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Denaro contante: le norme sull’uso del cash


Denaro contante: le norme sull’uso del cash

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 maggio 2018



Contanti: la disciplina sul trasferimento e sull’antiriciclaggio; le regole sulla tracciabilità di pagamenti. I rischi di accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate tramite redditometro.

Quando si parla di soldi contanti ci sono numerose disposizioni di legge che vanno rispettate per evitare problemi con la giustizia o il fisco. Ci sono, da un lato, le norme che vietano il trasferimento di contanti tra soggetti diversi per importi pari o superiori a 3.000 euro (è del tutto irrilevante il fine lecito della movimentazione); dall’altro lato ci sono le disposizioni di carattere fiscale che impongono accortezza in tutti gli acquisti e i versamenti in banca, trattandosi di attività che potrebbero ingenerare sospetti circa la provenienza del denaro (l’Agenzia delle Entrate potrebbe presumere che si tratti di nero se non si riesce a dimostrare il contrario). In questo articolo ci occuperemo della disciplina legale dei contanti, ossia quali sono le norme che ne regolano il trasferimento e quali regole bisogna rispettare per evitare di subire sanzioni di carattere tributario. Il tutto alla luce di una recente ordinanza emessa dalla Cassazione [1] che ha trattato, più da vicino, l’argomento.

Divieto di trasferimento di contanti o di libretti di deposito al portatore

La legge [2] vieta il trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, «siano esse persone fisiche o giuridiche» quando il valore oggetto di trasferimento è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro.

Questo significa che:

  • fino a 2.999,99 euro si possono scambiare soldi in contanti;
  • da 3.000 euro in su invece bisogna effettuare il pagamento tramite strumenti tracciabili come i bonifici bancari, i pagamenti con carta di credito o bancomat, gli assegni bancari o circolari.

Tale divieto riguarda qualsiasi tipo di trasferimento del denaro tra soggetti diversi (quindi anche quando i soldi vengono versati a una pubblica amministrazione per le tasse) ed a prescindere dalle ragioni per cui vengono posti in essere tali scambi di denaro; è indifferente cioè che si tratti di vendite, donazioni, prestiti, ecc.

Pagamenti a rate in contanti

Il trasferimento di contanti oltre la soglia è vietato anche se avviene tramite importi frazionati che, singolarmente considerati, sono inferiori al limite. Ad esempio è illecito corrispondere 3mila euro in tre rate da mille euro versate in contanti, a meno che il pagamento rateale sia una prassi commerciale in un determinato settore (si pensi ai lavori edili che vengono pagati a SAL ossia a stati di avanzamento d’opera) o concordato anticipatamente nel contratto (si pensi a una cura dentistica dove l’intero trattamento dura diversi mesi e ad ogni seduta viene corrisposta una rata, oppure al compenso di un avvocato retribuito in base alle fasi processuali).

In pratica, l’acquisto di un bene per 8.000 euro può essere rateizzato in otto tranches in contanti da 1.000 euro cadauna, ma non in due da 4.000 euro. Mentre resta vietato il frazionamento funzionale all’elusione della disciplina.

Quando è possibile pagare più di 3mila euro in contanti

Il trasferimento di contanti superiori a 3mila euro può tuttavia essere eseguito per il tramite di banche, Poste Italiane, istituti di moneta elettronica e istituti di pagamento. In pratica, bisognerà recarsi allo sportello di uno di tali intermediari e consegnare loro la somma. Questi emetteranno un documento scritto che traccerà il trasferimento del contante. A decorrere dal terzo giorno lavorativo successivo a quello dell’accettazione, il beneficiario ha diritto di ottenere il pagamento nella provincia del proprio domicilio.

Quando non si applica il divieto di trasferimento in contanti

Il pagamento in contanti superiore alla soglia di 3.000 euro non si applica ai versamenti di denaro in banca o alle poste, trattandosi di operatività non configurabile come trasferimento tra soggetti diversi. È il caso del correntista che versi sul proprio conto corrente 5mila euro: il dipendente dell’istituto di credito non può né opporre ostacoli né pretendere di sapere la provenienza del denaro. Tuttavia, l’operazione viene “tracciata” e, tramite l’anagrafe dei conti correnti, arriva direttamente all’Agenzia delle Entrate. Il che potrebbe creare un altro tipo di problema che più avanti analizzeremo.

Quindi, condizione perché operi il divieto di trasferimento dei contanti è che gli stessi passino di proprietà tra soggetti diversi. Ma cosa si intende per «soggetti diversi»? La legge si riferisce ad entità giuridiche distinte. Si pensi, a titolo esemplificativo, a quei trasferimenti intercorsi tra:

  • due società;
  • il socio e la società di cui questi fa parte;
  • società controllata e società controllante;
  • legale rappresentante e socio;
  • due società aventi lo stesso amministratore;
  • una ditta individuale ed una società, nelle quali le figure del titolare e del rappresentante legale coincidono.

Il tutto per acquisti o vendite, per prestazioni di servizi, per acquisti a titolo di conferimento di capitale, o per il pagamento dei dividendi.

Money transfer

È, invece, pari a 999,99 euro il limite per il servizio di rimessa di denaro (cosiddetto “money transfer“). Vale a dire che l’utilizzo di tale servizio non è possibile per importi pari o superiori a 1.000,00 euro.

Turisti stranieri

I turisti stranieri, ancora, possono effettuare acquisti in contanti entro il limite di 10.000,00 euro. In particolare, il limite in questione è stato ridotto da 15.000 a 10.000 euro, a decorrere dal 4.7.2017 [3].

La deroga al divieto di trasferimento di denaro contante per importi pari o superiori al limite generale, ma inferiori a 10.000 euro, opera per l’acquisto di beni e di prestazioni di servizi legate al turismo, effettuati:

  • da persone fisiche di cittadinanza diversa da quella italiana e comunque diversa da quella di uno dei Paesi dell’Unione europea (ovvero dello Spazio economico europeo), che abbiano residenza fuori dal territorio dello Stato italiano;
  • presso esercenti il commercio al minuto, o attività assimilate, e presso agenzie di viaggi e turismo.

Sanzioni

Chi viola la norma sul divieto di trasferimenti in contanti subisce una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 a 50.000 euro [4].

Per le violazioni che riguardano importi superiori a 250.000 euro, la sanzione è quintuplicata nel minimo e nel massimo edittali.

I professionisti e i contanti

I limiti all’utilizzo del denaro contante presentano rilevanti conseguenze per i professionisti. Innanzitutto, si vieta di incassare in contanti, in un’unica soluzione, le parcelle di importo pari o superiore a 3.000 euro. Ma la soglia in questione riguarda i professionisti tenuti agli adempimenti antiriciclaggio anche da un differente punto di vista. Essi, infatti, sono obbligati a comunicare alle competenti Ragionerie territoriali dello Stato le infrazioni alle violazioni dei limiti di utilizzo del denaro contante delle quali acquisiscano notizia nello svolgimento della propria attività. La comunicazione in questione può essere redatta in carta libera ed inviata tramite raccomandata A/R.

In essa occorre trascrivere:

  • caratteristiche dell’infrazione;
  • generalità del soggetto (o dei soggetti) che ha (o che hanno) commesso l’infrazione;
  • generalità del segnalante;
  • circostanze in cui il segnalante ha preso atto dell’infrazione.

La comunicazione non va effettuata quando oggetto dell’infrazione è un’operazione di trasferimento segnalata come operazione sospetta di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo [5].

La violazione di tale norma è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 a 15.000 euro.

Prelievi e versamenti in banca

Come abbiamo detto prelievi e versamenti per importi di contanti superiori a 2.999,99 euro non costituiscono una violazione della normativa in questione (trattandosi di operazioni non configurabili come trasferimento tra soggetti diversi).

Tuttavia, l’Agenzia delle Entrate riceve ugualmente le segnalazioni di prelievi e versamenti grazie all’Anagrafe dei conti correnti. La legge, in materia, dà al fisco la possibilità di presumere che tutti i soldi depositati in banca, che non abbiano una corrispondente giustificazione nella dichiarazione dei redditi, siano soldi ricevuti in nero. In altre parole tutti i contanti versati sul conto (così come i bonifici ricevuti) si considerano “redditi” e come tali soggetti a tassazione. Per cui, se il contribuente non dimostra che tale denaro è esentasse (ad esempio una donazione) o è già stato tassato alla fonte (ad esempio una vincita al gioco) subirà un accertamento fiscale. Con la conseguenza che dovrà versare le imposte sui contanti versati in banca oltre alle relative sanzioni.

Al contrario dei versamenti, i prelievi invece non sono soggetti a controllo del fisco, salvo si tratti di imprenditori (per i quali il controllo non scatta entro il limite massimo di mille euro al giorno e comunque non oltre 5mila euro al mese).

Contanti per acquisto di beni di lusso

L’uso di contanti per l’acquisto di beni di lusso non si sottrae al controllo dell’Agenzia delle Entrate quando l’operazione viene comunicata al fisco. Ciò succede per tutti gli acquisti in cui è necessario fornire il proprio codice fiscale o i cui beni sono soggetti a registrazione: si pensi a contratti di mutuo o polizze assicurative; all’acquisto di case, auto o barche soggette a registrazione; viaggi, locazioni, leasing, ecc. In tali ipotesi, l’Agenzia delle entrate rileva, tramite il redditometro, se la spesa sostenuta per l’acquisto o per i costi di gestione e mantenimento del bene superano del 20% il reddito dichiarato dal contribuente; se così dovesse essere, quest’ultimo viene chiamato presso l’ufficio delle imposte a fornire chiarimenti e, in mancanza di valide prove (scritte) circa la provenienza del denaro, scatta l’accertamento fiscale.

note

[1] Cass. ord. n. 10147/18 del 26.04.2018.

[2] Art. 49 co. 1 del DLgs. 231/2007 (come rivisto dal DLgs. 90/2017).

[3] Art. 8 co. 15 del DLgs. 90/2017 (in linea con la previsione dell’art. 2 § 1 lett. d) della Direttiva 2015/849/UE).

[4] Art. 63 co. 1 del DLgs. 231/2007.

[5] Art. 51 co. 3 del DLgs. 231/2007.

[6] Art. 35 co. 1 terzo periodo del DLgs. 231/2007.

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