Diritto e Fisco | Editoriale

Dipendente privato dei poteri: è mobbing?

29 Aprile 2018
Dipendente privato dei poteri: è mobbing?

Spetta il risarcimento per mobbing al dipendente privato dal datore di lavoro dei suoi poteri gerarchici e che non viene consultato su questioni importanti?

Anche se non sei un dirigente, nell’azienda in cui lavori hai un ruolo importante. Coordini una squadra di persone, puoi prendere decisioni di rilievo e vieni sempre consultato prima di alcune scelte gestionali. Senonché, d’un tratto, l’atteggiamento nei tuoi confronti è mutato. C’è un clima ostile e di indifferenza: ti senti messo in un angolo. Tutte le strategie aziendali non ti vengono più comunicate, né vieni interpellato per come invece succedeva prima. Un isolamento, questo, che oltre a privarti dei tuoi poteri, ti sta creando un forte disagio e stress emotivo, tant’è che mediti di andare via. Ma non prima di averci visto chiaro ed, eventualmente, fatto causa ai tuoi superiori. Nonostante le tue richieste, però, nessuno ti dà spiegazioni e, anzi, hai anche notato che la posta diretta al tuo reparto viene smistata verso un’altro. Ti decidi così di avviare un’azione legale per far valere i tuoi diritti e ti chiedi: se il dipendente viene privato dei poteri è mobbing? La questione è stata analizzata di recente dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto, in proposito, i giudici supremi.

Il mobbing, come tutti sanno, è un insieme di condotte vessatorie, poste in essere dai superiori gerarchici o dagli stessi colleghi del dipendente, con l’unico fine di isolarlo, mortificarlo, deprimerne la personalità ed, eventualmente, spingerlo a dimettersi. Caratteristica del mobbing è anche lo svuotamento della professionalità del lavoratore, in ciò divenendo molto simile al demansionamento.

Affinché scatti il mobbing, la mortificazione può consistere in diversi tipi di condotta. La legge non le elenca (sarebbe impossibile farlo), ma definisce l’effetto che queste condotte devono avere: devono cioè essere dirette alla persecuzione o all’emarginazione del dipendente, oppure – anche in assenza di un esplicito fine persecutorio – devono essere rivolte a vessare e mortificare il lavoratore.

Non qualsiasi mortificazione ovviamente è mobbing (una semplice sgridata, per quanto ripetuta, potrebbe non essere sufficiente). Al contrario ci deve essere una lesione arrecata al lavoratore, attuata sul piano professionale, sessuale, morale, psicologico o fisico. Tanto è vero che il mobbing dà diritto al risarcimento del danno.

Definito il mobbing in questo modo ampio, la Cassazione chiarisce che esso può consistere anche nel privare il dipendente dei poteri gerarchici e non interpellarlo (laddove prima si è sempre fatto così) in modo tale da metterlo nella condizione di non poter espletare i propri compiti.

Il convenuto, responsabile del servizio di polizia amministrativa, riferiva che l’ente datore lo aveva privato degli uomini e dei mezzi per poter svolgere il suo lavoro, non lo aveva consultato sulla riorganizzazione del corpo e addirittura gli aveva distratto la posta. In buona sostanza, il lavoratore era stato isolato e mortificato e tale situazione gli aveva provocato enorme sofferenza psichica al punto da ammalarsi.

Il carattere «ostile, pretestuoso o ingiustificato» dei comportamenti del datore di lavoro è certamente prova dell’intento persecutorio di tutti i comportamenti lesivi. La privazione dei poteri gerarchici e gestori, la mancata consultazione nella riorganizzazione degli uffici, la mancata inclusione nei piani di lavoro e relativa mancata erogazione del salario accessorio, la distrazione della posta costituiscono elementi lesivi della dignità del lavoratore nel suo ruolo di preposto al servizio; se poi sono tutti accomunati dal medesimo intento unitario e da un unico filo conduttore che è quello dell’emarginazione del dipendente, la condotta mobbizzante è indiscutibile.

Le conflittuali relazioni personali all’interno dell’ufficio, realizzate al solo fine di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore, danno luogo a una azione di risarcimento del danno morale del lavoratore.

Ricordiamo tuttavia che laddove gli episodi vessatori non siano stati ripetuti e continui, ma sporadici non si potrà più parlare di mobbing. Tuttavia, per questi casi, la Cassazione ha elaborato una figura intermedia di illecito: il cosiddetto straining. Si tratta di una forma più lieve del mobbing, più facile da provare perché non richiede la reiterazione delle condotte. Anch’esso dà diritto al risarcimento del danno.


note

[1] Cass. sent. n. 10285/18 del 27.04.2018.

Autore immagine. 123rf com


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