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Diritto all’onore e alla reputazione: come è tutelato?

2 maggio 2018


Diritto all’onore e alla reputazione: come è tutelato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 maggio 2018



Come punire ingiuria e diffamazione: la querela e l’azione di risarcimento del danno. Le differenze con la calunnia.

Si parla spesso di onore e reputazione come di beni fondamentali della persona, ma i confini di tali diritti, per come percepiti dai cittadini, sono spesso soggettivi, dettati a volte da un eccessivo amor proprio ed altre da una visione arcaica della società. Chiaramente la legge non può tutelare onore e reputazione in modo diverso a seconda della misura in cui la vittima si senta offesa. Il criterio di quantificazione del risarcimento e la relativa punizione al colpevole devono essere uguali per tutti, ossia secondo metri oggettivi, dell’uomo medio, pur tenendo conto dei concreti danni dimostrati caso per caso. Ecco perché esistono delle norme che stabiliscono come è tutelato il diritto all’onore e alla reputazione, quando entrano in gioco e fino a che limite di risarcimento si può richiedere in caso di violazioni. La materia, peraltro, è stata fortemente innovata da un recente decreto legislativo [1] che ha depenalizzato il reato di ingiuria, trasformandola in un semplice illecito civile. Ma procediamo con ordine.

Come è protetto il diritto all’onore e alla reputazione

L’onore delle persone è tutelato, nel nostro ordinamento in tre modi:

  1. dalle norme del diritto penale che puniscono la diffamazione;
  2. dalle norme del diritto civile che puniscono l’ingiuria;
  3. dalle norme del diritto civile che consentono all’offeso di chiedere il risarcimento del danno subito sia in caso di ingiuria che di diffamazione.

Qual è la differenza tra ingiuria, diffamazione e calunnia?

Nel linguaggio comune, i termini «ingiuria», «diffamazione» e «calunnia» vengono spesso usati con riferimento allo stesso significato. Invece per il diritto si tratta di tre illeciti differenti. Senza voler entrare troppo nel tecnico possiamo dire che:

  • l’ingiuria è l’offesa recata all’onore e al decoro di una persona presente nel momento in cui viene proferita la frase. Se la vittima si trova altrove non si può parlare di ingiuria. La cassazione ha ritenuto che vi sia ingiuria [2] nella lettera indirizzata a una professoressa dalla madre di un alunno bocciato, nella quale si affermava come l’insegnante “non fosse degna” del proprio alunno e avesse consapevolmente evitato di tenere conto dei progressi dello scolare. Entrambe le espressioni sono state ritenute offensive perché sviliscono le qualità morali e professionali dell’insegnante ritenuta non all’altezza di insegnare all’alunno e scorretta nel compiere il proprio dovere;
  • la diffamazione è l’offesa alla altrui reputazione commessa comunicando con altre persone, che devono essere almeno due o più di due. In questo caso di solito la vittima è assente. Non si può avere diffamazione quando si parla male di un’altra persona con un’altra. Tuttavia il reato scatta ugualmente se l’episodio si ripete in modo sistematico con altre persone, tanto da configurare la comunicazione – seppur non contestuale – con più soggetti; è il caso di Mario che parla male di Giovanni, attribuendogli dei fatti diffamanti, prima con Luca, poi con Maria, poi con Ginevra, ecc.;
  • la calunnia è quando una persona viene accusata ingiustamente, davanti a una pubblica autorità, di un fatto che non è vero. L’autore del reato deve essere in malafede, deve cioè agire pur conoscendo l’altrui innocenza. Non si ha calunnia se una persona denuncia o querela un’altra senza prove o se ignora la corretta interpretazione della legge.

Ingiuria e diffamazione non possono essere puniti se commessi in uno stato di rabbia determinato dall’aver subìto, dalla stessa vittima, una precedente ingiuria o diffamazione. In buona sostanza, si può reagire alle parole con le parole (e non con le minacce o le violenze). È però necessario che detta reazione sia immediata e frutto dell’ira del momento. Non deve essere invece una vendetta, servita dopo diverso tempo, nel qual caso scatterebbe invece il reato.

Come punire la diffamazione

Per punire il colpevole di diffamazione è necessario presentare una querela alle autorità. Si può andare dai carabinieri o dalla polizia o depositare l’atto presso la Procura della Repubblica. Se la diffamazione avviene a mezzo internet, come nel caso di un post offensivo su Facebook o una notizia veicolata su un sito, si ha un’aggravante; in tale ipotesi la querela può essere presentata alla polizia postale. Non c’è bisogno, per il deposito della querela, della presenza dell’avvocato. Le dichiarazioni della vittima saranno infatti verbalizzate dalle autorità che procederanno poi a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica

Come punire l’ingiuria

L’ingiuria non è più reato. Oggi è solo un illecito civile. Per punire l’ingiuria quindi non si può procedere a una querela alla polizia o ai carabinieri, come tutt’ora è per la diffamazione. Bisogna invece procedere con una causa civile che si può fare tramite il proprio avvocato. All’esito del procedimento il giudice condannerà il responsabile al risarcimento del danno e a pagare una multa allo Stato (da 200 euro a 12mila euro). Leggi sul punto Ingiuria: come tutelarsi.

Per ottenere il risarcimento bisognerà dimostrare l’evento e il danno subito. Tanto maggiore è il danno, tanto superiore sarà la misura del risarcimento. Ad esempio, il professionsta che, a seguito di una notizia infangante sul proprio conto, abbia visto la propria clientela diminuire dovrà dimostrare il danno patrimoniale.

L’imbarazzo si può risarcire?

Immaginiamo che una persona, a seguito di una diffamazione, abbia dovuto sopportare a lungo l’imbarazzo di essere guardata con sospetto dai vicini di casa, dai colleghi di lavoro e da tutti gli altri soggetti con cui ha rapporti nella vita quotidiana. Ha diritto a essere risarcita per questo? La risposta è affermativa. La giurisprudenza ritiene, ormai concordemente, che il soggetto offeso possa chiedere un risarcimento economico anche per il danno morale subito. Il danno morale consiste nella sofferenza fisica o psichica che l’offeso ha dovuto sopportare a causa di un fatto illecito altrui e la sua liquidazione è rimessa, caso per caso, alla valutazione del singolo giudice.

Si commette diffamazione se il fatto è vero?

Immaginiamo di dire, davanti a molte persone, che una persona è «corrotta» ben sapendo che questa ha riportato una condanna penale per corruzione. Si ha in questo caso diffamazione? Se dovessimo chiamare una persona «ladro» quando questa è stata in passato ritenuta responsabile di furto si avrebbe ingiuria? La risposta è affermativa. Offendere l’altrui reputazione configura sempre il reato di diffamazione perché l’aver commesso un fatto, anche se riprovevole, non comporta la perdita del diritto all’onore e alla reputazione. È reato, pertanto, chiamare «ladro» il ladro, «truffatore» il truffatore e così via. 

Diversa è invece la rappresentazione storica del fatto. Dire che Tizio è stato condannato per corruzione non è diffamazione, ma la notizia deve essere ancora attuale. Ripescare delle notizie ormai vecchie, e quindi non più di pubblico interesse, al solo scopo di arrecare danno al soggetto interessato, implica la violazione del cosiddetto diritto all’oblio. 

note

[1] D.lgs. n. 7/2016. 

[2] Cass. sent. n. 21264/2010.


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