Diritto e Fisco | Editoriale

Come licenziare un dipendente che ruba

3 maggio 2018


Come licenziare un dipendente che ruba

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 maggio 2018



Furto in azienda: tutti i modi in cui un lavoratore può rubare e le conseguenze civili (licenziamento) e penali (querela) a cui va incontro.

Se intendiamo il concetto di furto in senso ampio, ci sono tanti modi per rubare in azienda. Il metodo “tradizionale” e più diffuso è quello di prendere lo stipendio lavorando il meno possibile. C’è poi chi si fa rilasciare certificati medici falsi o esagerati ed evita anche di spostarsi da casa. C’è chi prende i soldi dei clienti senza rilasciare lo scontrino, nascondendoli poi in tasca. Chi utilizza l’auto di servizio per fini personali, appropriandosi di fatto della benzina pagata dal datore. Infine c’è il furto vero e proprio di chi preleva cinquanta euro dalla cassa o la merce dagli scaffali. Di qualsiasi ipotesi si tratti, se c’è una cosa che fa indispettire il datore di lavoro è proprio il dipendente che ruba. È un po’ come essere traditi da un familiare, da una persona che dovrebbe “tenerci” più delle altre. È comprensibile allora che il primo istinto sia quello del licenziamento, a prescindere dall’entità del furto. «È una questione di principio» verrebbe da dire: oggi cinquanta euro, domani cinquecento. Eppure, per quanto strano possa sembrare, alcune sentenze hanno ritenuto illegittimo il licenziamento per furti di valore irrisorio. Anche se può sembrare ridicolo, in Italia bisogna anche chiedersi quando e come licenziare un dipendente che ruba. Lo faremo sulla base di alcune sentenze della Cassazione, chiamata più volte “in causa” dalle aziende.

Dipendente che ruba lo stipendio

Diciamo subito che se un dipendente prende lo stipendio ma non lavora non è furto, anche se viene naturale pensarlo. Il furto scatta quando ci si impossessa di una cosa mobile altrui, ivi compreso il denaro o l’energia. Se un dipendente non lavora può essere sì licenziato, ma non denunciato. Si tratta, insomma, di un illecito civile o, per dirla in “avvocatese”, di un inadempimento contrattuale (ciò che succede tutte le volte in cui non si esegue la prestazione a cui ci si è obbligati firmando il contratto).

Se il dipendente fa il furbo e rallenta le proprie attività sino a rasentare la stasi, siamo sempre nell’ambito del licenziamento disciplinare. In questo caso si parla di licenziamento per scarso rendimento. Anche qui, però, il lavoratore che perde tempo, che viene scoperto a chattare con lo smartphone o a parlare con i colleghi non può finire in galera, non trattandosi di un illecito penale.

Dipendente che ruba non emettendo gli scontrini

Interessante la posizione assunta dalla Cassazione [1] nei confronti del dipendente che non rilascia lo scontrino fiscale. Se anche mancano le prove che si sia incassato i soldi pagati dal cliente (cosa che farebbe scattare la querela per furto) può essere licenziato in tronco. Questo perché il solo fatto di non emettere lo scontrino integra un’evasione fiscale per la quale a risponderne è il suo datore di lavoro. La Corte, nella sentenza, getta il dubbio che un comportamento del genere possa anche facilitare il furto visto che i soldi “in nero” sfuggono a qualsiasi controllo di contabilità (leggi Che rischia il cassiere che non batte lo scontrino?).

Dipendente che preleva soldi dalla cassa

Un tipico caso di dipendente colto con le mani nel sacco è quello di chi preleva qualche banconota dalla cassa e, solo dopo essere stato scoperto, si giustifica sostenendo di aver inteso quel gesto come un momentaneo prestito, da restituire il prima possibile (magari dopo essere passato dal bancomat). Anche qui la Cassazione non ha avuto dubbi sulla possibilità del licenziamento per giusta causa [2].

Secondo i giudici supremi [3] è irrilevante il fatto che il dipendente si sia dimenticato, per via di un’amnesia, di restituire i soldi presi “in prestito”. Il vuoto di memoria insomma non salva dalla presunzione di malafede.

Dipendente che ruba dagli scaffali 

Veniamo infine all’ipotesi del dipendente che ruba dagli scaffali. Inizialmente la Cassazione aveva sposato un atteggiamento più moderato, tenendo in considerazione il valore del bene rubato [4]; in particolare, secondo la Corte, la sottrazione dei beni aziendali di modico valore non consente il licenziamento, trattandosi di un comportamento non grave. Oggi però i tempi sono cambiati: il dipendente non viene più difeso a spada tratta come un tempo dalla magistratura. Sicché il furto è considerato come un comportamento che, a prescindere dall’entità del danno, è tale da ledere la fiducia del datore di lavoro. Anche il furto di un pacchetto di caramelle è quindi sanzionabile con la perdita del posto di lavoro [5].

Addirittura la Cassazione [6] ha detto che è legittimo anche il licenziamento di chi copre i furti del collega. La legge stabilisce [7] infatti che il dipendente può perdere il posto di lavoro se contribuisce a che altri si approprino di beni dell’azienda. Chi si fa i fatti suoi viene quindi considerato complice del furto.

Come licenziare un dipendente che ruba

La Cassazione ha detto che il furto in azienda consente di attivare la procedura di licenziamento per giusta causa. Si tratta del cosiddetto «licenziamento in tronco», quello cioè senza preavviso. Tuttavia bisogna comunque rispettare le garanzie previste dalla legge e, quindi, l’iter di contestazione. In pratica per licenziare un dipendente che ruba bisogna:

  • raccogliere le prove del furto. Può trattarsi di prove documentali o testimoniali (eventuali colleghi che possono attestare quello che hanno visto coi propri occhi);
  • contestare immediatamente e per iscritto il furto al dipendente. La lettera deve partire non appena il datore di lavoro ha avuto contezza del fatto e si è fatto un’idea ben precisa di come sono andati i fatti. La contestazione deve essere specifica [8]: bisogna cioè indicare l’occasione in cui si è verificato il furto (luogo, tempo, condizioni) e l’oggetto rubato;
  • dare al dipendente cinque giorni di tempo per presentare degli scritti in propria difesa. Il dipendente può anche richiedere di essere sentito personalmente dal datore, diritto che non gli può essere negato;
  • all’esito di questo procedimento, comunicare la decisione definitiva dell’azienda consistente, appunto, nel licenziamento vero e proprio.

Anche in caso di licenziamento per furto bisogna pagare al dipendente gli stipendi maturati e il Tfr, salvo che il datore non agisca contro di lui in causa per ottenere il risarcimento del danno. In tal caso, infatti, potrà compensare le somme riconosciutegli dal tribunale con quelle che invece dovrebbe pagargli per la fine del rapporto di lavoro.

Può sembrare paradossale ma il dipendente licenziato perché ruba in azienda percepirà l’indennità di disoccupazione (la Naspi) che, per come chiarito anche dall’Inps, spetta anche in caso di licenziamento per giusta causa.

note

Cash desk


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