Diritto e Fisco | Editoriale

Il risarcimento danni

2 maggio 2018


Il risarcimento danni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 maggio 2018



Il danno da responsabilità contrattuale ed extracontrattuale; come chiedere il risarcimento del danno morale e del danno biologico. I metri di quantificazione.

Durante una partita a calcio con i tuoi amici avete lanciato un pallone contro una finestra che si è rotta. Guidando in retromarcia non ti sei accorto della presenza di un’altra auto e le hai ammaccato la fiancata. L’inquilino che ti doveva pagare l’affitto è in arretrato da più di un mese e non vuole, nello stesso tempo, lasciare l’appartamento. Il figlio di un tuo amico è caduto da una scala mentre usciva da scuola e si è fatto male. Dalla base del tuo balcone sono caduti dei pezzi di intonaco distruggendo il tettuccio di una macchina parcheggiata lì sotto. Il tuo commercialista non ti ha comunicato che c’erano delle tasse da pagare. Dal terrazzo del tuo edificio è filtrata acqua piovana che ha rovinato il soffitto degli appartamenti sottostanti. Tutte queste situazioni hanno qualcosa in comune: il danno ingiusto subìto da una persona a causa del comportamento di un’altra. In queste ipotesi scatta il diritto al risarcimento danni. Anche se spesso si usa a sproposito questa locuzione (ad esempio chi perde una causa o querela una persona che viene poi ritenuta innocente non deve pagare il risarcimento del danno)  è pur vero che sono infinite le possibilità che, nella vita di tutti i giorni, si possono verificare per chiedere il risarcimento danni. Le occasioni possono derivare da un contratto non adempiuto o adempiuto non correttamente (in tal caso si parlerà di «responsabilità contrattuale») o da un qualsiasi altro comportamento vietato dalla legge (in tal caso si parlerà di «responsabilità extracontrattuale»). In questo articolo spiegheremo quando si deve risarcire il danno e come fare a determinare la somma dovuta al danneggiato.

Il risarcimento del danno derivante da un contratto

Abbiamo appena detto che due sono le fonti del risarcimento del danno:

  • la violazione di un contratto (ossia di uno specifico accordo stretto tra due o più soggetti) che dà luogo a responsabilità contrattuale;
  • la violazione di una norma comportamentale imposta dalla legge che dà luogo alla responsabilità extracontrattuale.

Nel caso di risarcimento del danno derivante dalla violazione di un contratto, il danneggiato ha un compito più semplice rispetto alla seconda ipotesi. Egli, se vuole intentare una causa di risarcimento danni, deve limitarsi a dimostrare:

  1. l’esistenza del contratto
  2. l’inadempimento della controparte o l’adempimento non corretto.

Una volta dimostrata l’esistenza del danno, si deve dimostrare l’entità del danno stesso.

La prescrizione della responsabilità contrattuale è di 10 anni: significa che chi viene danneggiato dall’inadempimento altrui ha un decennio per agire in causa.

Spesso però il contratto prevede una penale: in tal caso viene predefinita in via forfettaria e preventiva, la somma da corrispondere in caso di inadempimento del contratto.

Il risarcimento del danno extracontrattuale

Il codice civile [1] prevede una norma generale valida per qualsiasi richiesta di risarcimento danni da responsabilità extracontrattuale. Essa dispone che:

«Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno».

La dizione della norma è così generica da potervi far rientrare qualsiasi tipo di comportamento illegittimo che non tragga la sua origine da un precedente contratto firmato dalle parti.

La norma sembra ricalcare il vecchio detto popolare secondo cui «chi rompe paga». In verità l’articolo del codice civile dice molte altre cose anche se in modo sintetico. In particolare si può ottenere il risarcimento danni solo a condizione che vi siano le seguenti condizioni:

  1. il danno deve essere ingiusto;
  2. tra il danno e il comportamento del colpevole dev’esserci un rapporto di causalità: nel senso che la ragione principale che ha determinato la lesione dev’essere proprio detto comportamento e non altre cause;
  3. il fatto che ha causato il danno deve essere stato commesso con colpa o in malafede (cosiddetto dolo).

Cosa significa tutto ciò? Quando possiamo ritenere che un danno è davvero ingiusto? Quando c’è dolo e quando invece colpa? Cosa significa rapporto di causalità? Come si quantifica l’ammontare del danno? A tutte queste domande cercheremo di dare una risposta qui di seguito.

Quando il danno è ingiusto

Non si può ritenere ingiusto un danno causato da una persona che sta esercitando un proprio diritto. Esempio: chi sta ristrutturando casa verosimilmente provocherà rumore e solleverà della polvere; se tali immissioni rimangono nella soglia della tollerabilità e viene rispettata la normativa urbanistica non può esserci diritto al risarcimento danni. Una persona fa una causa ad un’altra e perde: in tal caso il giudice condanna la parte soccombente alla rifusione delle spese processuali ma anche al risarcimento del danno (salvo comportamenti particolarmente negligenti o in malafede) visto che il diritto alla tutela giudiziaria è tutelato dalla Costituzione. Lo stesso dicasi per chi svolge una querela quando questa poi non sfoci in un procedimento penale o in una sentenza di condanna (a meno che, al momento della querela, si fosse consapevoli dell’innocenza altrui).

È ingiusto il danno che deriva dalla lesione di un diritto soggettivo tutelato dalla legge. Così, se è vero da un lato che una persona e legittimata a fare dentro il proprio appartamento ciò che vuole, ciò non include anche la possibilità di molestare i vicini con rumori notturni.

Quando il danno deriva dal comportamento illecito

Il secondo requisito per chiedere il risarcimento danni è quello che gli avvocati chiamano rapporto di causalità: in pratica, il danno deve essere determinato in via immediata dal comportamento illegittimo e non da altre cause. Il caso tipico per comprendere questa relazione diretta e necessaria tra il comportamento illecito e il danno è quella del pedone che, investito da un’auto, riporta una frattura alla gamba; viene trasportato all’ospedale da un’ambulanza ma questa ha un incidente grave a seguito del quale il pedone perde la vita. Chi è responsabile della sua morte? Il precedente automobilista che ha dato origine a tutta questa serie di sfortunati eventi oppure il responsabile dell’incidente con l’ambulanza? Certamente quest’ultimo e non il primo.

Se una persona perde l’equilibrio e scivola in una buca stradale molto visibile perché era distratta e camminava chattando col cellulare, la causa della caduta è la sua distrazione e non certo la fossa. Se una persona urta contro un’altra auto ma il conducente non aveva la cintura e perciò urta la spalla contro il manubrio la causa del danno è nel comportamento illegittimo di entrambi (si avrà così un concorso di colpa).

Insomma, è risarcibile solo il danno causata dal fatto di cui si è imputati.

Secondo la giurisprudenza:

  1. il danno si considera causato da uno specifico fatto quando ne è conseguenza immediata e diretta;
  2. conseguenza immediata e diretta di un fatto deve considerarsi solo ciò che normalmente avviene in conseguenza di quel fatto.

Quando c’è colpa o dolo?

Abbiamo detto che per avere il risarcimento danni è necessario che il responsabile abbia agito con:

  • colpa: è il caso di chi non vuole che il danno si realizzi, ma ciò nonostante agisce con negligenza, imprudenza, imperizia o inosservanza di norme giuridiche (si pensi all’automobilista che, pur non volendo investire il pedone, è distratto o procede veloce);
  • dolo: è il caso di chi prevede un determinato evento e lo vuole o accetta il rischio che tale evento si verifichi.

Ci sono dei casi in cui il risarcimento è dovuto pur in assenza di un danno prodotto senza né dolo né colpa. Si pensi al proprietario del cane il quale, rompendo la catena, azzanna un passante. In questi casi si parla di responsabilità oggettiva che scatta solo in presenza di situazioni particolari ed eccezionali:

  • i genitori per i danni prodotti dai figli minori;
  • gli insegnanti per i danni prodotti dagli alunni o per le lesioni che questi ultimi si siano procurati durante le ore di scuola;
  • il soggetto che si vale dell’attività di collaboratori nello svolgere un particolare incarico;
  • il padrone per i danni del proprio animale;
  • il proprietario di una cosa (mobile o immobile) per i danni da questa provocati (ad esempio il titolare di un appartamento per le perdite e le infiltrazioni di acqua causate da un tubo rotto);
  • l’imprenditore che esercita attività pericolose.

Legittima difesa e stato di necessità

Abbiamo detto che il risarcimento non spetta quando il danno è causato dall’esercizio di un proprio diritto. Ci sono altre due ipotesi in cui non è possibile chiedere il risarcimento danni:

  1. quando si agisce in uno stato di legittima difesa (ad esempio una persona che tira un pugno sul naso a uno scippatore che cerca di sottrargli la borsa);
  2. quando si agisce in uno stato di necessità (ad esempio una persona che, per schivare un’auto che gli sta venendo addosso, sterza bruscamente e va a investire un pedone o distrugge un’altra macchina parcheggiata).

Come si valuta il danno?

Esistono due voci del danno da risarcire:

  1. il danno patrimoniale
  2. il danno non patrimoniale.

A quantificare la misura di tali danni è il giudice nel corso della causa, spesso valendosi di consulenti tecnici. In mancanza di prove sull’esatto ammontare del danno, quando è indiscussa l’esistenza del comportamento illecito, il danno viene quantificato in via equitativa ossia secondo quanto appare giusto, nel caso concreto, al magistrato.

Danno patrimoniale

Il danno patrimoniale è quello al proprio portafoglio e può consistere nel:

  • danno emergente: le spese sostenute dal danneggiato a causa del fatto illecito (ad esempio la riparazione della cosa rotta o le medicine per guarire da una frattura);
  • lucro cessante: cioè la somma che il danneggiato avrebbe potuto guadagnare se non fosse rimasto vittima del fatto illecito. Poiché l’importo di tale somma non è sempre dimostrabile analiticamente (come potrebbe, per esempio, un rappresentante di commercio dimostrare quanti affari avrebbe concluso se non fosse rimasto ferito in un incidente?) la determinazione viene fatta dal giudice caso per caso.

Danno non patrimoniale

Si compone del

  • danno morale: la sofferenza fisica o psichica che un soggetto è obbligato a sopportare a causa del fatto illecito altrui (si pensi al dolore per le ferite riportate o al disagio per un arto ingessato)
  • danno biologico o danno alla salute: è il danno che deriva dalla violazione del diritto alla pienezza della vita e alla completa esplicazione della propria personalità morale e intellettuale. Si pensi al danno estetico a seguito di uno squarcio sul viso o all’impotenza sessuale a seguito di un intervento non correttamente eseguito. Ma come si fa a liquidare il danno biologico? Esistono delle apposite tabelle che assegnano, a seconda dell’invalidità riportata, un punteggio: per ciascuno di questi punti corrisponde una misura precisa di risarcimento. Tanto maggiore è l’invalidità, tanto superiore è la somma che si riceve a titolo di risarcimento danni.

In verità la Cassazione è arrivata ormai a dichiarare la natura unitaria del danno non patrimoniale sostenendo che esso è un’unica voce, comprensiva del danno morale, del danno biologico, del danno estetico, del danno alla salute, del danno relazionale, del danno esistenziale e di tutti quegli altri nomignoli che la fantasia degli avvocati ha creato nel tempo.

Con una recente ordinanza [2] il Supremo Collegio ha ricordato che le tabelle del Tribunale di Milano prevedono una liquidazione congiunta del danno non patrimoniale da lesione permanente all’integrità psicofisica (danno biologico) e del danno morale, ovvero il danno non patrimoniale derivante dalla lesione in termini di dolore e sofferenza soggettiva. In altre parole, le tabelle, «pur tenendo ferma la distinzione concettuale tra danno biologico e danno morale, hanno provveduto alla liquidazione congiunta dei pregiudizi in passato liquidati a titolo di “danno biologico standard, personalizzazione del danno biologico, danno morale”, determinando il valore finale del punto utile al calcolo del danno». La liquidazione basata sulle suddette tabelle, non può dunque essere censurata per l’omessa considerazione del danno morale in quanto, nella liquidazione complessiva del danno non patrimoniale, risulta indubbiamente compresa anche quella voce di danno, congiuntamente al danno biologico.

Cos’è il risarcimento danni per equivalente?

Il risarcimento danni per equivalente consiste nel pagare al danneggiato una somma di denaro equivalente al disagio da questi subito. Così, ad esempio, se qualcuno provoca un incidente in cui rimane distrutta l’auto di un’altra persona, dovrà corrispondere al danneggiato una somma di denaro equivalente al valore dell’auto distrutta. È la forma di risarcimento più utilizzata visto che non sempre è possibile, una volta procurato un danno, ripristinare il bene distrutto.

Il risarcimento per equivalente si distingue così dalla cosiddetta reintegra in forma specifica che invece consiste nel ripristino delle cose come erano prima che avvenisse il fatto illecito. Ad esempio si pensi a chi si impegna a demolire una costruzione elevata in modo abusivo e rimettendo le cose come stavano prima.

La scelta tra il risarcimento per equivalente e quello in forma specifica spetta, laddove possibile, al danneggiato. Difatti il codice civile [3] stabilisce che:

  • il danneggiato può chiedere la reintegrazione in forma specifica, qualora sia in tutto o in parte possibile;
  • tuttavia il giudice può disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore.

Come avere un risarcimento 

La richiesta di risarcimento viene di solito anticipata da una lettera di raccomandata a/r diretta al danneggiante con cui il danneggiato rappresenta i fatti, li inquadra nel loro ambito temporale e geografico e spiega le ragioni del proprio diritto. Con la raccomandata si danno di solito 15 giorni di tempo per adempiere al pagamento. Di solito, in questa fase non si indicano tutte le prove di cui si è a disposizione per non anticipare le carte di un eventuale ricorso al giudice. Tuttavia, non si deve neanche eccedere in genericità; diversamente il responsabile potrebbe ritenere il diritto non fondato e quindi non assecondare la richiesta.

In caso di mancato pagamento della somma bisognerà proporre ricorso al giudice competente (giudice di pace o tribunale). La causa va fatta a mezzo del proprio avvocato, salvo per i risarcimenti fino a 1.100 euro. Per le cause relative a risarcimenti stradali bisogna prima procedere alla negoziazione assistita, una richiesta via Pec inoltrata tramite il proprio avvocato alla compagnia di controparte.

Per avere un risarcimento è necessario essere in possesso delle prove che dimostrano:

  • il fatto storico, ossia il danno (ad esempio una caduta dalle scale scivolose);
  • il rapporto di causalità (il danno deve essere immediata e diretta conseguenza del comportamento colpevole del danneggiante e non di altre ragioni);
  • l’entità del danno (in caso di danni fisici sarà necessaria una perizia medico-legale).

note

[1] Art. 2043 cod. civ.

[2] Cass. ord. n. 10156/2018 de 27.04.2018.

[3] Art. 2058 cod. civ.

 

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 23 gennaio – 27 aprile 2018, n. 10156

Presidente Spirito – Relatore Cigna

Fatti di causa

Con sentenza 597/2014 il Tribunale di Avezzano ha parzialmente accolto la domanda proposta nei confronti del Comune di Avezzano dai coniugi T.C. e Ta.Da. , in proprio e quali genitori esercenti la potestà sul figlio minore A. , diretta ad ottenere, tra l’altro, il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti dal figlio, il quale, in data (omissis) , all’età di undici anni, mentre era alla guida della sua bicicletta, era caduto a causa di una sconnessione esistente sulla strada, di proprietà del Comune, riportando lesioni personali; il Tribunale, premesso di aderire alla c.d. concezione unitaria” del danno non patrimoniale, ha liquidato quest’ultimo nella misura “base” individuata dalle cc.dd. tabelle milanesi, senza procedere ad alcun aumento in relazione al caso concreto; al riguardo ha evidenziato che l’inabilità totale aveva avuto una breve durata (gg 30) e che non vi era alcuna prova tra l’infortunio e la mancata promozione scolastica del ragazzo (il cui profitto era largamente insufficiente già prima dell’infortunio) alla classe superiore.

Con sentenza 719/2015 la Corte di appello de L’Aquila ha rigettato il gravame proposto dai coniugi T. ; in particolare la Corte, premesso di aderire anch’essa alla concezione unitaria del danno non patrimoniale di cui a Cass. 26972/2008, ha evidenziato che il giudice di primo grado, dopo aver analizzato tutti gli elementi del giudizio offerti da parte attrice (giovane età del danneggiato, modesta incidenza – 5% – dei postumi permanenti, durata e gravità dei singoli periodi di inabilità temporanea: 30 gg di inabilità totale, 25 gg di inabilità parziale al 50% e 25 gg di inabilità parziale al 25%), aveva correttamente ritenuto che siffatti elementi non consentivano di elevare la liquidazione dalla soglia “base” di cui alle “tabelle” del Tribunale di Milano; nello specifico la Corte, nel confermare l’insussistenza del nesso causale tra le lesioni ed il mancato passaggio alle classi superiori, ha rilevato che non erano stati indicati i motivi per i quali doveva ritenersi che il profitto del ragazzo sarebbe migliorato nel secondo quadrimestre.

Il Comune di Avezzano non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo il ricorrente, denunziando – ex art. 360 n. 3 cpc – violazione dell’art. 2059 cc anche in relazione all’art. 2 Cost., si duole che la Corte territoriale, uniformandosi a quanto stabilito dal Tribunale, nonostante la diversità ontologica tra danno biologico e danno morale, non abbia nella specie riconosciuto e liquidato a parte il danno morale, da ritenere non ricompreso nel biologico.

Il motivo è infondato.

Come più volte statuito da questa S.C., le tabelle del Tribunale di Milano, modificate nel 2009 in seguito alle note sentenze delle sezioni unite del 2008 ed espressamente applicate sia dal Tribunale di Avezzano sia dalla Corte d’Appello de L’Aquila, non hanno “cancellato” il danno morale, bensì provveduto ad una liquidazione congiunta del danno non patrimoniale derivante da lesione permanente all’integrità psicofisica (danno biologico) e del danno non patrimoniale derivante dalla stessa lesione in termini di dolore e sofferenza soggettiva (danno morale); dette tabelle, cioè, pur tenendo ferma la distinzione concettuale tra danno biologico e danno morale, hanno provveduto alla liquidazione congiunta dei pregiudizi in passato liquidati a titolo di “danno biologico standard, personalizzazione del danno biologico, danno morale”, determinando il valore finale del punto utile al calcolo del danno (Cass. 18641/2011; 5243/22014).

Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la Corte territoriale, nel liquidare il complessivo danno non patrimoniale facendo espresso riferimento alle tabelle milanesi, non ha omesso di considerare anche il danno morale, ma ha solo provveduto, in applicazione delle tabelle milanesi, alla liquidazione congiunta sia del danno biologico sia del danno non patrimoniale.

Con il secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., il ricorrente si duole del “mancato riconoscimento del nesso di causalità tra il fatto illecito e l’evento del danno”; in particolare lamenta che la Corte di appello, a fronte della richiesta di personalizzazione del lamentato danno, abbia ritenuto insussistente la prova del nesso causale tra l’infortunio subito ed il mancato conseguimento del passaggio alla classe superiore.

Detta censura è inammissibile.

In materia di responsabilità extracontrattuale, l’accertamento della sussistenza o meno del nesso di causalità tra l’evento dannoso ed il danno comporta valutazioni di fatto che, come tali, sono riservate al giudice di merito, il cui apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità se non nei ristretti limiti di cui all’art. 360 n. 5 cpc, ratione temporis vigente.

Nel caso specifico la Corte, con valutazione (come detto) insindacabile in questa sede, ha ampiamente motivato l’insussistenza della mancata prova del nesso causale tra l’incapacità temporanea e la perdita dell’anno scolastico, evidenziando in particolare che la prospettiva di un miglioramento del profitto scolastico era rimasta allo stato di mera allegazione difensiva e che peraltro già agli inizi di gennaio 2009 il ragazzo aveva ripreso a frequentare la scuola calcio, sicché avrebbe potuto frequentare con profitto anche la scuola ed intensificare lo studio.

Il ricorso va quindi rigettato.

Nulla per le spese non avendo il Comune svolto attività difensiva in questa sede.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, dpr 115/2002, poiché il ricorso è stato presentato successivamente al 30-1-2013 ed è stato rigettato, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis del cit. art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis del cit. art. 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI