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Lo sai che? Quando il mantenimento lo pagano i nonni?

Lo sai che? Pubblicato il 2 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 maggio 2018

La nuora non può chiedere ai suoceri gli alimenti per i nipoti solo perché il marito non le versa l’assegno: i genitori dell’ex coniuge entrano in ballo solo se c’è uno stato di bisogno.

Sei separata e hai quasi terminato anche la causa di divorzio. Da diversi mesi, tuttavia, il tuo ex marito non ti versa più gli alimenti per i figli secondo quanto invece impostogli dal giudice. Hai provato in tutti i modi a recuperare il credito, gli hai fatto scrivere dall’avvocato, lo hai denunciato e, non in ultimo, hai tentato il pignoramento nei suoi confronti, ma non hai ottenuto risultati. Non avendo nulla da perdere in termini economici ed essendo privo di reddito (almeno formalmente), il padre si è completamente disinteressato dei propri figli. A questo punto ti chiedi se almeno i tuoi ex suoceri, ossia i genitori di lui, sono tenuti a pagare al posto del figlio. In altre parole quando il mantenimento lo pagano i nonni? La questione è stata decisa proprio questa mattina dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici.

Quando i nonni devono pensare ai nipoti

La legge prevede l’obbligo di versare gli alimenti nel caso in cui un parente stretto si trovi in situazione di grave disagio economico. Non una semplice difficoltà o le restrizioni a cui tutti, più o meno, siamo abituati. Si deve trattare di un effettivo stato di indigenza totale. In tal caso, l’obbligo di versare gli alimenti spetta ai soggetti più vicini al bisognoso in termini di grado di parentela. Nel caso dei figli, se alle loro necessità non provvedono (o non possono provvedervi) i genitori, devono farlo i nonni (ossia gli ascendenti). Nel caso di una coppia sposata, quando il padre non paga il mantenimento dei figli, spetta ai nonni pensare ai nipoti. Ma quest’obbligo è subordinato a due condizioni:

  • che i nipoti si trovino in uno stato di grave bisogno;
  • che anche la madre non abbia le possibilità economiche per garantire ai figli lo stretto indispensabile per la sopravvivenza.

Dunque l’obbligazione dei nonni è residuale e limitata a un range di possibilità molto limitato.

Quanti soldi devono versare i nonni per il mantenimento dei nipoti?

Non è tutto. Ai nonni non compete l’obbligo di versare il mantenimento ma gli alimenti. Una differenza non da poco perché – come abbiamo già spiegato in Come chiedere gli alimenti? – le due misure si differenziano in modo netto sul piano quantitativo: gli alimenti riguardano solo l’indispensabile per la sopravvivenza (cibo, medicine, ecc.), mentre il mantenimento può riguardare anche bisogni più ampi (un computer, una connessione a internet, le spese per l’istruzione e i viaggi scolastici, ecc.).

Ciascuno dei quattro nonni, poi, sarà tenuto a pagare gli alimenti (quindi non solo quelli paterni ma anche quelli materni). La misura dell’importo non è uguale per tutti ma è in proporzione alle rispettive condizioni economiche.

Vien quindi spontaneo concludere che se anche i nonni non navigano in buone acque e quindi la pensione gli basta appena per la propria sopravvivenza, su di essi non pende alcun dovere.

La prova da dare al giudice per chiedere gli alimenti ai suoceri

La Cassazione ha ribadito questi principi ricordando che l’obbligo di provvedere al mantenimento della prole spetta integralmente ai genitori. Solo nel caso in cui questi non vi provvedano (per volontà, come nell’ipotesi del padre disinteressato; o per necessità, come nel caso della madre disoccupata e priva di reddito) scatta  l’obbligazione degli ascendenti: obbligazione che resta comunque sussidiaria e legata allo stato di bisogno dei nipoti.

Scendendo nel dettaglio di un ipotetico processo tra la nuora e gli ex suoceri, la prima può chiedere ai nonni gli alimenti per i nipoti solo a condizione che dimostri:

  1. l’incapacità di entrambi i genitori a provvedere alle esigenze primarie dei figli e quindi, la sottrazione del padre agli obblighi familiari e l’assenza di reddito in capo alla madre (se quest’ultima percepisce uno stipendio, anche minimo, non può agire);
  2. che i figli vivono in uno stato precario, a rischio per la loro stessa salute (si pensi alla madre che non ha i soldi per pagare le spese mediche, la scuola o anche l’affitto di una casa ove poter far dormire i figli);
  3. che i nonni hanno invece la possibilità di far fronte all’obbligazione.

Se mancano queste prove è inutile chiamare in causa i nonni, perché il rischio di perdere il processo è elevato.

La Cassazione ha così concluso: l’obbligo di mantenimento dei figli minori spetta ai loro genitori; sicché, se uno dei due non può o non vuole adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui.

Ne consegue, ha proseguito la Corte, che l’obbligo dei nonni di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione dei nonni è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche che agli ascendenti non ci si può rivolgere per il solo fatto che uno dei due genitori non versa il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è invece in grado di mantenerli.

note

[1] Cass. sent. n. 10419/18 del 2.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 6 febbraio – 2 maggio 2018, n. 10419

Presidente Genovese – Relatore De Chiara

Fatto e diritto

Rilevato che:

la sig.ra El. Be. convenne in giudizio i sig.ri Ma. Ro. e Te. Tr., nonni paterni dei suoi figli minori Ma. e Ni. Ro., per la corresponsione degli alimenti in favore di questi ultimi, ai sensi dell’art. 433 cod. civ., nella misura di Euro 700,00 mensili a far data da luglio 2008;

i convenuti resistettero e il Tribunale di Lamezia Terme li condannò al pagamento degli alimenti nella misura di Euro 300,00 mensili a decorrere dal luglio 2009, data della domanda, nonché alle spese di lite;

la Corte d’appello di Catanzaro ha accolto il gravame dei soccombenti rigettando la domanda e compensando integralmente le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito;

premessa la natura sussidiaria dell’obbligazione alimentare degli ascendenti, rispetto a quella dei genitori, la Corte ha ritenuto che non era stata offerta dall’attrice la prova di nessuno dei presupposti oggettivi dell’obbligazione alimentare: né, cioè, dell’incapacità di entrambi i genitori a provvedere alle esigenze primarie dei minori, essendo l’appellata titolare di un reddito da lavoro di Euro 700,00 mensili, associato alla proprietà della casa di abitazione, e non avendo ella, del resto, dedotto o dimostrato la propria incapacità, per condizione professionale o sociale, di incrementare tale reddito; né della capacità degli appellanti di far fronte all’obbligazione alimentare, risultando dagli atti che essi vivevano della pensione del sig. Ro. di Euro 1.500,00 mensili;

la sig.ra Be. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, cui i sig.ri Ro.-Tr. hanno resistito con controricorso contenente anche ricorso incidentale per due motivi;

Ritenuto che:

va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per inesistenza della notificazione in quanto effettuata dall’ufficiale giudiziario su richiesta di un avvocato privo di mandato difensivo; dalla relata risulta infatti che la notificazione del ricorso è stata effettuata «su richiesta dell’avv. Lu. Ci. nell’interesse di Be. El. nella qualità di cui in atti …», ossia su richiesta di soggetto che, sebbene in effetti non munito di procura, è stato nondimeno delegato dalla parte, espressamente menzionata nella relata; sicché deve richiamarsi il principio secondo cui l’attività di impulso del procedimento notificatorio – consistente essenzialmente nella consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario – può, dal soggetto legittimato, e cioè dalla parte o dal suo procuratore in giudizio, essere delegata ad altra persona, anche verbalmente, e, in tal caso, l’omessa menzione, nella relazione di notifica, della persona che materialmente ha eseguito la attività suddetta, ovvero della sua qualità di incaricato del legittimato, è irrilevante ai fini della validità della notificazione se, alla stregua dell’atto da notificare, risulta egualmente certa la parte ad istanza della quale essa deve ritenersi effettuata; tale principio opera in genere per gli atti di parte destinati alla notificazione, la quale deve essere imputata alla parte medesima, con la conseguenza che le omissioni suddette non danno luogo ad inesistenza o nullità della notificazione stessa (Cass. 4520/2016);

il primo motivo del ricorso principale, con il quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 433, 147 e 148 cod. civ., è inammissibile perché la sentenza impugnata ha fatto applicazione del principio, enunciato da questa Corte, secondo cui l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 cod. civ. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex art.433 cod. civ., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass. 20509/2010);

con il secondo motivo del ricorso principale si deduce «omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia», nonché «travisamento degli elementi di prova» circa il grave stato di bisogno dei minori e la capacità economica dei loro nonni;

il motivo è inammissibile, applicandosi nella specie, ratione temporis, l’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. nel testo come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in 1. 7 agosto 2012, n. 134, che circoscrive il vizio di motivazione alla sola denuncia di «omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti»: denuncia non contenuta, né formalmente né sostanzialmente, nel ricorso, neppure nella parte in cui esso fa riferimento allo stato di disoccupazione della ricorrente, introdotto nel giudizio di merito, inammissibilmente, soltanto con la comparsa conclusionale in grado di appello;

con i due motivi del ricorso incidentale si contesta la legittimità e comunque la congruità della compensazione delle spese dei due gradi del giudizio di merito, giustificata dalla Corte d’appello con la sola considerazione della «natura della controversia»;

tale complessiva censura è infondata poiché il riferimento, ancorché sintetico, alla natura della controversia rende evidente che la Corte di merito ha inteso valorizzare il carattere alimentare della lite quale giustificazione della disposta compensazione, con ciò ottemperando all’obbligo di esplicita indicazione dei giusti motivi di compensazione delle spese secondo l’art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. nel testo – qui applicabile ratione temporis – come sostituito dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263 con efficacia dal 1. Marzo 2006 fino all’ulteriore modifica disposta dall’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (in vigore dal 4 luglio 2009 e non applicabile nella specie, essendo stata la citazione notificata il 24 giugno 2009, come risulta dallo stesso controricorso);

in conclusione, il ricorso principale va dichiarato inammissibile e il ricorso incidentale va rigettato;

la reciproca soccombenza delle parti giustifica l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità;

poiché dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione l’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. n.115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, L. n. 228 del 2012.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.


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