 1246 cod. civ., in forza dell’art. 64 c.c.n.l. cit., riporta il testo di tale clausola contrattuale, ritenuta decisiva dal Tribunale, ed osserva come dovesse essere applicata solo nel caso di licenziamento in tronco e non in quello, ricorrente in concreto, di cessazione del rapporto per dimissioni del prestatore di lavoro.

La censura è fondata.

A norma dell’art. 1246, n. 3, cod. civ. la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell’uno o dell’altro debito, eccettuato il caso “di credito dichiarato impignorabile”.

L’art. 545, n. 3, cod. proc. civ. pone poi fra i crediti limitatamente pignorabili “le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego” e precisa nel successivo n. 4 che “tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto… per ogni credito”.

Queste norme pongono dunque il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro. Limite che però questa Corte ha precisato non dover valere quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, si che la valutazione delle singole pretese importi solo un accertamento contabile di dare ed avere e non una compensazione in senso tecnico. Non vale perciò il detto limite quando il datore di lavoro voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore (Cass. 5 maggio 1995 n. 5873).

Il limite normativo in questione torna tuttavia ad operare, anche nel caso di compensazione atecnica ossia di mero calcolo dare – avere, quando una clausola di contratto collettivo lo permetta, salvi restando sempre i diversi accordi individuali (Cass. 4 luglio 1997 n. 6033).

Questa ipotesi si è verificata in concreto secondo la sentenza qui impugnata, che ha ravvisato la detta clausola nel c.c.n.l. del 1990 ed ha constatato l’assenza di un contrario accordo individuale.

Tuttavia il Tribunale non ha riportato nè ha dato conto neppur sommariamente del contenuto della clausola, e di conseguenza non ha verificato la riconducibilità ad essa del caso di specie, in cui trattavasi di risoluzione del rapporto di lavoro da “domanda per esodo anticipato” (pag. III della sentenza) e di accordo transattivo con reciproche concessioni (aliquid datum, aliquid retentum) (pag.

VII), e non di licenziamento.

La sentenza è anzi motivata col richiamo di un precedente (Cass. n. 6033 del 1997 cit.) reso con riferimento ad un contratto collettivo diverso, del 1977.

La carenza di motivazione su un punto decisivo della controversia comporta la cassazione della sentenza ed il rinvio ad altro collegio di merito, che si designa nella Corte di Trieste e che riporterà il contenuto dell’art. 64 cit., procedendo ad nuova interpretazione e verificandone l’applicabilità al caso di specie, ossia di dimissioni con accordo patrimoniale transattivo.

Parimenti fondata è la censura, formulata ancora dalla ricorrente, contro la sentenza del Tribunale, nella parte in cui esclude la compensabilità del credito della datrice di lavoro, contestato e perciò non liquido. A norma dell’art. 1243, secondo comma, cod. civ., se il debito opposto in compensazione non è liquido ma è di facile e pronta liquidazione, il giudice può dichiarare la compensazione fra la parte del debito che riconosce esistente e può anche sospendere la condanna per il credito liquido fino all’accertamento del credito opposto in compensazione.

Questa Corte ha poi precisato che alla facile e pronta liquidazione non osta la semplice contestazione del credito, occorrendo che questa comporti una lunga istruttoria (Cass. 7 luglio 1971 n. 2128, 7 febbraio 1995 n. 1394) o addirittura un separato giudizio (Cass. 25 febbraio 1995 n. 2176).

In ogni caso è necessario un congruo esame dei crediti ed un’adeguata motivazione, che nel caso qui in esame è mancata. Vi provvederà il giudice di rinvio, che deciderà anche in ordine alle spese processuali.

Le altre censure del ricorrente rimangono assorbite.

PQM

La Corte accoglie il ricorso e cassa con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, anche per e spese processuali.

Così deciso in Roma il 21 gennaio 2003.


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