Diritto e Fisco | Editoriale

Cause vinte contro Ministero Istruzione

5 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 maggio 2018



Che il Miur sia sommerso da battaglie giudiziarie non è certo una novità. Ecco alcuni casi in cui alla scuola italiana viene chiesto di pagare per i suoi errori

La scuola italiana – diciamolo – non è nel suo momento di massimo splendore. Piogge incessanti di ricorsi piovono ogni giorno sulla sua testa. A presentarli inviperiti insegnanti e personale scolastico precario, chiamati ormai per inerzia ad effettuare supplenze, vincitori di concorsi pubblici mai assunti, alunni bocciati che si ribellano alle orecchie da somaro affibbiate loro dai professori, famiglie che accusano la scuola di non mettere a disposizione dei loro figli con problemi il giusto numero di insegnanti di sostegno. Insomma, il momento è difficile e delicato. Sembra che in pochi ormai – dai docenti agli alunni – si sentano tutelati dall’Istituzione scolastica e dal Ministero. E quindi fioccano le partite in tribunale. Vediamo alcuni casi di cause vinte contro il Ministero dell’Istruzione, per capire meglio quando e per quali ragioni la “scuola” italiana venga punita dai giudici.

Causa contro Miur: diritto dei docenti precari a scatti d’anzianità

Tra le valanghe di ricorsi che piovono sulla testa del Ministero dell’istruzione da parte degli insegnanti precari, troviamo una vittoria di due docenti di Caserta, che hanno bussato alle porte del Tribunale, sfiancati dai continui rinnovi di contratti a tempo determinato senza le stesse tutele contrattuali di chi invece lavora a tempo indeterminato. Sul campo di battaglia c’era il mancato riconoscimento degli scatti di anzianità per chi è precario.

Con due sentenze diverse [1], il Tribunale di Roma ha risolto la questione:

  • affermando che i docenti precari hanno diritto agli scatti di anzianità al pari dei loro colleghi stabilizzati col tempo indeterminato. Quando si lavora con i contratti a termine, secondo il Tribunale, non si perdono i diritti economici di chi lavora a tempo indeterminato;
  • condannando il Ministero dell’istruzione a un risarcimento danni di oltre 25 mila euro più le spese legali a favore dei due docenti.

La causa vinta contro il Ministero dell’istruzione in questo caso afferma il principio della non discriminazione: oltre alla parità di retribuzione, i precari devono anche avere pari trattamenti economici, come gli scatti di anzianità. Ecco allora che chi si trovasse nelle stessa spirale di problemi dei due docenti casertani – quindi con rinnovi di contratti a tempo determinato per un periodo superiore a trentasei mesi – può provare a presentare ricorso.

Legge 104: Miur deve rispettare le richieste di trasferimento

Cosa succede se un Ministero importante come quello dell’istruzione non rispetta la legge 104 e chi ne è beneficiario? Semplice, viene bocciato. È successo in Sicilia, dove una docente di scuola d’infanzia – beneficiaria della 104 – ha fatto causa contro il Ministero dell’istruzione perché si era vista negare l’assegnazione provvisoria in una sede territoriale che le consentisse di prendersi cura del proprio padre, gravemente disabile.

Per chi non lo sapesse, diciamo innanzitutto che chi beneficia della legge 104 ha la possibilità – tra le tante agevolazioni – di chiedere al proprio datore (in base alle possibilità aziendali) il trasferimento in una sede di lavoro più vicina al familiare disabile di cui ci si deve prendere cura. Ma questo diritto l’Ufficio scolastico per la Sicilia l’ha negato alla maestra, nel momento in cui la donna ha presentato istanza per partecipare all’assegnazione provvisoria per la provincia di Catania. Istanza respinta. Ecco il motivo della battaglia giudiziaria.

Il Tribunale in questione [2] ha accolto il ricorso della donna, respingendo le motivazioni dell’Ufficio scolastico, secondo cui la rivedibilità dello stato di invalidità era prevista per giugno 2017 e non travalicava l’inizio dell’anno scolastico. Poco è importato per il Tribunale, anche perché da oggi il disabile non può più prenotare la visita di rivedibilità, ma deve attendere che l’Inps lo chiami. Nell’attesa i diritti permangono. Motivo per cui il Tribunale stesso ha condannato l’Ufficio scolastico all’assegnazione nella provincia di Catania (questo era l’ordine di preferenza espresso dalla docente). Assegnazione provvisoria da rifare e Miur bocciato.

Causa vinta contro Miur: alunno risarcito per locali inadeguati

La scuola a volte viene bocciata perché obbliga i suoi alunni a svolgere attività motorie in luoghi totalmente inadeguati. È successo in Salento dove un agguerrito genitore ha fatto causa al Ministero dell’istruzione perché durante l’ora di lezione l’insegnante aveva organizzato un gioco per gli alunni. Un gioco (il cosiddetto sacco pieno sacco vuoto) fatto di pericolosi accostamenti, ordinando ai bambini di posizionarsi tra banchi e sedie e saltare. Salti che alla figlia di 6 anni sono poi costati un trauma facciale e una frattura, con tanto di spese da sostenere per le cure.

Il Tribunale di Lecce [3] ha accolto il ricorso della famiglia della piccola, affermando che docenti e scuola devono vegliare sulla salute e sulla sicurezza degli alunni. E in questo caso non è successo. Il gioco era stato organizzato in un ambiente e in spazi non adeguati. Motivazione che è costata al Miur una condanna a risarcire i danni.

Causa contro Miur: assunzione obbligatoria per vincitori concorso

Il Ministero dell’istruzione continua a perdere le sue battaglie legali sul ring del precariato. A Palermo la Corte d’appello ha messo la parola fine all’incubo di – non uno solo – ma ben 30 lavoratori Ata, vincitori di un concorso molti anni fa, ma mantenuti impunemente come precari e chiamati solo con supplenze (seppur vincitori di concorso, in questa parte d’Italia sono stati mantenuti precari). Avevano presentato ricorso al Tribunale di Palermo, che non solo lo aveva accolto, ma aveva anche deciso la loro immissione a ruolo: il Miur avrebbe dovuto assumerli di ruolo. Il Ministero si è opposto a questa sentenza, ricorrendo alla Corte d’appello, che però non ne ha voluto sapere di dargli ragione. Anzi, ha confermato la decisione di primo grado del Tribunale, condannando il Miur ad assumere di ruolo i precari Ata, con un bel contratto a tempo indeterminato, a partire dalla data del 2008, con pagamenti sugli arretrati e la ricostruzione giuridica della carriera. Una causa che è costata al Miur due milioni e mezzo di euro. Un vizio procedurale ha portato la Corte a questa decisione a favore dei precari, ma è comunque un precedente che ha aperto la strada per l’immissione a ruolo, contro l’eccessivo ricorso a contratti a termine, soprattutto per chi ha già vinto concorso pubblico.

Causa contro Miur: risarcimento per mancanza ore di sostegno

La scuola dovrebbe proteggere tutti i suoi studenti, senza alcun tipo di discriminazione. Di discriminazione invece il Ministero dell’istruzione è stato accusato (e poi condannato) da un giudice siciliano. La colpa della scuola è stata quella di discriminare un suo alunno disabile, che necessitava di un insegnante di sostegno durante la sua permanenza a scuola.

Il bambino è affetto da grave disabilità, ma i suoi genitori si accorgono che, l’Istituzione che dovrebbe aiutarlo a crescere e ad essere educato al pari degli altri bambini, non aveva predisposto per il piccolo alcun monte ore di sostegno scolastico, lasciandolo allo sbando rispetto ai suoi compagni. Anche di fronte alle richieste del dirigente il Ministero ha fatto orecchie da mercante, negando le ore di sostegno. Così i genitori del bimbo hanno fatto causa al Ministero dell’istruzione, e l’hanno vinta. Il giudice del Tribunale di Sciacca ha condannato il Miur:

  • al risarcimento danni per discriminazione e per aver avuto un comportamento lesivo del diritto allo studio del bambino,
  • a porre fine alla sua condotta discriminatoria, mettendo a disposizione del bimbo un insegnante di sostegno per 25 ore settimanali.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 1132/16 dell’8 febbraio 2016.

Trib. Roma, sent. n. 1133/16 dell’8 febbraio 2016.

[2] Trib. Lucca, ord. del 18 ottobre 2017.

[3] Trib. Lecce, sent. n. 123/16 del 13 gennaio 2016.

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