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Interpello: che valore ha la risposta dell’Agenzia Entrate?

1 maggio 2018


Interpello: che valore ha la risposta dell’Agenzia Entrate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 maggio 2018



Come fare interpello, dove si presenta, come si scrive e che valore legale ha la risposta fornita dal fisco in caso di contestazioni.

Quando hai un dubbio in materia fiscale ed anche il tuo consulente è incerto sulla via da intraprendere, non ti fidare delle risposte che ti dà internet ma chiedi direttamente all’Agenzia delle Entrate. Questo servizio si chiama interpello: è la stessa legge che lo disciplina, mettendolo a disposizione di tutti i contribuenti che non sanno come interpretare o applicare una norma di carattere fiscale. L’interpello ti evita di sbagliare e di subire accertamenti e sanzioni che scatterebbero nonostante la tua buona fede, visto che la legge non ammette ignoranza. Ma attenzione: la risposta all’interpello non ha valore vincolante per la generalità dei cittadini (come potrebbe averlo invece una norma di legge), ma solo per chi “porge” la domanda. Per cui, se ti dovesse assalire la tentazione – magari per accelerare i tempi – di adeguarti alla risposta fornita in precedenza dal fisco a un interpello proposto già da altri contribuenti sappi che non sarai giustificato per l’eventuale sbaglio e potresti subire lo stesso una contestazione. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo, in caso di interpello, che valore ha la risposta dell’Agenzia delle Entrate.

Quanti tipi di interpello esistono?

Chi vuol proporre un interpello deve attenersi alle disposizioni approvate dall’Agenzia delle Entrate con un apposito provvedimento [2]. In particolare esistono cinque diversi tipi di interpello:

  • interpello ordinario interpretativo;
  • interpello ordinario qualificatorio;
  • interpello probatorio;
  • interpello anti-abuso;
  • interpello disapplicativo.

I presupposti sono diversi ma sono identiche le regole di procedura per la presentazione dell’istanza. Qui di seguito cercheremo di spiegarne la natura e il fondamento.

Interpello ordinario interpretativo

È quello a portata più generale. Vi si ricorre quando vi è un dubbio rispetto all’interpretazione e/o applicazione di una legge obiettivamente incerta rispetto a una fattispecie concreta. Il contribuente può richiedere un parere riguardante fattispecie concrete e personali relativamente all’applicazione delle disposizioni tributarie, quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza sulla corretta interpretazione di tali disposizioni. Non è possibile ottenere risposta se l’agenzia delle Entrate ha già fornito la soluzione al quesito con circolari e risoluzioni già pubblicate. Per cui il contribuente deve prima verificare, dal sito dell’Agenzia delle Entrate, se risultano documenti che trattino lo stesso quesito.

Interpello ordinario qualificatorio

In questo caso il contribuente richiede un parere su fattispecie concrete e personali relativamente alla corretta qualificazione di una fattispecie, quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza. In pratica, qui non è in dubbio l’interpretazione della legge ma la qualificazione da dare al fatto, al caco concreto e quindi quale legge è applicabile allo stesso (legge che, in tal caso, risulta chiara). È il caso ad esempio della riconoscibilità di una determinata spesa nella categoria delle detrazioni previste dalla normativa.

Interpello probatorio

Consente di interpellare l’Amministrazione circa la sussistenza delle condizioni o l’idoneità degli elementi probatori richiesti dalla legge ai fini dell’accesso a «specifici regimi fiscali» nei casi espressamente previsti. 

A differenza dell’interpello ordinario, che può essere presentato per qualsiasi dubbio interpretativo sulla legge, l’interpello probatorio riguarda solo casi tassativi (elencati in nota [3]); spetta al contribuente l’onere di fornire nell’istanza ogni elemento di valutazione utile ai fini della risposta. 

Interpello anti abuso

È quello volto ad escludere che un determinato possa essere inquadrato come «abuso del diritto» (nuovo nome con cui viene chiamata l’elusione fiscale). Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi indebiti.

Le istanze non potranno “genericamente limitarsi a chiedere il parere dell’Agenzia in ordine alla abusività di una determinata operazione o fattispecie”, ma dovranno riportare in dettaglio:

  1. gli elementi qualificanti l’operazione;
  2. il settore impositivo rispetto al quale l’operazione pone il dubbio applicativo;
  3. le norme di riferimento, comprese quelle passibili di contestazione in termini di abuso del diritto;
  4. le “valide ragioni extrafiscali, non marginali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale del contribuente” che consentono di qualificare l’operazione come non abusiva.

Interpello disapplicativo

Consente di ottenere un parere in ordine alla sussistenza delle condizioni per disapplicare norme tributarie antielusive che limitano deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta o altre posizioni soggettive. Ha natura obbligatoria. Tant’è che la mancanza presentazione comporta una sanzione da 2mila a 21mila euro. 

Quando va presentato l’interpello?

Non si può presentare un interpello dopo aver posto in essere il comportamento oggetto di dubbio interpretativo, né tantomeno dopo che l’Agenzia delle Entrate si è mossa per contestare la condotta al contribuente. L’istanza di interpello va fatta in via anticipata ossia:

  • prima della scadenza dei termini ordinari di presentazione della dichiarazione;
  • prima dell’assolvimento degli obblighi tributari oggetto dell’istanza o comunque connessi alla fattispecie cui si riferisce l’istanza.

Cosa deve contenere l’istanza di interpello?

L’istanza di interpello può essere redatta in forma libera, quindi senza bisogno di bolli. Essa deve contenere, oltre ovviamente alla firma del contribuente:

  • i dati identificativi dell’istante ed eventualmente del suo legale rappresentante, compreso il codice fiscale;
  • l’indicazione della tipologia di istanza di interpello (ordinario interpretativo, ordinario qualificatorio, probatorio, anti-abuso, disapplicativo);
  • la descrizione circostanziata e specifica della fattispecie;
  • le specifiche disposizioni di cui si richiede l’interpretazione, l’applicazione o la disapplicazione;
  • l’esposizione chiara e univoca della soluzione proposta;
  • l’indicazione del domicilio e dei recapiti, anche telematici dell’istante o dell’eventuale domiciliatario presso il quale devono essere effettuate le comunicazioni dell’ufficio e deve essere comunicata la risposta;
  • la sottoscrizione con firma autografa o digitale dell’istante, del suo legale rappresentante o del procuratore generale o speciale incaricato.

Inoltre, con l’istanza va allegata:

  • se la presentazione avviene tramite il proprio intermediario, la procura generale o speciale, se non contenuta in calce o a margine dell’atto;
  • copia della documentazione rilevante ai fini della risposta non in possesso dell’amministrazione interessata o delle altre amministrazioni pubbliche indicate dall’istante.

Se la risposta presuppone accertamenti tecnici non di competenza dell’amministrazione interessata, occorre allegare i pareri resi dall’ufficio competente.

Se l’ufficio ritiene incompleta l’istanza, invita al contribuente, entro 30 giorni, l’invito a regolarizzare la domanda.

Interpello: dove si presenta?

Le istanze di intere

  • consegna a mano;
  • spedizione a mezzo plico raccomandato con avviso di ricevimento;
  • invio a mezzo posta elettronica certificata (PEC);
  • trasmissione con un servizio telematico in rete dell’Agenzia delle Entrate (non ancora operativo);
  • invio a mezzo posta elettronica ordinaria (per i soli contribuenti non residenti che non hanno nominato un domiciliatario nel territorio dello Stato).

Che valore legale ha la risposta all’interpello?

Occupiamoci ora del valore legale della risposta che l’Agenzia delle Entrate dà all’istanza di interpello presentata dal contribuente. Non vi è dubbio che, per il contribuente che decide di adeguarsi al parere fornito dall’ufficio, non possono scattare sanzioni o accertamenti [4]. Ma nello stesso tempo, il parere fornito dall’ufficio non è vincolante e il contribuente ben potrebbe decidere di comportarsi diversamente, salvo poi, in caso di contestazioni, sollevare la questione della corretta interpretazione davanti al giudice. In pratica, l’interpello vincola solo l’Agenzia delle Entrate mentre il cittadino può decidere di non uniformarsi al parere ricevuto. Non dimentichiamoci, infatti, che il vero interprete della legge è l’autorità giudiziaria e non la pubblica amministrazione che, tutt’al più, può sposare una tesi piuttosto che un’altra. Gli uffici dell’Agenzia delle Entrate, invece, salva la possibilità di rettificare il parere, non possono emettere atti impositivi e/o sanzionatori difformi dal contenuto della risposta fornita in sede di interpello, sempre che quanto prospettato dal contribuente coincida con quanto accertato.

Diversa è però l’ipotesi in cui un contribuente decide di adeguarsi alla risposta all’interpello fornita in precedenza dall’Agenzia delle Entrate a un diverso contribuente. In tal caso, la risposta all’interpello non ha valore per gli altri contribuenti che potrebbero ugualmente rischiare un accertamento pur adeguandosi a quanto detto dallo stesso ufficio. L’interpello infatti interessa esclusivamente il singolo contribuente che ha formulato l’istanza e questioni specifiche. Ne consegue che è legittima la censura ad una società che si sia uniformata ad una risposta di una Direzione regionale, su un caso analogo, ma richiesta da altro contribuente. 

Interpello senza risposta

Che succede se l’Agenzia delle Entrate non risponde all’interpello? In caso di mancata pronuncia da parte dell’Agenzia, si forma il silenzio assenso sulla soluzione interpretativa indicata dal contribuente, ossia la stessa è da ritenersi accettata. 

note

[1] Cass. ord. n. 9719/2018.

[2] Ag. Entrate provv. n. 27 del 4.01.2016.

[3] Rientrano nell’ambito di applicazione dell’interpello probatorio le seguenti fattispecie:

– indeducibilità dei costi derivanti da operazioni con imprese residenti o localizzate in Paesi “black list” di cui art. 110 co. 10 e 11 del TUIR (tipologia di interpello abrogata per i periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31.12.2015);

– disciplina delle CFC di cui all’art. 167 del TUIR (interpello ex obbligatorio);

– acquisizione di partecipazioni, da parte di enti creditizi, nell’ambito di interventi finalizzati al recupero di crediti bancari di cui all’art. 113 del TUIR (interpello ex obbligatorio);

– continuazione del consolidato nazionale dopo l’effettuazione di alcune operazioni di – riorganizzazione di cui all’art. 124 co. 5 del TUIR (interpello ex obbligatorio);

– accesso al consolidato mondiale di cui all’art. 132 del TUIR (interpello ex obbligatorio);

– disapplicazione della disciplina sulle società non operative o in perdita sistematica di cui all’art. 30 della L. 724/94 (interpello ex obbligatorio);

– riconoscimento del beneficio ACE, in presenza di operazioni infragruppo che potrebbero comportare la duplicazione del beneficio, ai sensi dell’art. 10 del DM 14.3.2012 (interpello ex obbligatorio);

– accesso al regime dei neo domiciliati (art. 24-bis del TUIR).

[4] cass. sent. n. 20421/2010.


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