Diritto e Fisco | Editoriale

Simulare una vendita per non pagare le tasse è reato?

29 Aprile 2018
Simulare una vendita per non pagare le tasse è reato?

Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte per chi finge di vendere una casa ma in realtà sta eseguendo una donazione.

Hai smesso di pagare le tasse ormai da diverso tempo: non ce la fai più coi pochi soldi rimasti e la pensione è troppo bassa per sanare la situazione pregressa. L’Agenzia delle Entrate ha accertato la presenza di redditi in nero che non hai dichiarato nei precedenti anni. Sei stato così chiamato dall’ufficio delle imposte a fornire chiarimenti in merito alla tua posizione. Fin troppo scontato immaginare che, a breve, ti arriverà un accertamento fiscale con le sanzioni. Poiché non potrai pagare neanche tali somme, giungeranno le cartelle di pagamento da parte dell’Agente della riscossione e, con queste, il rischio di un pignoramento sarà più concreto. Tutto ciò ti fa meditare su possibili soluzioni per mettere al riparto i beni: forse è meglio intestarli ai figli in modo che nessuno li possa toccare. Poiché però una donazione sarebbe facilmente contestabile, hai in mente di fingere una vendita. Nello stesso tempo, però, ti chiedi quali possano essere gli effetti di un comportamento del genere, se cioè simulare una vendita per non pagare le tasse è reato o può comportare altri problemi di tipo legale. È quello che ti spiegheremo in questo articolo.

Perché simulare una vendita?

Il rischio di chi intesta un bene a un’altra persona quando ha già maturato dei debiti o ha commesso illeciti tributari che, verosimilmente, daranno vita a richieste di pagamento da parte del fisco, è che quest’atto venga revocato. Il creditore – sia esso un soggetto privato come una banca, o un soggetto pubblico come l’Agenzia delle Entrate – può così agire in tribunale affinché tale atto di cessione venga dichiarato inefficace. Ottenuta la sentenza con la “revocatoria”, il bene ceduto al terzo può così essere pignorato liberamente dal creditore nonostante il passaggio di proprietà.

Affinché però si possa esercitare l’azione revocatoria sono necessarie una serie di condizioni, condizioni che sono più rigide se l’atto di cessione è una vendita e meno se è invece una donazione. Infatti, per ottenere una revocatoria di un atto di vendita è necessario che il creditore:

  • agisca entro cinque anni dal rogito con cui è stato ceduto il bene;
  • dimostri che, senza il bene ceduto, il patrimonio residuo del debitore è insufficiente a soddisfare le pretese del creditore (significa che non ci devono essere altri beni utilmente pignorabili);
  • dimostri che anche l’acquirente era a conoscenza della situazione debitoria del venditore e, pur conoscendo ciò, abbia accettato il rischio di acquistare il bene.

Quest’ultima prova è particolarmente difficile da fornire, quasi impossibile quando l’acquirente è un terzo estraneo, non legato da rapporti di parentela, come tale del tutto ignaro della situazione debitoria del venditore.

Invece, per ottenere una revocatoria di un atto di donazione è sufficiente

  • agire entro cinque anni dal rogito
  • dimostrare che il patrimonio residuo del debitore non è sufficiente a garantire altre forme di pignoramento.

In questo caso manca, cioè, il terzo elemento, ossia la dimostrazione della consapevolezza del terzo intestatario del bene.

Ecco perché simulare una vendita: perché in caso di vendita l’azione revocatoria è molto più difficile.

Come si simula una vendita?

Ci sono diversi modi per simulare una vendita. Di solito la simulazione viene realizzata vendendo l’immobile a un prezzo di gran lunga inferiore rispetto a quello di mercato. Così, ad esempio, una casa che vale 200mila euro viene venduta a 10mila euro. In altri casi si stabilisce come corrispettivo l’effettivo prezzo di mercato ma poi l’acquirente ne versa solo una minima parte senza che il venditore ne reclami il residuo. A riguardo la Cassazione ha di recente detto che [1] la semplice circostanza di aver concordato un prezzo irrisorio o l’aver versato solo una parte del corrispettivo non è una sufficiente prova della simulazione. In verità si tratta di una sentenza isolata visto che è proprio l’esiguità del prezzo la prova tipica della simulazione.

Cosa rischia chi simula una vendita?

Da un punto di vista civilistico, la simulazione è un atto pienamente lecito. Sono le parti, infatti, i migliori artefici dei propri interessi e possono decidere tutte le condizioni della vendita o della donazione. Tanto è vero che la simulazione è un istituto previsto e disciplinato dal nostro codice civile. Il punto però è che se la simulazione viene inscenata solo per frodare gli interessi di terzi – creditori e fisco su tutti – allora questi ultimi possono agire per tutelare i propri diritti. Il primo mezzo di tutela del terzo è, come abbiamo detto sopra, l’azione revocatoria. Essa non comporta alcun effetto sanzionatorio ma solo la facile pignorabilità dell’immobile fittiziamente venduto.

Da un punto di vista fiscale, però, le conseguenze sono ben più gravi e chi simula una vendita per non pagare le tasse commette reato. O meglio, il reato (quello di «sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte») scatta solo in presenza di determinate condizioni. Eccole qui di seguito.

Fingere una vendita per non pagare le tasse: quando è reato

Il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte è previsto da una legge speciale del 2000 [2]. La pena è la reclusione da sei mesi a quattro anni per chiunque. Commette questo reato chi, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi (ad esempio l’Irpef) o all’Iva oppure agli interessi o sanzioni amministrative relative a dette imposte compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni tali da rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. È proprio il comportamento di chi regala i propri beni per impedirvi il pignoramento. Ma attenzione: il reato scatta solo se il debito con l’erario è superiore a 50mila euro. Per somme inferiori non si commette reato.

Da quanto appena detto possiamo trarre le seguenti conclusioni:

  1. chi evade bollo auto, Imu, Tasi, Ici, e qualsiasi altra imposta diversa da Irpef, Ires e Iva non commette reato se dona i propri immobili o simula una vendita, benché rimanga privo di altri beni pignorabili;
  2. chi dona o finge di vendere i propri beni non commette reato se sta sfuggendo a un debito per Irpef o Iva di poche migliaia di euro, ossia inferiore a 50mila euro;
  3. chi vende i propri beni e non sta simulando una donazione non commette mai reato. Difatti la vendita, quando non nasconde una donazione, non comporta un impoverimento del patrimonio del debitore visto che questi, al posto del bene, otterrà dei soldi che sono anch’essi pignorabili.

La pena per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte aumenta se l’ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore a 200.000 euro: in tal caso si applica la reclusione da un anno a sei anni.

Quando si commette il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte

La condotta incriminata consiste, innanzitutto, nel donare, vendere simulatamente o compiere altri atti fraudolenti sui beni propri o altrui in modo idoneo a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva.

Il concetto di «alienazione simulata» abbraccia tutti i casi di trasferimento della proprietà di un bene, in cui la volontà manifestata non corrisponde alla reale intenzione delle parti.

Per ciò che concerne il «compimento di altri atti fraudolenti», l’espressione ha carattere residuale e comprende tutti quei negozi che non possono essere propriamente definiti “alienazioni simulate”. Lo spettro di condotte potenzialmente rilevanti è, perciò, molto ampio, potendo rilevare operazioni quali la cessione simulata di quote sociali, la costituzione fraudolenta di un fondo patrimoniale o di un “trust”, un “sale and lease back” solo apparente, ecc. [3].

Cosa si rischia in caso di condanna penale?

Oltre alle sanzioni di carattere penale che abbiamo appena visto (la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque o, se l’imposta evasa è superiore a 200mila euro, la reclusione da un anno a sei anni), il fisco può procedere alla confisca dell’immobile.


note

[1] Cass. sent. n. 5843/2018.

[2] Art. 11 del DLgs. 74/2000 per come modificata dalla L. 122/2010.

[3] Cass. sent. n. 39079/2013 e 14720/2008.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube