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Non fermarsi dopo incidente senza o con feriti

3 maggio 2018


Non fermarsi dopo incidente senza o con feriti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 maggio 2018



Il reato di fuga e di omissione di soccorso scattano quando vi sono feriti. Negli altri casi si rischia una comune multa. Ma attenzione: il rischio del penale è sempre dietro l’angolo.

Per una distrazione alla guida, hai tamponato un’auto che stava circolando a velocità moderata. All’interno di questa c’era solo il conducente che, a parte una violenta spinta in avanti, non ha subito particolari traumi. Preso dallo spavento e dal timore di dover pagare i danni (non hai rinnovato ancora l’assicurazione) sei scappato via immediatamente. La strada però era particolarmente trafficata e le possibilità che il danneggiato abbia preso la tua targa sono elevate. Perciò, un po’ pentito per ciò che hai fatto, ti chiedi cosa si rischia nel non fermarsi dopo un incidente senza o con feriti. In questo articolo ti spiegheremo tutte le conseguenze legali che possono derivare dalla fuga dopo un incidente stradale, tanto nell’ipotesi in cui vi siano danni alle sole auto, quanto invece in quella più grave in cui siano state provocate lesioni al conducente o ai passeggeri. Di tanto si occupa spesso la Cassazione e non c’è mese in cui non venga pubblicata una nuova sentenza in materia. L’ultima di queste è di pochi giorni fa [1]. Prendiamo spunto proprio da questa pronuncia per chiarire cosa succede nel non fermarsi dopo un incidente.

Cosa dice la legge

La legge stabilisce tre diverse sanzioni in base al comportamento tenuto. In particolare la legge punisce (anche se in modo diverso):

  1. chi non si ferma dopo un incidente senza feriti;
  2. chi non si ferma dopo un incidente con feriti
  3. chi non presta i soccorsi dopo un incidente con feriti.

Analizziamo singolarmente queste tre ipotesi.

Ti invito a leggere anche la nostra guida Incidente: quando prestare soccorso è obbligatorio.

Non fermarsi dopo un incidente senza feriti

Le buone notizie sono solo per chi non si ferma dopo un incidente senza feriti. In questo caso, infatti, non si commette alcun reato, ma solo un illecito amministrativo sanzionato dal codice della strada [2]. In pratica si subisce ciò che comunemente viene chiamata multa, al pari di quelle per il passaggio col rosso, per eccesso di velocità, ecc. L’importo della sanzione va da 296 a 1.184 euro. Se però il danno procurato all’altra auto è grave può scattare anche l’obbligo di sottoporre a revisione l’auto e la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

Oltre a tutto questo c’è ovviamente il risarcimento del danno da pagare all’altro conducente, danno tuttavia che in questi casi, dovrebbe essere coperto dall’assicurazione. In verità quest’ultimo punto è tutt’altro che scontato. Le polizze infatti potrebbero prevedere una limitazione di responsabilità della compagnia nell’ipotesi in cui il conducente non si fermi dopo lo scontro o non effettui la denuncia di sinistro alla propria assicurazione nei termini. Il che non significa che quest’ultima non pagherà il danneggiato ma solo che, una volta pagato il risarcimento, si rivarrà nei confronti del proprio cliente chiedendogli la restituzione dei soldi versati.

Il problema è che, di solito, dopo uno scontro è molto facile che vi siano feriti. Il concetto di “ferito” non deve essere legato solo al sangue o alla rottura di un arto. È anche ferito chi subisce una contusione a un braccio, chi urta la testa contro lo sterzo o contro l’airbag, chi subisce il classico colpo di frusta tipico dei tamponamenti anche lievi. Insomma, se hai un po’ di esperienza nel settore automobilistico, non ti sarà difficile immaginare come, dopo uno scontro, il danneggiato sia solito andare al pronto soccorso per farsi rilasciare un certificato medico e qualche giorno di riposo, il che servirà anche ai fini assicurativi per avere un maggiore risarcimento.

Detto ciò, non bisogna mai fidarsi delle proprie percezioni visive e scappare  quando si ritiene che, dallo scontro, non vi siano feriti. Al di là del fatto che tale comportamento resta comunque vietato, c’è il rischio di subire le conseguenze  più gravi di cui ora parleremo. Il comportamento corretto di chi è coinvolto in un incidente stradale – al di là del fatto se ritiene di avere ragione o torto, o se dallo scontro sono derivati o meno feriti – è fermarsi e fornire gli estremi della propria patente e assicurazione. Ancor meglio è firmare il CID che agevolerà le pratiche del risarcimento.

Non fermarsi dopo un incidente con feriti

Quando invece si è coinvolti in un incidente con feriti – al di là di chi sia il responsabile – c’è l’obbligo di fermarsi sul sinistro e aspettare la polizia tenuta ad eseguire le rilevazioni. Chi viola questa disposizione di legge [3] commette reato di fuga e rischia la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nonché la sospensione della patente di guida da 1 a 3 anni. L’illecito penale scatta anche nei confronti di chi, ritenendo che l’altro conducente non si sia fatto nulla, si allontana col consenso di quest’ultimo. L’obbligo di fermarsi, infatti, è necessario non tanto quando c’è un soggetto con necessità di soccorso, ma per il semplice fatto che bisogna attendere le autorità che dovranno stilare il verbale.

Secondo la Cassazione il reato di fuga si configura anche nei confronti di chi effettui sul luogo una sosta momentanea del tutto insufficiente alla sua identificazione e a quella del veicolo. Si pensi al caso del conducente che, dopo lo scontro, esce dalla macchina e, vedendo che l’altro automobilista è sostanzialmente in buone condizioni, se ne va via. Il dovere del conducente di fermarsi sul luogo dell’incidente ha infatti una durata che si estende per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini finalizzate all’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto.

Non prestare i soccorsi dopo l’incidente con feriti

Sempre il codice della strada prevede l’obbligo, per qualsiasi automobilista coinvolto nel sinistro, ed a prescindere dal fatto che sia o meno sua la responsabilità per lo scontro, di prestare soccorso alle persone ferite e bisognose. «Prestare soccorso» non significa improvvisarsi medici, fare la respirazione bocca a bocca, togliere i corpi dalle auto o medicarli. Anzi, ci si deve guardare bene dal compiere azioni di questo tipo che potrebbero aggravare i feriti. Piuttosto significa chiamare le autorità come, ad esempio, l’ambulanza, il 118, la polizia, i carabinieri, ecc. In base al codice della strada, chiunque non ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite, è punito con la reclusione da un anno a tre anni e con la sospensione della patente di guida per un periodo non inferiore ad un anno e sei mesi e non superiore a cinque anni [4]. La stessa condotta è sanzionata anche dal codice penale che prevede il reato di omissione di soccorso [5].

La differenza tra questo reato e quello di fuga che abbiamo analizzato nel paragrafo precedente sta in questo:

  1. nel reato di fuga, si prescinde dallo stato di bisogno del danneggiato (per cui ci si deve sempre fermare se vi sono danni a persone);
  2. nel reato di omissione di soccorso il soggetto ferito deve trovarsi in una condizione di bisogno effettivo.

Così, ad esempio, se una persona non risulta essersi fatta molto male, magari perché ha sbattuto solo un braccio, l’altro conducente non è tenuto a chiamare l’ambulanza, ma deve pur sempre fermarsi.

La presenza di altri soccorritori come, ad esempio, un medico che passa casualmente sul luogo, non autorizza l’automobilista ad allontanarsi. Egli deve comunque chiamare le autorità preposte e attenderne l’arrivo.

note

[1] Cass. sent. n. 18406/18 del 27.04.2018.

[2] Art. 189 cod. str. co. 5

[3] Art. 189 cod. str. co. 6

[4] Art. 189 cod. str. co. 7.

[5] Art. 593 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 28 marzo – 27 aprile 2018, n. 18406

Presidente Ciampi – Relatore Cenci

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Trieste il 10 maggio 2017, in parziale riforma della decisione resa il 23 giugno 2015, all’esito del giudizio ordinario, dal Tribunale di Udine, con la quale I.M. era stato riconosciuto responsabile del reato di cui all’art. 189, comma 6, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, per avere, dopo avere tamponato con la propria automobile un’autovettura condotta da D.M. , la quale aveva riportato “distorsione del rachide cervicale”, omesso di fermarsi (reato c.d. di “fuga”), fatto commesso il 29 luglio 2013, mentre era stato assolto dall’accusa di non avere prestato soccorso a D.M. (omissione di soccorso stradale di cui all’art. 189, comma 7, del d.lgs. n. 285 del 1992), e, in conseguenza, condannato alla pena di giustizia, ha ridotto la durata della sospensione della patente di guida; con conferma nel resto.

2. Ricorre tempestivamente per la cassazione della sentenza I.M. , tramite difensore, che, ripercorso l’antefatto (pp. 1-2 del ricorso), si affida a tre motivi, con i quali denunzia violazione di legge (artt. 189, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, e 131-bis cod. pen.) o, in alternativa, difetto motivazionale.

2.1. Con il primo motivo censura inosservanza o erronea applicazione dell’art. 189, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, quanto alla sussistenza della materialità della fattispecie, essendo risultato, ad avviso del ricorrente, che l’imputato ha, in realtà, rispettato l’obbligo di fermarsi; o, in alternativa, motivazione contraddittoria e/o manifestamente illogica (pp. 3-7 del ricorso).

Richiamati il motivo di appello sul punto e la risposta fornita della Corte territoriale, assume il ricorrente che l’istruttoria svolta, in particolare attraverso la deposizione della testimone oculare signora C. , ha fatto emergere che l’imputato si è, in realtà, fermato, così rispettando l’obbligo imposto dall’art. 186, comma 6, del d.lg. n. 285 del 1992, come del resto ammesso espressamente anche dalla Corte territoriale (alla p. 4 della sentenza impugnata).

La Corte di merito, dunque, errerebbe in diritto perché, secondo il ricorrente, “mostra di credere che la fattispecie di cui all’art. 189 co. VI cod. str. sia integrata non solo dalla violazione dell’obbligo di fermarsi, ma anche da quello di fornire le proprie generalità. Così facendo, i Giudici di secondo grado hanno erroneamente ampliato la fattispecie in discorso (…) In altri termini, è qui ravvisabile una violazione del principio di tassatività della fattispecie penale (artt. 1 c.p. e 25 co. II Cost.). Al contrario, l’obbligo del conducente coinvolto in un sinistro stradale di fornire le generalità e le informazioni utili anche ai fini risarcitori esula dall’area del penalmente rilevante, costituendo un autonomo illecito amministrativo previsto e sanzionato dall’art. 189 c. IV e IX cod. str. (…in ogni caso,) Poiché l’ipotizzato illecito amministrativo di mancata comunicazione delle generalità è stato estinto con il pagamento della sanzione pecuniaria, ne consegue che al fatto è stata applicata la norma (amministrativa) speciale, con esclusione della rilevanza penalistica di tale profilo, ostandovi la previsione di cui all’art. 9 l. 689/1981. La conclusione è che dell’eventuale illecito di mancata comunicazione delle generalità, in quanto definito in sede amministrativa, è precluso l’accertamento anche in sede penale. La Corte di Appello di Trieste non ha tenuto conto di ciò ed ha operato una inammissibile duplicazione ovvero estensione della contestazione. Ad avviso del ricorrente ciò è contrario al diritto positivo almeno sotto due profili: perché è stato così travolto l’art. 9 l. 689/1981 e perché si è erroneamente ritenuto che l’omessa esternazione delle generalità sia una componente costitutiva della fattispecie di cui all’art. 189 co. VI cod. str.” (così alle pp. 6-7 del ricorso).

2.2. Mediante il secondo motivo il ricorrente denunzia inosservanza o erronea applicazione dell’art. 189, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, in relazione alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto contestato; o, in alternativa, motivazione mancante sul punto (pp. 7-8 del ricorso).

Essendosi effettivamente fermato l’imputato ed essendo rimasto fermo sul luogo del sinistro, secondo il ricorrente, per alcuni minuti, si è con l’appello evidenziato che ciò sarebbe in contrasto con la sussistenza dell’elemento psicologico ma a tale doglianza la Corte territoriale non avrebbe offerto alcuna risposta, così sostanzialmente incappando nel vizio di omissione di pronunzia.

2.3. Con l’ulteriore motivo I. lamenta l’omessa applicazione dell’art. 131-bis cod. pen., di cui sussisterebbero i requisiti di legge ovvero, in alternativa, motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica sul punto (pp. 8-10 del ricorso).

La Corte avrebbe del tutto trascurato, ad avviso del ricorrente, sia l’occasionalità del fatto sia l’incensuratezza dell’imputato, condizioni evidenziate nell’appello e legittimanti il riconoscimento della causa di non punibilità, ancorando il diniego al comportamento dell’imputato ed alla non minimale tenuità del danno cagionato (p. 4 della decisione impugnata), in chiara contraddizione “interna” – si stima – con quella parte della sentenza in cui definisce, due righe più sotto, modesto il sinistro.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato, per le ragioni che ci si accinge ad illustrare.

1.1. Il primo motivo è destituito di fondamento.

Diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, infatti, i Giudici di merito non hanno identificato il reato di “fuga” tout-court nel non fornire le generalità, avendo, invece, descritto una fermata, temporalmente breve, comunque del tutto inutile rispetto alle finalità che la norma mira a tutelare, non avendo l’imputato fornito le proprie generalità, non essendosi informato delle condizioni della persona che aveva patito il tamponamento, non avendo – ciò che maggiormente rileva – in alcun modo consentito la ricostruzione della dinamica del sinistro né avendo atteso l’arrivo delle forze dell’ordine, pur avendo assistito alla telefonata di soccorso ai Vigili urbani, né essendosi reso reperibile e, anzi, essendosi addirittura sottratto al controllo dei Carabinieri, cui I.M. non ha aperto la porta di casa (p. 4 della sentenza impugnata).

Una situazione fattuale, quindi, che ben si inquadra in quella decisa dai precedenti di legittimità correttamente evocati dal Tribunale (pp. 2-4 della sentenza di primo grado), con l’adesione della Corte di appello (p. 4): del resto, assai condivisibilmente, si è ritenuto che “Integra il reato di cui all’art. 189, commi primo e sesto, c.d.s. (cosiddetto reato di fuga), la condotta di colui che – in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone – effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea (nella specie per pochi istanti), senza consentire la propria identificazione, né quella del veicolo (La Corte ha rilevato che il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perché, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire né l’identificazione del conducente, né quella del veicolo, né lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica)” (Sez. 4, n. 20235 del 25/01/2006, Mischiatti, Rv. 234581; nello stesso senso v., ex plurimis, a proposito di soste solo momentanee, Sez. 4, n. 42308 dei 07/06/2017, Massucco, Rv. 270885; Sez. 4, n. 9218 del 02/02/2012, Boffa, Rv. 252734).

Risultano assorbite – all’evidenza – le ulteriori questioni poste.

1.2. Gli ulteriori motivi di ricorso sono, del pari, infondati.

Infatti quanto al tema del dolo, peraltro assai genericamente posto con l’appello (pp. 2-3), la ricostruzione degli accadimenti operata dai Giudici di merito sottintende chiaramente la sussistenza della volontà consapevole dell’imputato di sottrarsi ai doveri di collaborazione per la ricostruzione dell’incidente ed è sviluppato mediante – adeguata – valorizzazione della condotta sia contemporanea che successiva al fatto (pp. 2-4 della sentenza impugnata); non senza considerare che la motivazione della sentenza di primo grado (p. 4) si salda, secondo regola generale, con quella di appello.

1.3. La Corte affronta, poi, il problema dell’applicazione dell’art. 131-bis cod. pen., posta con l’appello (p. 4, in relazione alla richiesta avanzata dalla difesa e di cui al verbale di udienza del 9 giugno 2015) e lo risolve negativamente con motivazione – sì – stringata ma logica e congrua, valorizzando (p. 4), da un lato, il danno cagionato, definito “non minimale”, evidentemente con riferimento omnicomprensivo sia al danno materiale al veicolo tamponato sia alle lesioni lievi alla donna, e, dall’altro, la condotta complessiva tenuta dall’imputato, che, secondo quanto accertato dai Giudici di merito (pp. 3-4 della sentenza impugnata e pp. 2 e 4 di quella del Tribunale) nell’istruttoria testimoniale, era visibilmente ubriaco si è persino sottratto alle ricerche dei Carabinieri.

Nessuna insanabile incoerenza, dunque, con la definizione di modestia del sinistro (p. 4 della sentenza impugnata), con evidente riferimento, sul punto, alla semplice – ma non esaustiva – ammaccatura materiale della carrozzeria del veicolo in effetti constatata dai Vigili urbani (p. 1 della sentenza di primo grado).

2. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente, per legge, al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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