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Diagnosi in ritardo e morte del paziente: medico responsabile?

1 Maggio 2018
Diagnosi in ritardo e morte del paziente: medico responsabile?

Responsabilità medica da omessa o ritardata diagnosi di un male incurabile e terminale: l’impossibilità della scelta terapeutica, la riduzione dei giorni di vita e l’abbassamento della qualità della stessa vita nel residuo periodo, fa scattare il risarcimento del danno.

Quando si parla di responsabilità medica spesso è necessario introdurre temi delicati e dolorosi come la morte. Morte che, in determinati casi, non può essere evitata neanche dagli stessi sanitari, dalle macchine e dalle cure, ma che una diagnosi corretta, tempestiva e scrupolosa può quantomeno alleviare o posticipare di qualche mese. Che succede se un medico si accorge in ritardo del male incurabile di cui è affetto il proprio paziente e quest’ultimo decede? Certo, se il decesso è stato causato proprio dall’errore del professionista, risultando invece che un tempestivo accertamento della patologia avrebbe evitato l’esito infausto della malattia, allora non vi sono dubbi sulla sua responsabilità. Potrebbe invece apparire diversa l’ipotesi in cui il dottore, pur colpevole di non aver saputo individuare subito il male, non avrebbe comunque potuto evitare la morte neanche attivandosi in tempo. In tale ipotesi, nonostante la morte (scontata) del paziente, il medico è responsabile per la diagnosi in ritardo? La questione è stata più volte analizzata dalla Cassazione: le sentenze non lasciano scampo al sanitario. Vediamo cosa è stato detto in tali occasioni. 

Si parla di responsabilità medica da ritardo nella diagnosi: secondo i giudici essa configura una lesione del bene “vita” che, di per sé stesso, ha un valore indiscutibile, a prescindere dalla sua durata. La colpa del medico non sta nell’aver sottratto al paziente le chances di salvarsi (che, come detto, potrebbero non sussistere affatto), ma nell’aver violato il suo diritto di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali anche negli ultimi giorni della propria esistenza (ad esempio il compiere determinate attività piuttosto che altre). Insomma, la responsabilità medica da ritardata diagnosi consiste nella lesione di un bene già di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale; una volta attestato il colpevole ritardo diagnostico di una condizione patologica a esito certamente infausto, non è necessario dimostrare alcun danno perché esso è già implicito e scontato nell’errore medico, al di là dell’impossibilità di salvare il malato. Tuttavia il risarcimento, non potendo essere quantificato secondo criteri certi e oggettivo, dovrà essere liquidato in via “equitativa”, ossia secondo quanto appare giusto al giudice [1].

Potrebbe anche succedere che un medico scambi un tumore ormai in fase irreversibile per una semplice ciste e non faccia compiere al proprio paziente le dovute indagini. In questi casi la responsabilità medica per l’omessa diagnosi di un processo morboso terminale scatta sia quando l’errore ha tolto al malato la possibilità di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, sia per la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante il decorso della patologia, una “migliore qualità della vita”, intesa come possibilità di programmare, anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure [2] il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito [3].

Sempre la Cassazione ha detto [4] che l’omissione della diagnosi di una malattia terminale nega al paziente, oltre alla scelta – se possibilità di scelta vi sia – tra le varie alternative che la medicina suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto (la cosiddetta «impossibilità di scelta terapeutica»), anche di essere messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista e fino a quell’esito. Il che fa scattare il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale. Il danno può derivare quindi anche dall’aver eseguito in ritardo un intervento chirurgico che, magari, se effettuato in tempo, pur non salvando il malato, gli avrebbe consentito di vivere qualche settimana o mese in più e in modo tale da conservare, durante quel residuo periodo concessogli dalla natura, una qualità di vita migliore. 


note

[1] Cass. sent. n. 7260/2018.  

[2] Cass. sent. n. 21748/2007.

[3] Cass. sent. n. 16993/2015.

[4] Cass. sent. n. 23846/2008.


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