Diritto e Fisco | Editoriale

Paradisi fiscali: cosa sono

1 maggio 2018


Paradisi fiscali: cosa sono

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 maggio 2018



Quali sono i paradisi fiscali inseriti nella black list e cosa implica sposare la residenza in uno degli Stati a tassazione agevolata?

Quando si parla di paradisi fiscali, l’immaginario corre verso isole tropicali, minuscole sul mappamondo e caratterizzate da una ricchezza distribuita in modo non uniforme. In verità, il termine «paradiso» non è riferito all’aspetto naturalistico, ma alla tassazione. Il paradiso fiscale, infatti, non è che uno Stato dove i soggetti «non residenti» pagano tasse in misura minima o godono di grosse agevolazioni. Lo scopo, ovviamente, è quello di incentivare l’afflusso di capitali stranieri. Ecco perché, di solito, i paradisi fiscali sono quasi sempre Paesi dall’economia interna non particolarmente fiorente (salvo alcune rare eccezioni): la loro ricchezza deriva quasi tutta dall’estero. In questo articolo cercheremo di capire cosa sono i paradisi fiscali e qual è la disciplina applicabile in questi casi a chi dichiara una residenza all’estero per pagare meno tasse.

Per pagare meno tasse bisogna trasferirsi all’estero

A chi non piacerebbe pagare meno tasse? Tuttavia, per “contratto sociale”, nel momento in cui si accetta di vivere in uno Stato bisogna accettare pro e contro: non si possono prendere solo i benefici (fosse anche solo la possibilità di calpestare il suolo pubblico) senza contribuire alla spesa pubblica. Ecco perché il principio generale che regola la tassazione in tutti gli Stati moderni è quello della residenza effettiva. Chi però dichiara fittiziamente una residenza nei paradisi fiscali al solo scopo di non pagare le tasse nel Paese ove di fatto continua a risiedere, commette un illecito tributario e rischia un procedimento penale. Ecco perché chi ha la residenza nei paradisi fiscali viene visto con maggior sospetto dal Fisco. In questi casi, infatti, sono richieste tutta una serie di prove per dimostrare che non c’è intento evasivo. Un decreto Ministeriale, costantemente aggiornato, indica quali sono i Paradisi fiscali, quelli cioè con tassazione notevolmente più bassa rispetto a quella italiana. Tali Paesi vengono inseriti in una black list, una lista nera che dà luogo a maggiori obblighi di informazione. Dall’altro lato ci sono i Paesi inseriti nella white list, la lista bianca, che non danno invece origine ad alcun sospetto di irregolarità fiscale. Proprio per intensificare la lotta all’evasione fiscale, gli Stati hanno iniziato a stringere rapporti di collaborazione al fine di comunicare l’un l’altro i patrimoni dei soggetti stranieri. La nuova disciplina, che in Italia è entrata in vigore dal 1° gennaio 2017, implica l’obbligo della raccolta e della trasmissione, da parte delle banche e degli altri istituti finanziari esteri, di tutti i dati anagrafici e patrimoniali dei propri clienti residenti fiscalmente all’estero. In pratica, la banca dovrà fotografare l’identikit del cliente e trasmetterlo all’Amministrazione finanziaria dello Stato di provenienza, ove questi ha la residenza fiscale. Questo sistema di condivisione automatica dei dati dei contribuenti si chiama Crs (Common reporting standard) ed è diventato lo standard dei 3/5 degli Stati globali, di fatto in tutti quelli più evoluti.

Paradiso fiscale: cos’è?

Volendo fornire una definizione corretta di paradiso fiscale possiamo dire che si tratta di quegli Stati i cui ordinamenti tributari impongono aliquote molto basse o concedono particolari agevolazioni fiscali per i non residenti al fine di assicurare l’afflusso di capitali e/o la realizzazione di insediamenti produttivi e finanziari con capitali esteri. Sovente, i soggetti agevolati sono tenuti al versamento di una somma iniziale al momento dell’iscrizione all’anagrafe tributaria dello Stato stesso. La normativa tributaria prevede alcune disposizioni di sfavore indirizzate, da un lato, a persone fisiche che risiedono in Stati considerati a fiscalità privilegiata inseriti nella black list e, dall’altro, a componenti reddituali derivanti da investimenti in società localizzate negli Stati a fiscalità privilegiata (regime CFC).

Quali sono i Paradisi fiscali?

A partire dal 1° gennaio 2016, il criterio impiegato per individuare gli Stati o territori a fiscalità privilegiata e i regimi fiscali speciali attiene al livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello applicabile in Italia.  I Paesi inseriti della black list italiana sono:

  1. Alderney (Aurigny)
  2. Andorra (Principato d’Andorra)
  3. Anguilla
  4. Antigua e Barbuda (Antigua and Barbuda)
  5. Antille Olandesi (Nederlandse Antillen)
  6. Aruba
  7. Bahama (Bahamas)
  8. Bahrein (Dawlat al-Bahrain)
  9. Barbados
  10. Belize
  11. Bermuda
  12. Brunei (Negara Brunei Darussalam)
  13. Costa Rica (Republica de Costa Rica)
  14. Dominica
  15. Ecuador (Republica del Ecuador)
  16. Emirati Arabi Uniti (Al-Imarat al-‘Arabiya al Mullahida)
  17. Filippine (Pilipin)
  18. Gibilterra (Dominion of Gibraltar)
  19. Gibuti (Djibouti)
  20. Grenada
  21. Guernsey (Bailiwick of Guernsey) Hong Kong (Xianggang)
  22. Isola di Man (Isle of Man)
  23. Isole Cayman (The Cayman Islands)
  24. Isole Cook
  25. Isole Marshall (Republic of the Marshall Islands)
  26. Isole Vergini Britanniche (British Virgin Islands)
  27. Jersey
  28. Libano (Al-Jumhuriya al Lubnaniya)
  29. Liberia (Republic of Liberia)
  30. Liechtenstein (Furstentum Liechtenstein)
  31. Macao (Macau)
  32. Malaysia (Persekutuan Tanah Malaysia)
  33. Maldive (Dive hi)
  34. Maurizio (Republic of Mauritius)
  35. Monaco (Principauté de Monaco)
  36. Monserrat
  37. Nauru (Republic of Nauru)
  38. Niue
  39. Oman (Saltanat ‘Oman)
  40. Panama (Republica de Panamà) Polinesia Francese (Polynesie Française)
  41. Saint Kilts e Nevis (Federation of Saint Kilts and Nevis)
  42. Saint Lucia
  43. Saint Vincent e Grenadine (Saint Vincent and the Grenadines)
  44. Samoa (Indipendent State of Samoa)
  45. Sark (Sercq)
  46. Seicelle (Republic of Seychelles)
  47. Singapore (Republic of Singapore)
  48. Svizzera (Confederazione Svizzera)
  49. Taiwan (Chunghua MinKuo)
  50. Tonga (Puleanga Tonga)
  51. Turks e Caicos (The Turks and Caicos Islands)
  52. Tuvalu (The Tuvalu Islands)
  53. Uruguay (Republica Oriental del Uruguay)
  54. Vanuatu (Republic of Vanuatu)

Cosa comporta trasferirsi in un Paradiso fiscale?

Il Decreto Ministeriale del 4 maggio 1999 indica la lista degli Stati o territori per i quali opera la presunzione relativa di residenza fiscale delle persone fisiche. In base a tale norma si considerano residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati o territori black list. In pratica, lo svantaggio dei soggetti che “emigrano” nei Paradisi fiscali è che devono dimostrare l’effettività della residenza. Difatti, per legge, si presumono residenti in Italia i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente ed emigrati nei paradisi fiscali, anche quando l’emigrazione sia avvenuta transitando anagraficamente per uno Stato non ricompreso fra i paradisi fiscali. Spetta al contribuente – anziché all’Agenzia delle Entrate – provare l’effettività del trasferimento e la conseguente perdita di residenza in Italia. La dimostrazione dell’assunzione di un reale e duraturo rapporto con lo Stato di immigrazione e della conseguente insussistenza nel nostro Paese della dimora abituale (residenza) o del complesso dei rapporti afferenti gli affari e gli interessi, allargati, oltre che agli aspetti economici, a quelli familiari, sociali e morali (domicilio), può essere data con qualsiasi mezzo di prova di natura documentale o dimostrativa. Fra i principali aspetti utili per dimostrare l’effettività del trasferimento all’estero figurano la sussistenza della dimora abituale all’estero, effettiva frequenza dei figli presso istituti scolastici del Paese estero, rapporto lavorativo a carattere continuativo stipulato nello stesso paese estero, acquisto o locazione di residenze, fatture di erogazione di gas, luce, telefono, ecc.

Trasferimento della residenza in paradisi fiscali

I cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Paesi a fiscalità privilegiata si considerano residenti in Italia, salvo prova contraria. A tal fine, occorre fare riferimento alla black list emanata con il DM 4.5.99.

La norma non incide sui presupposti a fronte dei quali il soggetto si considera residente ai fini fiscali in Italia piuttosto che all’estero, bensì pone a carico del soggetto che si è trasferito all’estero l’onere di dimostrare la propria residenza estera, laddove in termini generali è, invece, l’Amministrazione finanziaria che, se intende accertare la residenza italiana di un determinato soggetto, deve provare la sussistenza delle condizioni che possono avvalorare il proprio convincimento.

Inversione dell’onere della prova

Ai fini della dimostrazione dell’effettivo trasferimento della residenza fiscale all’estero, il contribuente potrebbe utilizzare i seguenti elementi di prova:

  • disponibilità di un’abitazione permanente nel Paese estero adeguata ai bisogni abitativi personali e familiari;
  • stipula di contratti di locazione o acquisto di immobili residenziali adeguati ai bisogni abitativi personali e familiari;
  • pagamento di canoni per la fornitura di servizi (acqua, luce, gas, telefono, ecc.) nel Paese estero;
  • assenza di unità immobiliari tenute a disposizione in Italia;
  • svolgimento di un rapporto di lavoro a carattere continuativo o di attività economica nel Paese estero;
  • mantenimento della famiglia all’estero, con iscrizione ed effettiva frequenza dei figli in istituti scolastici o di formazione del Paese estero;
  • accreditamento nel Paese estero di proventi ovunque conseguiti e movimentazione di somme di denaro o altre attività finanziarie;
  • possesso all’estero di beni anche mobiliari;
  • eventuale iscrizione nelle liste elettorali del Paese estero.

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